Io sono la contessa di Cinzia Giorgio edito Newton Compton

Un romanzo storico non deve mai essere una tediosa ricostruzione di fatti. Non deve vantarsi al pubblico con quel tronfio sorriso di chi sa che è intoccabile. La storia siamo noi, appartiene alla nostra essenza di uomini. Nella storia si possono riconoscere inizi, si può identificare il bandolo di quella matassa il cui filo giunge fino a noi. A volte si ingarbuglia a volte è semplicemente desideroso di congiungere volti lontani e completamento differenti. Fino a attraversare secoli e cambiamenti, per farci identificare il punto in comune, quell’inizio da cui la partenza si riavvolge su se stessa divenendo fine.

Un libro storico non è semplicemente esegesi di qualsiasi personaggio. Non è il terreno fertile per mostrare la propria colta sapienza. La storia deve lasciare i polverosi giacigli creati nelle culle del sapere, nelle biblioteche o negli edifici accademici. Perché la ricostruzione deve porre l’attenzione non già sugli stravolgimenti eclatanti, quelli di rivoluzioni e guerre, di dottrine e idee. Ma deve entrare nell’intimo di persone fatte scendere dai piedistalli intoccabili e raggiungere il nostro volto, per sussurrarci il segreto della felicità. Loro che il viaggio lo hanno iniziato e portato a termine, possono donarci un insegnamento importante: che è importante: quello di assecondare la propria leggenda personale, senza dare ascolto a ossessioni e ai richiami del potere. E starà a noi accettarlo o no. Perché se le ere vengono macinate dal mulino del tempo, il grano resta grano. Siamo noi quel seme, che in ogni istante tanta di attecchire sulla terra brulla, cercando di germogliare, crescere e diventare farina. Ecco che Cinzia Giorgio lo ha ben compreso. E ci dona non soltanto un tomo stantio e isolato dal nostro contesto. Nonostante conosca benissimo e lo si avverte dalle prima pagine, gli anni bui dell’alto medioevo, la sua intenzione è quella di incentrarsi sulla donna dietro il mito costruito ad arte da ogni studioso. Matilde è e resterà una figura potente, colei capace di difendere il potere spirituale della chiesa dagli abusi di una politica senza coscienza. Lei che fu testimone del pentimento e dell’umiliazione di un Re che aveva perso la sua legge, diventa in questo affresco semplicemente una donna. Straordinaria per i suoi tempi, simbolo di chi si ribella alla definizione del proprio se, regalatagli da secoli che seppur in diversi modi, quella femminilità potente e complicata l’hanno sempre temuta. Chi bruciandola sul rogo. Chi rinchiudendola in un concetto rigido e asfissiante. Che sia stata interpretata come angelo del focolare, o come satanica maliarda, la donna nei secoli è sempre stata sottomessa al ruolo che latri hanno ricamato con arte su lei. Matilde no. In questo libro di vendette e di odi passionali, di lotte feroci per il potere, lei ha voluto sempre definirsi in completa libertà, fuori da schemi e da limitazioni. E’ vero, poteva farlo in quanto figlia di una nobiltà che si ergeva fiera e orgogliosa dinnanzi a un popolo che in lei confidava. Come se fosse quel nume lontano nei ricordi, che un giorno assunse il diritto di governarli direttamente dalle mani di dio.

Copertina

Matilde di questa fierezza privilegiata però, se ne disinteressa. Non la usa convinta di appartenere a una sorta di predestinato al comando, la usa per imporre sugli altri, e sulla cultura del tempo in generale, la propria identità. Che non si è mai nascosta, non in questo libro, dietro le giustificazioni di un sesso debole vittima degli eventi. Ma si è semplicemente accettata nelle sue imperfezioni, in quel carattere autoritario e a tratti feroce che le appartiene di diritto. Matilde ne esce cosi rafforzata: non soltanto l’angelo che accoglie il pentimento di Enrico, ma la furia di una Moira, di una Morrigan che si impone su regole che non può e non deve sentire sue. Le regole di Matilde sono diverse. E lei diventa quella regina guerriera presente nei miti cantati dai bardi, seppur dotata di un’acuta nostalgia, per quella costante lotta che ogni uomo deve fare per riappropriarsi del diritto a cancellare l’ultima pagina del libro del destino, a riscriverlo di suo pugno e togliere a chissà quale nume invidioso la legittimità a definire il personale finale.

E mentre la lotta la definisce, il tempo diventa sospeso. In questo libro Matilde non riesce a morire, ma diventa eterna, diventa il simbolo di un’emancipazione precoce. Emancipazione non soltanto giuridico sociale ma sopratutto morale e interiore. Lei non ha bisogno di cercare un identità precisa per reclamare il diritto a una sovranità morale su se stessa. Accetta la sua cangiante natura imperfetta e su quella basa il suo intero percorso. E noi che dopo aver conosciuto la vera Matilde restiamo affascinati e quasi pieni di rimpianto per quella vita che appare cosi lontana tra le nebbie del tempo, resteremo con quella voglia di scoprirla ancora e ancora, tra le pagine brillanti di un libro che non potrà mai finire con l’ultima pagina vergata con la passione che soltanto Cinzia sa donare.

Questa è la storia liberata dalle scorie della percezione umana, liberata da ogni bisogno di apparenza e di intellettualismo sfrenato. E’ la storia redenta dal peccato originale di orgoglio.

Sono io oppure sei tu, la donna che ha lottato tanto

Perché il brillare naturale dei suoi occhi

Non lo scambiassero per pianto

Ivano Fossati

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