Eclissi totale di Filippo Mammoli, Dark Zone

Un tempo era la televisione a uccidere la realtà.

Cosi almeno sosteneva il grande Baudrillard.

Poi ci siamo evoluti.

E abbiamo imparato a accettare questa realtà direte voi?Con i suoi lati meravigliosi e la sa latente disperazione?

Ovviamente no. Evoluti nella tecnica. Involuti nelle motivazioni che la sostengono. Perché vedete la tecnologia dovrebbe solo aiutarci a rendere inteleggibile il mondo che ci circonda. Il telescopio a osservare la volta stellare, provare a comprendere le sue arcane leggi. Non certo a sentirci padroni del tutto fino a sostituirci a dio. La medicina dovrebbe impedire che la morte arrivi feroce e affamata. Non a donare eternità a un corpo di plastica.

Ecco noi ora non abbiamo più la TV. Fa male, dicono gli esperti. E cosi noi animali intelligentissimi abbiamo creato il virtuale. I social. E questi oggi sostituiscono perfettamente il reale. Non si mangia certo il cibo. E’ fatto da boomer. Non si gode il viaggio. E’ da boomer!

Si fotografa ogni istante. Si creano stupende immagini da postare con tanto di hastag allegro e poetico su cibo, libri abiti e persino animali. Perché accarezzare il pelo del gatto se puoi fare un bel tik tok?

E cosi si delega la vita e la capacità di scelta. Perché se il reale non esiste più, non esiste più ne libero arbitrio ne scelte. E piano piano siamo cosi convinti di esistere solo perché abbiamo like che tutto diventa irreale, evanescente anche il nostro corpo se non raggiunge più del milione di k. Addirittura il libro non esiste più. Esistono per lui i like che sostituiscono l’atto selvaggio della lettura con un set patinato e edulcorato, fatto di finta bellezza e di perfezione estrema. Perché vedete ogni gesto umano è per sua natura impuro e blasfemo. Sevizi pagine con dita nervose, deturpi la purezza del bianco incidendo a penna parti del tuo cuore espressi in parole. In un mondo così asettico, la passione, quella frenesia animalesca non può avere più sazio. E’ lindo, perfetto, tolti oramai i lati del vivere non belli. L’Impuro dalla parola sacro. Soltanto che vedere il sacro, per sua natura è cosi composito. Come una cartina tornasole fatta di estremità, tolta una non esiste più nessun indicatore di acido e basico. Sei neutro. E in questa naturalità persino i colori svaniscono. Tutti. E’ un eterno grigio. E’ un eterno limbo in cui nessuno riesca piùa venir fuori. Siamo possibilità, pixel, siamo barlumi di un qualcosa di grandioso morto prima di nascere. E questo oramai invade ogni livello di esistenza. Amore, sesso, dolore. Omicidio. In questa eclissi totale l’orrore non viene dalla brutalità di una violenza che per ironia della sorte è l’unica cosa umana che si trova. Il dolore è parte di noi, persino la violenza cieca diventa parte di questo percorso a ostacoli. Ma fotografarla, postarla la rende non esistente. La rende simile a qualcosa di altero, di alieno da non prenderla neanche in considerazione. E se la violenza, il delitto, il suicidio non sono altro che campanelli d’allarme che qualcosa dentro di noi e nella società non va bene, questo gioco di specchi atto a incenerire ogni componente del modo, la rende inutile. E’ un sogno. Incubo o delirio. Ecco che è l’eclissi totale. Non del cuore ma di un umanità che si regge su gambe molli. Sulle battutacce di un ispettore. Sulla bellezza di una sofferenza estrema. Sul tentativo di strappare il velo che oggi scende su di noi. Ecco che i thriller psicologico ha come scopo ultimo quello di mostrare. Senza definire, senza commentare. Mostrare come questa volontà di documentare tutto, di rendere tutto prodotto uccide, lentamente, tutto ciò che è alla base del vivere. La realtà.

E se la realtà è bellezza e maledizione, compassione e violenza, in questo libro si evidenzia come noi vogliamo solo sfuggire da essa. Cosi stanchi, cosi stufi di correre, camminare e vivere.

Tanto che le pedine hanno come unica ribellione quello di gettarsi nell’abisso. E qualcuno in modo malsano le usa per urlare a te lettore svegliati.

Con un ritmo incalzante, il thriller psicologico, va oltre e diventa necessaria critica sociale, aspra, feroce ma veritiera di un mondo oramai alla deriva.

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