Dal 4 Marzo è disponibile su Netflix una nuova serie tv di stampo tedesco, Das Signal. La miniserie, diretta da Sebastian Hilger e Philipp Leinemann e composta da quattro capitoli, ciascuno di un’ora, prende spunto da storie già ampiamente trattate da film come Arrival o Interstellar. Molti hanno trovato varie somiglianze con la serie Constellation, uscita poco tempo prima su AppleTV, come se Das Signal fosse una pronta risposta al prodotto Apple, che tratta tematiche simili, come i viaggi nello spazio e la psicologia umana.
Das Signal parte con aspettative altissime, che poi si assopiscono puntata dopo puntata: ci si aspetta una serie sugli alieni, ma alla fine ci si trova di fronte al nemico numero uno dell’umanità, ovvero lo stesso essere umano. È interessante il fatto che lo showrunner Florian David Fitz, co-creatore insieme a Nadine Gottmann e Kim Zimmermann, abbiano distrutto tutte le previsioni creandone subito di nuove.
La serie si apre con il ritorno sulla terra di Paula, un’astronauta partita in una missione nello spazio per conto di una ricca imprenditrice indiana. Sven e Charlie, il marito e la figlia, seguono lo sbarco in televisione, per poi recarsi il giorno dopo all’aeroporto, in attesa di ricongiungersi con Paula. La trama comincia a infittirsi, con il volo prima in ritardo e poi caduto su cui Paula e Hadi, il collega partito con lei, hanno perso la vita. Sven rimane sconvolto dalla notizia e tenta di tenere inutilmente all’oscuro sua figlia, per poi scoprire che Paula gli ha lasciato un messaggio. Le parole della moglie lo confondono, ma Sven non ha tempo di pensarci perché lei e Hadi vengono accusati di aver dirottato l’aereo e di essere colpevoli della morte di tutte quelle persone.

Da qui la trama ruota tutta intorno a Sven e Charlie, che tentano di capire cosa sia successo non solo sul volo aereo ma anche nello spazio, dove Paula sembra aver fatto una scoperta sconvolgente. Dalla profondità dello spazio, l’astronauta ha ricevuto un messaggio da una voce di bambina, arrivando alla conclusione che qualcuno stesse cercando di mettersi in contatto con l’umanità. Das Signal in quattro puntate riesce a dipingere perfettamente cosa potrebbe accadere se l’umanità ricevesse un messaggio da un’entità sconosciuta: i poteri forti ne rimangono spaventati e, onde a evitare il panico, tentano di distruggere gli ospiti ultraterreni. Infatti, il messaggio che Paula intercetta sembra avvicinarsi sempre di più alla Terra e, una volta che le forze speciali lo scoprono, si organizzano per colpire il “nemico” prima di poter essere colpiti.
Sebbene molti annoverino la serie nel genere Sci-FI, Das Signal è molto più articolata, somigliando più a un dramma e thriller psicologico che a una vera e propria serie tv sugli alieni. Se inizialmente si può rimanere leggermente confusi e delusi da questa consapevolezza, alla fine Das Signal si mostra per ciò che è realmente, ovvero una commistione di più generi. Non manca quel senso di ricerca e investigazione sulle emozioni umane che sono tipiche del genere Sci-FI e di cui è permeata tutta la serie, ma insieme a esso troviamo elementi che rimandano al Mystery e al Giallo.

In soli quattro episodi, la miniserie riesce a dipingere perfettamente i legami all’interno della famiglia di Paula, così come l’amicizia che un tempo la legava a Hadi. Da questo punto di vista, i creatori sono stati molto bravi a saper sfruttare al meglio ogni minuto di una serie che dura poco più di quattro ore.
Fin dall’inizio, vediamo subito il personaggio di Sven, che muove un po’ le fila di tutta la storia, e quello di Paula, che dirige invece la linea di narrazione nello spazio. Anche queste due divisioni, sia nelle ambientazioni che nella linea temporale, sono un importante strumento narrativo.
Grazie al punto di vista di Paula riusciamo a vedere più chiaramente le sue paure e i suoi timori, così come percepiamo quanta solitudine deve aver provato nel periodo trascorso nello spazio, dove ha potuto fare affidamento solo su se stessa. La linea narrativa di Sven e Charlie, invece, è molto più dinamica e drammatica, fatta di litigi e di riappacificazioni, di fughe e di momenti pericolosi. I personaggi sono ben delineati e, anche se in poco tempo, riusciamo a capire le loro emozioni e a entrare a far parte del cerchio ristretto della famiglia di Paula, che lotta per difendere non solo la scoperta e la memoria dell’astronauta ma anche per mantenere la propria umanità.

Una menzione d’onore deve riceverla Yuna Bennet che ha interpretato Charlie in maniera brillante. Non solo le sue espressioni sono genuine, ma trasmettono quel tocco di ingenuità che in una serie simile rende tutto molto più semplice: la sua opinione così diretta e innocente ricorda cosa conta davvero e quanto, a volte, la soluzione possa essere semplice. Anche Sven, interpretato dallo stesso Florian David Fitz, è molto ben delineato: riesce a catturare la stanchezza, la paura, e il lutto attraverso cui passa il suo personaggio, senza dimenticare della costante preoccupazione che qualcosa possa accadere a sua figlia. Peri Baumeister si dimostra nuovamente una grande interprete, rendendo evidente il conflitto tra il sogno di Paula di cambiare il mondo e la paura di perdere la ragione e non potersi più fidare della sua mente.
Un elemento di grande valore narrativo è il sound design, che molte volte si “abbassa” al livello di Charlie (che usa uno speciale apparecchio acustico per sentire) e che diventa ovattato e lontano, proprio a sottolineare quanto difficile sia la situazione per lei. Questa scelta potrebbe essere anche stata fatta per collegare Terra e Spazio: i rumori potrebbero richiamare quelli dello spazio profondo, legando in qualche modo madre e figlia.
La regia e la fotografia sono ben riuscite e si allineano con il carattere Sci-fi e Mystery tipico di Netflix. I colori freddi che permeano le scene di lutto e di sconforto di Sven e Charlie, si alternano a una fotografia più aranciata in presenza di Paula e a mano a mano che ci si avvicina alla fine della serie. Le inquadrature si differenziano in base alla linea narrativa: sono morbide durante il punto di vista di Paula, proprio a richiamare la lentezza tipica degli astronauti nello spazio, e veloci e poco “pulite” nella narrazione di Sven e Charlie, per sottolineare la paura e l’angoscia dei personaggi.

I “nostri” viaggi spaziali sono iniziati con Kubrick e il suo film era un insieme di filosofia, grafica che lasciava a bocca aperta e psichedelica. Il suo intento era quello di lasciare il segno e di farlo nel modo più profondo possibile (infatti ci è riuscito). Das Signal non cerca di stupire con effetti speciali o inquadrature esageratamente complesse (anche perché il budget è molto diverso) ma rimane ancorato alla Terra, a ciò che conosciamo, dando a tutta la serie un tono più sentimentale, emotivo e umano. Non si può non citare il richiamo a Interstellar: un esempio significativo è la scena della fuga di Sven e Charlie attraverso un campo di grano, richiamando subito l’iconica sequenza del film di Nolan in cui Cooper guida la sua auto proprio in un campo di grano. Inoltre, è cultura pop associare questo luogo alla presenza di alieni, come per esempio nel film Signs, diretto da M. Night Shyamalan, che ha traumatizzato una generazione.
“La lepre batte la volpe stando sempre un passo avanti”.
Questa è la frase che diventa un po’ il simbolo della serie, usata da Sven per spiegare a Paula come si vincesse al gioco della volpe e della lepre. Questa è anche la frase che il protagonista dice alla moglie prima del viaggio nello spazio e il suo significato si ripercuote su tutto ciò che accade successivamente. È il simbolo di come i più deboli possano sconfiggere i potenti che tentano sempre di soffocare la verità, controllando la narrazione e l’informazione. In una società in cui nessuno vuole apparire debole, gli esseri umani hanno perso di vista la loro vera natura e come i risultati migliori siano nati uniti e non divisi.
Nell’ultima puntata Sven e Charlie capiscono che i messaggi ricevuti di Paula sono degli indizi su dove e quando trovare “quel qualcosa che sta arrivando” e che entrambi avevano un solo pezzo del puzzle: solo insieme hanno la risposta corretta. L’ultima scena di Das Signal è la più emblematica e la più commovente. Ciò accade non solo perché Sven e Charlie hanno un emotivo riavvicinamento con Paula, a cui dicono definitivamente addio, ma anche perché finalmente capiamo da dove arriva quella voce che l’astronauta ha sentito nello spazio.

È qui che molti sono rimasti delusi, sebbene la serie si fosse improntata più sull’umanità che sugli extraterrestri: non sono alieni quelli che arrivano, ma la sonda Voyager, intatta. Molti hanno avanzato critiche su quanto possa essere veritiera una cosa del genere e su come sia impossibile che la sonda arrivi in quelle condizioni sulla Terra, ma la serie risponde brevemente anche a questo: qualcuno l’ha rispedita indietro, con l’intenzione di farla arrivare integra all’umanità.
Tutto il messaggio di Das Signal è racchiuso nel breve e finale monologo di una giornalista, che dice:
“Per un breve momento oggi il mondo intero si è fermato. Ora sappiamo che c’è qualcuno là fuori ma non dobbiamo avere paura. Questo qualcuno ha buone intenzioni. Questo evento ci ricorda che molto tempo fa volevamo essere qualcosa, che avevamo un messaggio comune. In questo momento viviamo in un profondo dolore, perché non siamo stati all’altezza di quel messaggio. Non ci siamo mai uniti. Non siamo mai diventati una cosa sola.”
Das Signal non punta a eguagliare le serie o i film di fantascienza a cui siamo abituati, ma ha lo scopo di ricordarci un elemento di conoscenza e coscienza comune che tutti sembrano aver dimenticato. Il montage finale è una scelta estremamente furba da parte dei creatori, che riportano alla memoria eventi realmente accaduti e di grande importanza storica, mettendoci di fronte al fatto compiuto. Anche se non abbiamo assistito a un incontro ravvicinato del terzo tipo, qualcosa è arrivato e ha attecchito, facendoci riflettere su quanto la nostra umanità si sia persa negli anni.
