Masters of the Air: la Seconda Guerra Mondiale vista dal cielo

Dal 26 gennaio, è disponibile su Apple Tv+ la nuova serie prodotta da Steven Spielberg, Tom Hanks e Gary Goetzman, gli stessi dietro le pluripremiate Band of Brothers e The Pacific. La serie segue le vicende di “Masters of the Air: America’s Bomber Boys Who Fought the Air War Against Nazi Germany”, best seller di Donald L. Miller.

La miniserie segue gli avvenimenti dell’Ottava Forza Aerea dell’Esercito degli Stati Uniti, soprannominato “Bloody 100th”, a causa delle ingenti perdite subite nelle missioni di combattimento, mentre conduce i raid sulla Germania nazista dai cieli. A guidare l’esercito è il duo composto da Austin Butler e Callum Turner nei panni rispettivamente del Maggiore Gale “Buck” Clevene del Maggiore John “Bucky” Egan. Uno idealista e romantico, l’altro cinico e pessimista, formano una coppia unita da un bromance incrollabile, creando un rapporto che si riflette nelle amicizie e nella solidarietà nate anche fra gli altri commilitoni.

In Masters of the Air niente deve essere dato per scontato: l’intento è quello di raccontare uno spaccato della Seconda Guerra Mondiale e, nel farlo, rappresentare con estrema veridicità quello che è accaduto. È così che ci troviamo di fronte alla morte di personaggi secondari che, in realtà, di secondario hanno ben poco e che ci ricordano quanto in guerra tutto fosse affidato al caso. Molti hanno visto superficialità in questa serie, quando in realtà Masters of the Air è la terza parte di un trittico che Spielberg sta portando avanti da anni: è un approfondimento di un argomento che abbiamo già visto e che è stato già ampiamente trattato.

Non ci sono combattimenti a terra, non vediamo i nazisti più del necessario, perché l’intento è mostrare quello che succedeva lassù, in quegli aerei soprannominati “bare volanti”, perché prima o poi si sapeva che sarebbero caduti.

Se proprio si deve trovare un punto a sfavore dello showrunner è quello di non aver approfondito trame che erano effettivamente interessanti. Va però precisato che Goetzman rende chiaro fin dall’inizio quali sono i personaggi da tenere d’occhio e, sebbene nella serie ne vengano introdotti altri (persino nelle ultime puntate) la trama si è sempre e solo concentrata sui personaggi che hanno effettivamente portato avanti le azioni a livello di sceneggiatura.

Ci sono tanti personaggi realmente esistiti (perché è per l’appunto una storia vera) che hanno avuto un ruolo importante nella storia, ma è anche vero che in quel caso sarebbero servite più stagioni per parlarne. Goetzman fa una scelta difficile ma furba: si concentra sul rapporto tra Gale ed Egan, aggiungendo qua e là la storia di Rosie e Crosby. A nostro avviso, è stata una decisione ponderata: la serie funziona e fa venire voglia di scoprire di più su tutto il centesimo. Questo vuol dire che Goetzman è riuscito nel suo intento.

I cinefili vedranno subito la prosecuzione di uno stile da grande cinema hollywoodiano, fatto di carrelli, campi lunghi o lunghissimi, Dolly e panoramiche aeree ed effetti speciali talmente credibili da far entrare in gioco la logica per ricordarci di essere di fronte a uno schermo. Questo stesso stile è presente anche nelle due serie precedenti, e non ci deve stupire dato che Spielberg non ha mai nascosto il suo amore per il cinema bellico (lo ha ampiamente dimostrato nei suoi film da regista, come L’impero del sole e Salvate il soldato Ryan).

Un elemento di cui pochi parlano è invece la struttura della serie, scandita da ordini e bombe, da aerei sia in volo che colpiti da un missile. Soprattutto nelle prime puntate, le ambientazioni sono prettamente due: il campo base e il cielo.

Vengono usate due tecniche registiche molto differenti, proprio per sottolineare il diverso stato d’animo in un luogo o in un altro. Nella base le inquadrature sono lineari, distese, ci sono brevi piani sequenza e sembra quasi di vivere il tutto a rallentatore. Quando i piloti mettono piede sugli aerei il ritmo cambia all’improvviso: le inquadrature diventano strette, quasi troppo, gli stacchi sono veloci, frammentati e il tutto diventa movimentato e confusionario.

Il montaggio diventa difficile da seguire e sale la tensione, che porta a concentrarsi sulle parole (poche) che i personaggi si scambiano per passarsi informazioni o dare ordini. Si usano dettagli di mani aggrappate ai comandi, occhi puntati nel cielo, ferite sanguinanti, che non fanno che aumentare l’angoscia nello spettatore. Più volte capita di dover spostare lo sguardo da ferite sanguinolente che vengono mostrate così, in maniera cruda e veritiera, quasi ci stessero mettendo di fronte a una verità a cui nessuno pensa più di tanto.

Lo stesso identico dualismo viene usato nella fotografia. Calda, accogliente e morbida negli spazi interni alla base e nei campi di prigionia, dove viene quasi percepita soffocante. Appare, invece, gelida e adombrata nei cieli. Va sottolineato il fatto che la serie annovera tra le sue fila Cary Joji Fukunaga & Adam Arkapaw, osannati per il loro lavoro sulla fotografia della prima stagione di True Detective. Oltretutto, un grandissimo aiuto lo danno la scenografia e i costumi, curati da Chris Seagers e Colleen Atwood, il tutto abbellito e reso epico da una colonna sonora d’eccezione (Blake Neely), che crea la lirica giusta e l’aspettativa (non delusa) nello spettatore.

Altro elemento che viene affrontato è proprio la salute mentale dei soldati. Nessuno si chiede mai cosa succeda a chi sopravvive e la serie ce lo mostra, soprattutto in Crosby, Rosie, Egan e Gale. I dialoghi sembrano quasi troppo irrealistici per essere presi sul serio, come quello che avviene fra una donna polacca ed Egan, dove lei gli offre un bicchiere di gin e confessa che forse il marito pilota disperso ha concimato le patate da cui è stato tratto quel liquore. Non vuole approfondire la conoscenza con Gale perché non vuole soffrire di nuovo. Il loro dialogo è talmente lontano da ciò a cui siamo abituati, così pacato, tranquillo e quasi normale, che ci stupiamo della leggerezza con cui vengono pronunciate quelle parole.

Forse è un modo per esprimere quanto all’epoca i traumi e i malesseri legati alla guerra fossero nascosti, tenuti sottotono, come se non fosse consono parlarne. E non ci dovrebbe stupire, dato che solo in questi ultimi anni le persone hanno cominciato a parlare di salute mentale! Goetzman forse aveva come intento anche quello di sottolineare e rendere evidente un disagio umano e mentale non solo dei soldati ma di tutta la popolazione coinvolta.  

Sebbene Masters of the Air sia una serie incentrata sugli uomini, non manca di raccontare (anche se non è la trama principale) il contributo delle donne nella guerra: si passa dalle partigiane adolescenti, alle volontarie, alle vere e proprie spie. Si è deciso anche di inserire piccole trame di contingenti afroamericani, inclusi verso la fine della serie, e si è affidata la narrazione proprio a Dee Rees, una regista afroamericana.

Masters of the Air è l’ennesimo capitolo bellico di un conflitto di cui non conosciamo ancora tutte le sfaccettature. La serie è veritiera dal punto di vista storico e, sebbene tutti siano consapevoli di quale sia il finale, lascia con il fiato sospeso fino all’ultimo minuto: non è tanto la trama, ma ciò che ne fanno i personaggi. Gli eventi storici sono importanti ma risultano effettivamente un contorno per i legami, le amicizie e le paure di quegli uomini che hanno volato nel Bloody 100th.

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