Quante volte è successo che desideraste di lasciare tutto (lavoro-scuola-università-obblighi), prendere le valigie e partire, non importa dove ma da qualsiasi parte? Sfortunatamente non sempre c’è questa possibilità ma, a venire in vostro aiuto, ci sono i libri. Bastano poche pagine per viaggiare da qualsiasi parte. E, con questo primo libro – “L’estate dei bravi ragazzi” di Camilla Graciotti – vi porterò nella nostra capitale Roma, ma non la vedrete, come appare ai turisti, meravigliosa, maestosa e piena di storia, no, la vedrete con gli occhi dei ragazzi che abitano nella periferia della città.
Quindi: Ao regà, ‘namo a fasse ‘n giro pe Roma?

Con questo libro si inizia a respirare l’aria romana già dalle prime pagine in cui Roma, a volte tranquilla ed altre caotica, non ci appare come madre che ama tutti i suoi figli ma, al contrario, le differenze vengono marcate ed esposte, alcuni destini segnati con sogni irrealizzabili, nella costante lotta di trovare sé stessi e rimanere a galla in una vita in cui ogni onda tenta di annegarti.
Seguiamo la storia di Emanuele che si sente perso in questo mondo, cacciato da casa sua dal padre violento, senza un diploma e senza sapere cosa fare nella sua vita, l’unica cosa che gli rimane è Valerio che però tiene anche lui dei segreti nascosti.
“Improvvisamente, la prospettiva di aver bisogno di Valerio, della sua presenza, della sua voce e della sua vicinanza, lo spaventò: erano arrivati ad un punto in cui le loro esistenze erano talmente fuse insieme da non distinguerne i contorni. Erano come il cielo e il mare, uniti in una linea sottile che spariva all’orizzonte.”
Se però vi aspettate un romance vi avverto che non lo è ma, nonostante questo, il tema dell’amore è presente, se non il fulcro di tutta la storia.
Non è la classica storia d’amore in cui i protagonisti si innamorano, ma è un amore diverso: è l’amore per la Roma notturna e i graffiti del Colosseo sui muri, l’amore per gli amici con cui si gioca a calcetto le domeniche e che nonostante facciano arrabbiare si sa che si può contare sempre su di loro, l’amore per la famiglia nonostante sia un po’ disfunzionale, l’amore verso un figlio che non è il proprio o anche la mancanza di questo amore da chi si riteneva il genitore, l’amore per il lavoro che fa perdere il sonno, l’amore per il prossimo che spinge ad aiutare chi è in difficoltà, l’amore verso qualcuno che fa battere più forte il cuore, l’amore che non si può quantificare da quanto è grande, l’amore inesistente che si prova per le persone che non si sopportano, e soprattutto l’amore per se stessi anche quando a volte è difficile andare avanti. Accade però a volte la cosa più spaventosa: quando questo amore svanisce.
In questo libro c’è l’amore che non ha bisogno di parole e gesti eclatanti, ma che con piccole cose fa capire che c’è.
Ogni personaggio in questo romanzo è importante, si dimostra che tutti sono fondamentali nella vita, soprattutto nelle relazioni con le altre persone. Sono personaggi profondi e non superficiali, a volte un po’ difficili da capire ma proprio in questo sta la bellezza della penna di Camilla, che riesce a suscitare emozioni grazie al suo stile maturo e personale, tant’è che mi sono sentita parte del gruppo di Lele, Vale, Robertino ed Alessio a giocare a calcio e parlare la sera sulle sedie di plastica fino a sentire la mia pelle incollata su di esse.
Mi sono ritrovata al mare ad immergere i piedi nell’acqua e prendere il sole sulla spiaggia del Lido, così come ho imparato il romano grazie ai dialoghi e mi sono sentita di appartenere a questo posto, come se fossi sempre stata lì, nonostante abiti da un’altra parte.
