Dal 25 Aprile è disponibile su Netflix la nuova serie fantasy tratta dal lavoro di Neil Gaiman, scrittore e fumettista britannico dietro The Sandman e Doctor Who. Come spin off della prima, nasce Dead Boy Detectives, che appartiene allo stesso universo del mondo di Morfeo. La serie è stata sviluppata da Steve Yockey (autore di Supernatural), che ha rivestito il ruolo di co-showrunner insieme a Beth Schwartz (autrice di serie come Arrow o Sweet Tooth), e ha subito scatenato una serie infinita di commenti sia positivi che negativi, così come era stato per The Sandman.
La trama
Come si intuisce dal titolo, siamo nel regno di competenza di Morte, una dei sette Eterni che abbiamo incontrato in The Sandman, ed è proprio da lei che i due protagonisti, Charles Rowland (Jayden Revri) and Edwin Paine (George Rexstrew) tentano di fuggire da anni. I due non sono altro che fantasmi scappati dall’oltre: uno riuscito a sfuggire all’inferno e l’altro che ha deciso di rimanere sulla terra e aiutare Charles nelle sue indagini. Il loro scopo è quello di aiutare i fantasmi in difficoltà, trattenuti sulla terra dalla famosa “questione irrisolta”, termine che tutti ormai conosciamo. Nel tentativo di risolvere uno di questi casi, incontrano Crystal Palace (Kassius Nelson), una ragazza posseduta da un demone che, una volta liberata, mostra di avere delle fantastiche, e soprattutto utili, capacità da medium.
Da qui i tre personaggi si ritrovano a dover affrontare una serie di vicessitudini legate in parte alla condizione di Crystal, che sembra aver perso la memoria. La ragazza si unirà al duo di investigatori, che tenterà di risolvere una serie di casi intricati in una cittadina costiera americana, dove rimarranno intrappolati a causa di uno sgarbo fatto al Re Gatto (ebbene sì, ci sono anche gatti parlanti in questa serie tv).
Il trio ben presto diventerà un quartetto, con l’entrata in gioco di Niko (Yuyu Kitamura), la coinquilina di Crystal. La serie si svolge tra parassiti ultraterreni, demoni, fantasmi e strane creature, mentre i quattro personaggi dovranno fare i conti non solo con il soprannaturale ma anche con questioni più umane, come i sentimenti. Il tutto, ovviamente, mentre tentano di non essere uccisi o, peggio, trovati da Morte!

L’origine della serie
Come forse qualcuno sa già, la storia dei Detective Defunti ha fatto la sua prima apparizione nei fumetti pubblicati da DC Comics’ Vertigo. Oltre al già nominato Neil Gaiman, vi hanno lavorato gli artisti Matt Wagner e Malcom Jones, che nel 1991 pubblicano The Sandman #25, in cui compaiono le anime di due bambini morti, Charles Rowland e Edwin Paine, che, invece di entrare nell’aldilà, rimangono sulla Terra per diventare detective e indagare su crimini soprannaturali.
Successivamente Gaiman ha ripreso i personaggi nell’evento crossover Children’s Crusade (dicembre 1993- gennaio 1994), durante il quale i personaggi sono stati ufficialmente denominati Dead Boy Detectives.

Bisogna aspettare il 2001 per avere la prima miniserie di quattro numeri dedicata proprio a questi personaggi: Sandman Presents: Dead Boy Detectives, scritta da Ed Brubaker e disegnata da Bryan Talbot. Hanno anche fatto apparizioni in The Books of Magic, e Jill Thompson ha brevemente rappresentato i personaggi nel suo graphic novel Death: At Death’s Door, che ripercorre gli eventi di Season of Mists dal punto di vista di Morte.
Visto il successo ottenuto, nel 2005 Thompson gli dedica un graphic novel in stile manga, mentre nel 2012 la Vertigo Anthology pubblica una serie di one-shot dedicata ai personaggi. Due anni dopo, vedendo il successo che i personaggi stavano ottenendo, la Vertigo pubblica una serie di 12 numeri di Dead Boy Detectives, scritta da Toby Litt e Mark Buckingham con il lavoro artistico di Buckingham e Gary Erskine.
I registri narrativi e le ambientazioni
Uno dei punti di forza di questa serie e, oltretutto, una delle caratteristiche che hanno fatto nascere molto hype nel pubblico, è sicuramente dovuto a quell’ambientazione che abbiamo imparato ad amare grazie a The Sandman, sebbene il tono, il mood ed il linguaggio usati siano molto meno maturi e più vicini ad un racconto adolescenziale. Questo, però, non deve porre la serie su un gradino inferiore rispetto a quella di Morfeo. Per forza di cose il livello narrativo si avvicina molto a un tipo di registro simile a quello dei più giovani, ma i personaggi e le loro avventure non hanno niente di leggero.

Ciò che più ci ha colpito è stato proprio l’equilibrio che gli showrunner sono riusciti a trovare, portando sullo schermo un prodotto che, in fin dei conti, di adolescenziale ha poco o niente. Certo, i protagonisti sono dei diciassettenni che devono fare i conti con le loro emozioni, ma questo non toglie il fatto che tutti si ritrovino in situazioni in cui gli adulti si ritroverebbero scottati.
La parte sovrannaturale della narrazione regala momenti horror spesso crudi e sopra le righe, che portano la serie su un altro livello. Ciò che però rende questa serie una delle ultime chicche di Netflix è sicuramente la componente grottesca, che la rende originale, dando vita a diverse situazioni a metà fra il genere fantasy e l’assurdo. L’atmosfera è allo stesso tempo cupa e giocosa, molto simile a quella che lo stesso Tim Burton ha ricreato nei suoi film.
I punti forti della serie: personaggi, citazioni e temi
Basta vedere la prima puntata per capire che ogni minimo aspetto della serie è pensato e realizzato alla perfezione. Gli showrunner hanno studiato a tavolino la storyline dei singoli personaggi, anche i più secondari, così come le location, che richiamano perfettamente lo stile grottesco-fantasy della narrazione. I dialoghi non sono affatto scontati e, anzi, muovono la narrazione, diventando funzionali per il divenire stesso dei personaggi.
Gli sceneggiatori hanno svolto un ottimo lavoro nell’affrontare temi profondi in poche battute, senza però sminuirli. L’aesthetic della serie è innegabile, dato che rimanda a un mondo che già conosciamo ma che ci appare ancora più verosimile, dato che si fonde con la nostra realtà.
La narrazione si svolge sia in maniera verticale che orizzontale, presentando in ogni puntata un nuovo caso da risolvere e, allo stesso tempo, andando avanti con la trama principale e i problemi irrisolti dei vari personaggi.
I personaggi sono studiati a tavolino: tutti hanno un bagaglio pesante che si ripercuote sugli eventi presenti e tutti riescono ad avere un arco narrativo non indifferente, con una crescita personale che appassiona gli spettatori. I protagonisti presentano un lato comico e sarcastico che convive con una parte di loro più tragica, dimostrando come le due cose non si escludano a vicenda. Forse è proprio la rappresentazione così vivida e studiata dei personaggi a renderli estremamente verosimili e a portare lo spettatore a rivedersi nei loro drammi e traumi.

Un elemento apprezzatissimo sono le svariate citazioni disseminate lungo tutti gli 8 episodi della serie. Non possiamo non citare Harry Potter e la borsa di Charles, che ha escogitato un incantesimo per farla diventare, in tutto e per tutto, come quella di Hermione Granger. Non si può non nominare Scooby-Doo, di cui viene anche mostrato qualche spezzone, e che richiama molto il tipo di investigazione grottesca dei personaggi. L’aldilà sembra un mix burocratico tra Le 12 fatiche di Asterix e The Good Place, capace di far perdere la calma a chiunque.
Vengono affrontati vari temi, tra cui la scoperta di se stessi e l’accettazione della propria diversità. Possono sembrare dei cliché, ma Dead Boy Detectives non è una serie “leggera”. Molti dei casi che i Detective Defunti devono risolvere parlano di omicidi di massa, persone scomparse, suicidi inspiegabili, e tutti riescono a lasciare stordito chi guarda.
Gli showrunner non si sono risparmiati su questo, volendo dare un tocco più profondo della “serie sui bambini che giocano a risolvere i casi”. La giusta via di mezzo è stata sicuramente la strada migliore per creare un prodotto capace di far divertire chi guarda, ma anche di commuovere, generare orrore e far provare compassione. Per quanto ci riguarda, sono stati pochi i momenti in cui ci siamo realmente accorti dell’età dei protagonisti e, in nessun caso, lo abbiamo considerato stucchevole o stonato rispetto al resto della narrazione.
Tra tutti gli elementi soprannaturali, gatti parlanti, streghe mangia-bambini e mostri di dubbio gusto, ciò che rimane di tutta la serie è proprio il potere derivante dall’empatia. Il personaggio emblematico è sicuramente Niko, che ne fa la sua bandiera e diventa quell’elemento impossibile da odiare, nonostante rappresenti il cliché per eccellenza. Allo stesso modo, gli showrunner si sono concentrati molto sul concetto di perdono, non solo verso chi ha perpetrato un torno, ma anche verso se stessi, portando i personaggi a cambiare e a reinventarsi.

La sensibilità è il filo conduttore di tutta la serie, collegando i protagonisti ma anche i personaggi secondari, che sembrano cadere nella fitta trama di amore ed empatia che parte da Edwin e Charles. Sicuramente alcuni troveranno la serie troppo “politically correct”, probabilmente per tutti i riferimenti alla cultura moderna e all’odierna “mente aperta”, ma pensiamo, anzi siamo convinti, che di questi tempi dovrebbero esserci più serie tv come questa, capaci di affrontare temi importanti parlando a tutti, con un linguaggio semplice e chiaro.
Non servono paroloni complicati, serie tv complesse o personaggi iperstrutturati che finiscono per essere incomprensibili: quello di cui si ha bisogno è uno specchio della realtà che, si spera, possa essere aggiustata. I personaggi affrontano ingiustizie, stalking e amore tossico, mostri che indossano maschere, bullismo e problemi familiari che ancora oggi affliggono la società.
Tutti possono ritrovarsi in questa serie, che affronta ogni tema in maniera cruda e delicata allo stesso tempo, trovando un equilibrio e generando empatia nello spettatore. E riteniamo che questi bei sentimenti non vadano sprecati, soprattutto nel mondo di oggi.
