Nominato agli Oscar in ben cinque categorie (nelle quali spiccano miglior film e miglior attore protagonista) il cui esito è stato svelato nella notte di domenica 10 marzo e lunedì 11, l’opera prima di Cord Jefferson con protagonista Jeffrey Wright ha visto una sua anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, conquistando l’entusiasmo di pubblico e critica estera. Eppure, nonostante il successo ottenuto nel suolo americano, la pellicola è giunta di soppiatto in Italia attraverso una distribuzione sulla piattaforma Prime Video, evitando a piè pari la sala cinematografica e ogni forma di promozione.
Adattamento cinematografico del romanzo satirico Erasure di Percival Everett (edito in Italia nel 2007 con il nome Cancellazione), la pellicola prende il via in una classe universitaria dove il professore Thelonious Ellison, docente afroamericano conosciuto con il diminutivo “Monk”, viene ripreso da una studentessa per il semplice fatto di aver scritto sulla lavagna la N-Word, parola che provoca una sensazione di fastidio agli occhi della ragazza. Costernato e irritato per la sensibilità culturale dei suoi studenti, l’uomo viene messo di fronte alla scelta di prendersi una pausa accademica e invitato a ricongiungersi con la sua famiglia a Boston per cambiare aria. Terribilmente frustato inoltre per l’incapacità di riuscire a vendere il suo ultimo romanzo perché non in linea con i gusti del mercato contemporaneo, il protagonista rimane basito nel costatare che la collega Sintara Golden sembra essere particolarmente apprezzata dal pubblico grazie al suo ultimo romanzo, il best-seller We’s Lives in Da Ghetto, dove la donna fornisce una visione di un’America nera sgrammaticata e violenta, un’immagine che colpisce particolarmente (e provoca un senso di colpa) agli occhi dei bianchi. In preda alla rabbia per i numerosi problemi che sembrano travolgerlo, Monk finisce per scrivere nel corso di una notte un romanzo dal titolo My Pafology (più tardi cambiato in Fuck) dove racconta tutta una serie di stereotipi neri che più disprezza. Firmato sotto lo pseudonimo Starr H. Leigh, il protagonista finisce per inviarlo al suo agente allo scopo di venderlo a diversi editori, senza sapere che grazie a questo manoscritto finirà per essere travolto (inconsapevolmente) dal successo.

Dopo diversi anni compiuti dietro alla scrivania in veste di giornalista e altrettanti al timone come sceneggiatore per alcune serie televisive (grazie alla miniserie Watchmen finisce per vincere il Premio Emmy), Cord Jefferson approda dietro alla macchina da presa con un’opera particolare che può essere considerata a tutti gli effetti una sorta di comedy sul politicamente corretto (o scorretto in questo caso), basato sul celebre romanzo di Percival Everett. American Fiction, questo il titolo della pellicola, fornisce una versione di come la popolazione bianca tenda a idealizzare la comunità nera, di come a loro dire quest’ultime provengono esclusivamente dal ghetto, siano povere o addirittura delinquenti.
Una realtà che certamente non rispecchia quella del personaggio di Thelonious Everett, un docente universitario proveniente da una famiglia benestante (sono tutti medici fatta eccezione di lui, la pecora nera del gregge), colto e amante della buona letteratura. Monk, questo il suo soprannome, rappresenta tutto ciò che è più lontano dalla violenza nera americana che noi stessi immaginiamo: oltre ad avere un lavoro e una propria abitazione, è accomunato dai problemi tipici di un qualsiasi comune mortale. Sarà propria la pausa accademica imposta dal corpo docente a portarlo per esempio ad affrontare uno dei suoi demoni interiori, ossia la sua famiglia con il quale non ha un grande rapporto, portandolo ad allontanarsi da loro.
In American Fiction il tema della famiglia è la colonna portante della pellicola, portando quasi ad oscurare l’argomento principale dell’intera narrazione. Travolto dalla scomparsa improvvisa della sorella Lisa (una magnifica Tracee Ellis Ross), l’uomo si trova a dover badare alla madre vittima di Alzheimer e contemporaneamente a cercare un sostegno (soprattutto monetario) con il fratello Clifford, un chirurgo plastico che ha mandato a monte il suo matrimonio per scoprirsi omosessuale. Come se la sua vita non fosse stata travolta da uno tsunami, Monk si vede sbeffeggiato dagli editori perché a loro dire incapace di produrre un romanzo “abbastanza da nero” caratterizzato da tutta una serie di stereotipi che poco hanno a che vedere con la vera realtà. Dunque, perché non accontentare le richieste provenienti dall’alto per soddisfare questo agognato appetito?

Il regista Cord Jefferson firma una satira riuscita per metà, dove a brillare è certamente la performance portata in scena da Jeffrey Wright, audace nel mostrarci la doppia personalità incarnata dal suo personaggio, un uomo che dovrà combattere con il suo lato vanitoso ed egocentrico (e un filo depresso) per imporsi sul mercato editoriale, finendo per essere risucchiato da un vortice più grande di lui che difficilmente riuscirà a controllare. Eppure, se il lungometraggio eccelle nelle interpretazioni degli attori – da evidenziare anche l’interesse amoroso del protagonista incarnata da Erika Alexander – per quanto riguarda la sceneggiatura il cineasta finisce per smarrirsi, portando lo spettatore a domandarsi qual era il suo fine.
American Fiction si apre come una sorta di invito per riflettere sulla comunità nera, spesso resa protagonista di numerosi (e ignoranti) stereotipi negativi che finiscono al lungo andare di fornire un’immagine dispregiativa dell’afroamericano. Un’immagine però che risulta convincente sul mercato, portando lo spettatore medio a domandarsi quanto sia avvilente questa sorta di ghettizzazione sul lungo periodo. Monk è a tutti gli effetti una persona istruita, colta e raffinata eppure i suoi libri non vengono presi sul serio perché non riflettono l’immagine del “tipico” uomo nero maleducato e analfabeta. Pensiamo solo ai pochi personaggi bianchi presenti nella pellicola, dipinti per lo più come persone ignoranti (seppur potenti), portatori di un’ideologia del tutto malsana. Eppure, American Fiction finisce con lo sgretolarsi proprio sul finale, puntando a un epilogo caratterizzato da un colpo di scena del tutto banale.
