Dal 17 gennaio è disponibile su Disney+ una nuova serie tv coreana: A Shop for Killers.
Scritta da Ji Ho-jin e Lee Kwon, che la dirige insieme a Noh Gyu-seob, vede come suoi interpreti principali Lee Dong-wook e Kim Hye-jun. L’action drama, che richiama le atmosfere di John Wick ed è basato sul romanzo The Killer’s Shopping Mall scritto da Kim Ji-young, parla di Jeong Ji-An che, dopo aver perso tragicamente i suoi genitori, viene cresciuta dallo zio. Alla notizia della morte improvvisa di quest’ultimo, la ragazza scoprirà che lo zio, Jin-Man, gestiva un negozio online fuori dall’ordinario.
La prima puntata della serie inizia in medias res, quando Ji-An si ritrova nella casa in cui è cresciuta con suo zio e sembra essere nel pieno di una sparatoria. Già dall’inizio, ci viene mostrato il mood di tutta la serie. Le vicende della trama principale si svolgono all’incirca in ventiquattro ore, tempo in cui Ji-An scopre la vera identità dello zio e, allo stesso tempo, deve salvarsi la vita dagli uomini di Babylon (un’agenzia privata di mercenari) che vogliono ucciderla per liberarsi dalla presenza ingombrante, seppur postuma, di Jin-Man.
A Shop for Killers parte, fin da subito, facendoci entrare in una realtà che ci confonde. La prima puntata può trarre in inganno e far apparire la linea narrativa confusa e con enormi buchi di trama. Una delle caratteristiche che abbiamo apprezzato maggiormente è proprio il metodo narrativo che viene totalmente affidato al montaggio. Le scene della linea temporale principale vengono spezzate da flashback, a volte lunghi anche un’intera puntata, che ci permettono di capire i personaggi e cosa li ha portati nella casa di Jin-Man.

A nostro parere, l’elemento vincente di questa serie tv è il fatto che sia totalmente character-driven. Infatti, sebbene sia una trama che molto spesso è stata affrontata sia in serie tv che film (ad esempio John Wick, come già detto prima), sono i personaggi a fare la vera differenza. La storia si basa sulle loro scelte e sui loro conflitti interiori, che portano poi a una serie di risvolti importanti.
Ji-An ci appare come una ragazza forte, determinata, la cui unica debolezza è proprio l’affetto che prova per lo zio. Dopo il trauma in seguito alla morte dei genitori, Ji-An entra in una realtà del tutto nuova, in cui Jin-Man è la sua unica figura di riferimento. La sua vita cambia drasticamente e lei diventa una persona diversa rispetto alla bambina spensierata che era, completamente plasmata dal carattere imperscrutabile dello zio, che sembra addestrarla in chiave lowkey fin dalla tenera età.
Ji-An non capirà i comportamenti iperprotettivi di Jin-Man, fino a quando, dopo il suo funerale, rimarrà intrappolata nella casa in cui è cresciuta, scoprendo finalmente chi è suo zio e tutto ciò che aveva fatto per proteggerla fino a quel momento.

La storia di Jin-Man ci viene presentata con diversi flashback, in cui capiamo chi sono i cattivi, quale potere ha Babylon, e perché lui avesse creato il suo negozio online.
Le linee temporali si intrecciano e le storie di Ji-An e Jin-Man diventano una lo specchio dell’altra. Ciò che Jin-Man ha dovuto affrontare dieci anni prima, Ji-An lo affronta in poche ore, dove un amico d’infanzia si macchia di tradimento, un vecchio mentore torna per aiutarla e lei trova una nuova alleata. Tutti i personaggi nella serie hanno una storia, dei conflitti e una crescita, sia positiva che negativa.
I flashback sono una trovata geniale e interessante per scavare non solo nella vita di Jin-Man, ma nella storia di Babylon e dei suoi componenti. Abbiamo una visione chiara dei cattivi, fino a quando non ci viene presentato il cattivo per eccellenza.
Non possiamo che rabbrividire di fronte a Bale e alla sua freddezza, mentre Jin-Man ci appare non come l’assassino senza scrupoli che credevamo che fosse, ma come un soldato ligio alle regole e ai propri ideali.

Molti hanno mosso svariate critiche sulla serie, soprattutto sulle scelte di editing, considerate “confusionarie” e “irregolari”, mentre per noi sono il punto forte di tutta la storia. È proprio grazie al montaggio che entriamo a far parte, fin da subito, di ciò che sta succedendo. È un modo per farci immedesimare in Ji-An, con cui scopriamo, piano piano, per quale motivo una studentessa universitaria si ritrova in una situazione simile. La protagonista è lo strumento attraverso cui ci viene svelata la verità, rendendo il tutto più reale e crudo.
Certo è che a nessuno piacerebbe ritrovarsi nel bel mezzo di una sparatoria dopo il funerale dell’unica figura paterna rimasta, ed è ovvio che la prima puntata possa lasciare con una confusione non indifferente. Eppure, è stato proprio questo il bello.

A Shop for Killers è un puzzle ben articolato e, dopo i primi due episodi, viene voglia di vedere tutto il resto della serie senza interruzioni. Ci si ritrova catapultati in questa realtà alternativa, così lontana dalla nostra ma che per tutti i personaggi della serie sembra simile al bere un bicchiere d’acqua. Il modo in cui gli uomini di Babylon si preparano per attaccare Ji-An fa quasi sorridere, perché sembrano vecchi amici pronti per una partita a lasertech.
Il modo crudo e violento con cui viene raccontata questa storia era l’unico possibile: mostrarci questo tipo di approccio da parte dei cattivi non fa altro che aumentare la nostra compassione verso Ji-An, che in realtà è molto più preparata di quello che pensiamo. La ragazza dimostra che la mela non cade mai lontana dall’albero e che tutti gli impliciti insegnamenti di suo zio e del suo mentore hanno dato i loro frutti.

Il rapporto fra Ji-An e Jin-Man è la parte più commovente di questa storia, sebbene possa apparire un cliché. In realtà i due personaggi sono esageratamente simili: entrambi hanno problemi a interiorizzare i loro traumi ed entrambi non sono portati per le interazioni sociali. Si sviluppa fra loro una sorta di rispetto reciproco che poi sfocia nell’affetto, dimostrato, però, sempre in maniera poco convenzionale.
Il finale lascia le porte aperte per una seconda stagione, con un colpo di scena che probabilmente tutti speravamo ma che non credevamo possibile, sebbene ci fossero stati degli indizi (anche da parte della stessa Ji-An) lungo tutta la serie. Ci sono tante domande senza risposta, ma che possono trovare una soluzione in una stagione due, dove crediamo possano essere approfondite le dinamiche con Babylon.
A Shop for Killers non è il solito kdrama, ma vale assolutamente la pena vederlo. Perché una volta entrati in Murthehelp non si può più tornare indietro. Noi, sicuramente, non lo faremo!
