Sebbene sia una serie uscita nel 2022, vogliamo parlarvi di The Devil’s Hour, prodotta dal genio di Steven Moffat e creato da Tom Moran, uno dei migliori titoli proposti da Prime Video come thriller-drama, con sfumature soprannaturali e horror. La serie è stata di così grande impatto, da essere confermata per una seconda e terza stagione già dopo un mese dall’uscita.
La trama
The Devil’s Hour segue la storia di Lucy Chambers (Jessica Raine ) che si sveglia ogni notte alle 3:33. Suo figlio di otto anni, Isaac, è introverso e non mostra emozioni, sua madre parla a sedie vuote, la sua casa è infestata da reminiscenze di una vita che non è la sua. Ora che il suo nome viene inspiegabilmente connesso a una serie di brutali omicidi avvenuti nella sua zona, il suo passato e una risposta sembrano cercarla in maniera morbosa, portandola alla conoscenza di Gideon (Peter Capaldi) e una rivelazione sconcertante.

I temi e l’intreccio
Prime Video etichetta la serie come un thriller-horror, ma The Devil’s Hour è molto più complessa di quello che si possa pensare. Se non avete visto questa serie, recuperatela subito, perché è uno dei gioielli nascosti della piattaforma, di cui non si è parlato abbastanza.
Iniziare a guardare The Devil’s Hour senza alcuna informazione preliminare è una specie di enigma nell’enigma. All’inizio non si capisce dove si voglia andare a parare e questo è stato uno degli elementi che ci ha catturati di più. Sembra il classico thriller britannico, con vittime isolate dal resto della storia e detective che sembrano portare sulle spalle sette vite, ma poi entrano in scena Lucy, Isaac e sua madre, tingendo il tutto di una sfumatura horror e paranormale. Qui la situazione cambia e si pensa quasi di trovarsi davanti a una famiglia in cui i componenti sembrano in contatto con un’entità malvagia. Poi l’horror lascia spazio alla fantascienza, alla metafisica, alla filosofia e all’etica.
Moran crea un gomitolo ingarbugliato, in cui è davvero difficile districarsi nelle prime puntate. In seguito, magicamente, arriva il momento in cui chi guarda comincia a seguire con più facilità gli eventi, a fare supposizioni e a sentirsi parte della storia. Questo è stato un altro elemento che ci ha portato ad amare questa serie: ti cattura e ti rende impossibile non arrivare alla fine.
È una trama ambiziosa e complessa, simile a True Detective con qualche richiamo a Dark. Le linee temporali si piegano così come le idee e le aspettative di chi guarda, quasi fosse un foglio di carta costantemente ripiegato su se stesso.

I temi trattati sembrano, inizialmente, del tutto abbozzati, buttati nella trama a caso e senza un nesso logico. Eppure, come ci insegna proprio Dark, tutto ha un senso. Inizialmente può apparire come la solita storia in cui un bambino sembra appartenere più alla dimensione soprannaturale che quella in cui viviamo, ma, andando avanti, si mettono insieme i pezzi di una vicenda che racconta molto di più e che ha un significato estremamente profondo e toccante.
L’ora del diavolo che dà il nome alla serie è quella delle 3:33. Spoileriamo subito il fatto che, sebbene il nome della serie sia questo, non ci sarà alcun essere demoniaco. Nel folklore le 3:33 sono designate come l’ora delle streghe, idea ripresa poi dalla cultura cristiana, che le ha trasformate nell’ora del diavolo. Questo momento della notte è considerato il più buio: è il più lontano dal giorno e quindi più esposto alle tenebre. Dal punto di vista scientifico, tra le 3 e le 4 di notte il nostro corpo produce più melatonina, e quindi è più predisposto a percepire ciò che ci circonda. Forse per questo è proprio in questa fascia oraria che è più probabile fare brutti sogni.
È proprio così che conosciamo Lucy, che si sveglia in preda a un incubo, proprio alle 3:33. Solo alla fine della serie si capirà il reale motivo per cui Lucy è quasi costretta a svegliarsi a quell’ora, un motivo che ha origine nel suo passato e, forse, anche prima.
La serie gioca su ciò che conosciamo e che diamo come assodato, per poi sovvertirlo completamente e trasformarlo nell’ultima cosa a cui avremmo mai pensato.

L’intreccio è spalmano su sei episodi, tutti più o meno di un’ora. Sebbene sei episodi possano sembrare pochi, in realtà riescono perfettamente a raccontare ciò che Moran ha in mente, senza lasciare buchi di trama, finali incompiuti e, anzi, l’ultima puntata ha un fortissimo impatto emotivo.
Moran usa una scrittura coinvolgente e ritmata: la narrazione non è mai noiosa e, anche se all’inizio sembra confusionaria, segue una linea ben precisa. Ci sono due linee narrative che inizialmente vengono percorse in maniera parallela, quella di Lucy e quella di Ravi Dillon (Nikesh Patel), il detective che indaga sugli omicidi. I loro destini ovviamente si intrecciano, ma prima che questo succeda vediamo i due in una sala interrogatori con il volto tumefatto di fronte a un individuo che poi scopriremo essere Gideon.
Si gioca quindi non solo su linee narrative parallele, ma anche su diverse linee temporali, riuscendo quindi a dare piccole informazioni allo spettatore su cosa accadrà, senza però farlo arrivare alla soluzione. Gideon sembra essere l’unico ad avere ogni risposta e l’interpretazione di Capaldi riesce a dare al personaggio una freddezza e un’empatia malata che sono un ulteriore motivo per cui si vuole arrivare alla fine della serie.

Jessica Raine e Peter Capaldi sono sicuramente il fiore all’occhiello di questa serie, che può essere etichettata come una delle migliori produzioni degli ultimi anni. Sono i loro discorsi ad aggiungere pathos e dubbi di valore morale e umano all’interno della storia, rendendo tutto non bianco e nero ma dipinto di una scala infinita di grigi. Capaldi ha un ruolo fondamentale poiché l’interpretazione del suo personaggio è decisamente la più complessa.
Gideon funge da deux ex machina e nel corso degli episodi svela i misteri dietro la vita e le reminiscenze di Lucy, che in realtà sono dei ricordi appartenenti al passato (o al futuro? Lo capirete meglio guardando la serie). L’ultimo episodio è il più pesante e toccante dal punto di vista emotivo. È difficile parlare di questa serie senza fare alcuno spoiler, ma vi anticipiamo che le reminiscenze di Lucy non sono riconducibili alla nostra idea di “ricordi”, ma a una concezione di vita ed esistenza che va oltre quello a cui siamo abituati.
L’ambiente e la critica sociale
Sebbene gli eventi di The Devil’s Hour ruotino intorno alla figura di Lucy e di Gideon, c’è spazio per un contesto estremamente realistico, in cui Moran non si trattiene dal criticare un ambiente sociale disegnato da problematiche veritiere. Il lavoro di Lucy, che è un’assistente sociale, ci aiuta ad avere una visione di questa parte del mondo, in cui troviamo famiglie in cui è presente violenza domestica, abuso di droghe, criminalità organizzata e molto altro.
Appare come una vera e propria denuncia sociale, una critica sincera e uno spunto di riflessione su quanto ancora c’è da migliorare.
La regia, la fotografia e il montaggio
The Devil’s Hour si presenta come un thriller e, di conseguenza, le inquadrature usate si avvicinano molto a questo mondo. Non appena ci avventuriamo nella vita di Lucy il tipo di narrazione visiva cambia, mostrando inquadrature fisse, lunghe, statiche, con primi piani e campi lunghi sui corridoi vuoti e poco illuminati. Se state pensando agli horror, siete sulla strada giusta.
Un elemento molto interessante della serie è proprio la commistione di generi che, sebbene per molti sia un grande e definitivo NOT TO DO, per The Devil’s Hour funziona benissimo. Non ci sarebbe altro modo per raccontare la storia di Moran e la regia di Johnny Allan e Isabelle Sieb sono perfette per questo progetto ambizioso. Sullo stesso piano c’è la meravigliosa fotografia di Stuart Biddlecombe e Bjørn Ståle Bratberg, che riescono a creare l’atmosfera perfetta, a metà tra un noir e un film sul soprannaturale.

I colori scuri, gli ambienti chiusi e le tonalità tendenti al verdognolo, non fanno altro che aumentare quel senso di irrequietezza che permea tutte le immagini della casa di Lucy, così come la scelta dei primi piani statici su Isaac, lasciati appositamente lunghi, a volte anche in maniera esagerata, servono ad aumentare l’inquietudine delle scene.
A volte la regia diventa molesta verso lo spettatore, rimanendo su un’immagine più del dovuto, proprio per creare quello stesso sentimento che Lucy o Ravi stanno provando, quella stessa paura o preoccupazione. E su questo sono riusciti perfettamente.

Il montaggio segue il ritmo narrativo: è veloce quando ci sono i salti temporali e diventa lento quanto cresce la suspence. Un lavoro ad hoc è stato fatto sull’ultima puntata, dove la spiegazione di Gideon viene mostrata agli spettatori e non solo raccontata, aggiungendo pezzi al puzzle e completando finalmente il mistero. Il montage finale non fa altro che arricchire la serie sia dal punto di vista visivo che emotivo: anche solo per l’ultima parte, questa serie andrebbe vista.
The Devil’s Hour è una perla che tutti dovrebbero vedere, che ci dà una visione diversa della nostra esistenza e pone tutto su un livello completamente inaspettato, facendoci riflettere non solo su noi stessi ma anche su come le nostre azioni influiscano sul resto dell’umanità.

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