L’arte e l’amore, un connubio sinonimico dei tòpoi più antichi e che vede il districarsi delle due componenti in un vortice pareggiato dall’eternità. La loro è un’unione docile, tanto quanto veemente nel volersi consumare e lasciare andare alla passione. Sono questi dei bruschi moti che la regista francese Céline Sciamma ha tenuto ben in mente quando ha deciso di dar vita a uno dei piccoli capolavori cinematografici più intimi e quieti di tutti i tempi: parliamo niente di meno che del Ritratto della giovane in fiamme (2019). Un lungometraggio che in sordina ha mostrato la raffinata qualità e l’inavvertita avanguardia.

Correva l’anno 2019, quando venne presentato al Festival di Cannes ancora prima del suo debutto ufficiale nei cinema mondiali, avvenuto nell’effettivo il 19 dicembre, in Italia. Con il plauso della critica è riuscito ad aggiudicarsi sempre più candidature e premi nei vari concorsi e festival di produzioni indipendenti, e non solo: a partire dai British Independent Film Awards, per poi passare agli Chicago Film Critics Association Awards, gli European Film Awards, i BAFTA, i Golden Globe, il Premio César e molti altri. Con un budget di quasi 5 milioni di dollari, al botteghino ne ha riscossi il doppio, affermando socialmente quanto era stato asserito dalla critica cinematografica: il Ritratto della giovane in fiamme meritava di esser accolto e ascoltato. Addirittura nel settembre 2023, sull’aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes, è stato posizionato al quinto posto tra i migliori film prodotti negli ultimi venticinque anni.

La trama si incentra su Héloïse (Adèle Haenel), una giovane donna borghese il quale destino pare esser stato designato dalla nascita: quello di sposarsi con un facoltoso rampollo della società milanese. Non sarebbe che potuto essere diversamente, in quanto donna della società di fine XVIII secolo. Tuttavia, vista la collocazione eremita della propria abitazione, in una suggestiva isola della Bretagna, non le è concesso di veder il proprio spasimante se non durante il periodo stesso della programmazione cerimoniale. Al contrario, lui deve poterla vedere per accettare le clausole del patto matrimoniale; una ragione per cui sua madre (Valeria Golino) commissionerà alla pittrice Marianne (Noémie Merlant) un ritratto dell’irrequieta figlia. L’artista ha un ruolo essenziale, quanto complicato: deve ritrarre la giovane nelle sue più gloriose bellezze, catturarne la movimentata essenza, ma senza farle sapere di essere una pittrice, bensì una semplice dama da compagnia. Marianne non deve solo osservare la fanciulla, ma studiarla. Il motivo di questa bugia bianca è che la ragazza non ha fatto altro se non rifiutarsi di posare con il precedente artista incaricato dalla madre.

Héloïse è incerta su molte cose nella vita, ma altrettanto ben decisa e convinta su altre, paradossalmente il matrimonio non è una di quelle: sa di esser solo una pedina dallo scopo utilitaristico per i futuri benefici economici della famiglia e di certo non può sottrarsi a quel ruolo affidatole dalla Provvidenza. Non contesta il matrimonio, anche se amareggiata ne rallenta il processo e costernata ne rimpiange l’origine. Ma allora, perché non vuol dare a nessuno la possibilità di effigiare la propria apparenza? Dare solo una risposta risulterebbe riduttivo e, come il migliore dei paradossi, darne troppe ci condurrebbe fuori dalle reali motivazioni. Nel Ritratto della giovane in fiamme lo stato intimo dell’essere umano e i moti dell’animo si chiudono in un groviglio di retorica esistenziale che trova le sue fondamenta nell’arte, e non soltanto quella pittorica, ma in tutte le sue svariate forme: la letteratura greca antica con le Metamorfosi di Ovidio, il canto celtico di matrice bretone, l’esaltante susseguirsi delle note nell’Estate di Antonio Vivaldi e lo studio della dottrina dei colori, che più di tutti è portato sullo schermo con il ragionamento dei giusti accostamenti e abbinamenti, in delle inquadrature mozzafiato. Sciamma vuole dar vita a dei gioielli, delle opere d’arti a se stanti, dei fotogrammi studiati al dettaglio e che di per sé rasentano l’emblema dell’arte, mai superficiale ed effimera. Questa caducità è in effetti il tormento stesso di Héloïse, che non vuol essere rappresentata per come appare o per come viene vista, bensì per quello che è e sente di essere: l’essere umano è semplicemente più complesso e sfaccettato di una posa avvolta dalle stoffe più singolari e pregiate.

Tuttavia, l’avanguardia che Sciamma porta sullo schermo, non trova le sue fondamenta soltanto nella raffinata visione artistica e culturale dei personaggi, gli scenari idilliaci e la sceneggiatura di per sé eccellente, ma anche per l’ardita e tortuosa costruzione della storia d’amore tra le due protagoniste. L’amore saffico non viene strumentalizzato per dar piacere a un pubblico maschile, ma sfruttato per dar compiacimento alla sfera più intellettuale e colta dell’avventore, che si trova coinvolto in un crescendo di notevoli interazioni e proficui scambi di parole: inizialmente, tutto parte in silenzio per poi scoppiare nel rumoroso fruscio dell’amore. Una parentesi che avrà vita breve e proprio per questo sarà vissuta in ogni suo singolo secondo, perché se l’amore è vago e passeggero, l’arte altresì è eterna e ha il ruolo di portarlo con sé nello scorrere degli annali.

Difatti nel finale, per forza di cose, vi è il necessario disincanto dell’amore vissuto che svanisce, essendo organico come gli esseri che lo provano, ma che dopotutto rimane impresso nella mente e nella memoria del mondo grazie all’impronta lasciata dallo scorrere dell’arte.
