Back to Black: nel ricordo di Amy Winehouse

Back to Black segna il ritorno sul grande schermo della regista Sam Taylor-Johnson, al suo secondo biopic dopo il suo esordio dietro alla macchina da presa nel 2009 con Nowhere Boy, incentrato sull’adolescenza del cantautore John Lennon. Con una sceneggiatura firmata da Matt Greenhalgh, la cineasta riprende in mano le sue radici per farsi portavoce di una delle voci britanniche femminili più inconfondibili del XXI secolo: la cantautrice Amy Winehouse. Esplorando alcune tappe importanti della sua vita come il primo contratto discografico firmato fino ad arrivare al matrimonio turbolento con Blake Fielder-Civil, l’opera riporta in auge alcuni dei suoi successi strepitosi che hanno costellato la sua breve vita. A riportare a galla il suo ricordo la meravigliosa e intensa interpretazione di Marisa Abela affiancata da Jack O’Connell e Eddie Marsan. Dal 18 aprile in tutte le sale cinematografiche italiane grazie a Universal Pictures.

Quando Alison Owen, la produttrice, mi ha chiesto se fossi interessata a dirigere il film, ho capito da subito che non potevo rifiutare. A suggellare una perfetta serendipity è arrivato nel team Matt Greenhalgh, che per me aveva già scritto la sceneggiatura di Nowhere Boy. Come il mio primo film, Back to Black non è un biopic che insegue la vita di Amy dalla nascita alla morte: è la cronaca di una storia d’amore tumultuosa. Ho scelto di raccontarla dal suo punto di vista, con la sua stessa voce: sono i testi delle canzoni dell’album, intensi e spudorati come un diario intimo, a trascinarci dentro alla vicenda, a sviscerare i suoi sentimenti. [Sam Taylor-Johnson]

Primo atto: le radici

You should be stronger than me

You’ve been here seven years longer than me

Don’t you know you supposed to be the man?

[Stronger Than Me]

 A distanza di tredici anni dalla sua morte la memoria di Amy Winehouse ritorna in vita grazie all’ultima opera firmata da Sam Taylor-Johnson, un racconto intimo che si discosta totalmente dal documentario Amy del 2015 diretto dal collega Asif Kapadia, presentato in anteprima al Festival di Cannes e vincitore di un premio Oscar. In Back to Black la macchina da presa ci fornisce la prospettiva della giovanissima cantautrice britannica, portando lo spettatore all’interno della sua travagliata vita per mostrarci uno squarcio dell’artista e della strabiliante quanto fragile donna si nascondeva sotto gli strati di trucco e tatuaggi.

E proprio dalla sua infanzia prende avvio il lungometraggio, trasportandoci nelle radici della famiglia Winehouse. Un nucleo familiare – di origine ebraica – composto da numerosi appassionati di musica a partire dall’amata nonna paterna Cynthia (Lesley Manville), ex cantante jazz professionista degli anni Sessanta e punto di riferimento per la giovane protagonista, tanto da considerarla la sua “icona di stile, icona di tutto”. Un clima festivo ad aprire le danze della storia che ci conduce successivamente a una dolorosa realtà, ossia quella di una famiglia spezzata a causa del divorzio tra Mitch e Janis Winehouse, dove il primo sembra aver già dimenticato il suo matrimonio grazie alla nuova famiglia che sta costruendo, portando Amy a indispettirsi per il trattamento che l’uomo sta riservando nei confronti dell’affranta ex moglie. Una tematica – quelle delle relazioni affettive e amorose – al centro della nuova pellicola, un espediente utilizzato per comprendere e indagare il lato psicologico della giovane artista scomparsa prematuramente.

Back to Black può essere suddiviso e analizzato in due parti, che corrispondo nello specifico al primo e dopo successo mondiale. Nella prima sezione si delinea velocemente il personaggio di Amy Winehouse portato brillantemente sullo schermo dall’attrice Marisa Abela, qui al suo primo ruolo da protagonista dopo alcune piccole comparse cinematografiche (Barbie di Greta Gerwig tanto per citare). Seppur la somiglia fisica sia lontana, la sua voce riesce a imporsi sulla scena in un ricordo malinconico, travolgendoci con la sua forza ed emotività grazie a una più che apprezzabile performance. La regia di Taylor-Johnson ci travolge – e punta a evidenziare – la vocazione della protagonista attraverso la sua passione per il jazz (e quelle donne come Sarah Vaughan che riuscivano a raccontare la vita vera e cruda), portandola a firmare il suo primo contratto discografico all’età di 19 anni. Una ragazza dal temperamento grintoso, dove anche gli stessi uomini faticavano a starle accanto, come ribadisce in uno dei suoi primi brani dal titolo Stronger Than me proveniente dall’album Frank. Poi, tutto cambia improvvisamente quando all’interno del pub The Good Mixer di Camden la ragazza incontra per la prima volta Blake Fielder-Civil (Jack O’Connell), un tossicomane che stravolgerà completamente la sua esistenza.

Secondo atto: nascita di una supernova

We only said goodbye with words

I died a hundred times

You go back to her

And i go back to

I go back to us

[Back to Black]

La travolgente quanto tossica relazione tra Amy e Blake domina il secondo blocco del lungometraggio: la prima rottura tra i due costituisce un traguardo verso il trampolino del successo per la protagonista grazie alla nascita del disco Back to Black e alla sua omonima traccia, vincitore di ben cinque Grammy Awards. Eppure, questo strabiliante risultato costituisce un primo passo verso un vortice di disperazione nella quale la ragazza non riuscirà mai più a uscirne. Come sottolineato dalla stessa Taylor-Johnson, in questa pellicola non esistono vittime né carnefici: la – seppur breve – vita di Winehouse ci viene mostrata proprio attraverso i suoi occhi ricolmi di affetto e sconforto nei confronti di quelle persone che piano piano l’hanno abbandonata al suo destino. Una relazione – quella tra i due – la cui dinamica ricorda vagamente quella di Sid Vicious e Nancy (proveniente dal lungometraggio Sid & Nancy) seppure questa impostazione risulti essere semplicemente un aspetto dello psicodramma che stava vivendo la donna.

Il quartiere di Camden Town diventa il controcampo della seconda parte della visione, dove a prevalere è soprattutto la tecnica del primo piano tanto amata dalla Nouvelle Vague francese: questa è possibile vederla in alcune sequenze come quelle dei concerti, dove il volto della cantautrice appare inquieto in contrapposizione alla visione offuscata del pubblico, o addirittura nei momenti in cui viene ripresa dalle macchine fotografiche dei paparazzi nei suoi attimi di follia dovuti all’eccessivo uso di droga. Back to Black presenta alcuni difetti non perdonabili come il non voler maggiormente approfondire alcuni personaggi secondari come la madre Janis e l’amica del cuore, il rapido accenno ai disturbi alimentari di Amy (soffriva di bulimia) e il non voler indagare ulteriormente il ruolo che i primi discografici hanno avuto nella vita della donna. Maggior spazio viene concesso proprio al padre Mitch – dipinto in maniera positiva a differenza del documentario – portato in scena Eddie Marsan e all’ex marito Blake impersonato dalla presenza freddamente magnetica di Jack O’Connell.

La cineasta Taylor-Johnson confeziona un lungometraggio costruito sui successi più celebri – e anche meno noti – di Amy Winehouse. La musica è l’elemento unificatore delle varie sequenze, dove addirittura alcune sembrano create come una sorta di videoclip (provenienti dai lavori musicali passati della stessa filmmaker). Back to Black elimina totalmente il passato travagliato costellato da droghe e alcol della cantautrice per concentrarsi maggiormente sui suoi amori, che l’hanno portata successivamente ad appassire. E nonostante una lunga riabilitazione per disintossicarsi dai suoi demoni più grandi, la strada verso l’atto finale era già previsto nel destino.  

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