The Bear: la serie che tutti dovrebbero vedere

In vista dell’uscita dell’attesissima terza stagione, vi parliamo di una delle serie più commentate e apprezzate degli ultimi anni. The Bear può essere definita una commedia drammatica, distribuita negli USA da Hulu e arrivata in Italia il 22 Ottobre 2022 su Disney+.

La Trama

La storia creata da Christopher Storer racconta di un giovane chef del mondo dell’alta cucina che torna a Chicago per gestire la paninoteca italiana di famiglia dopo il suicidio di suo fratello maggiore, Michael. Il locale non è l’unica cosa che Carmen “Carmy” Berzatto (Jeremy Allen White) deve gestire, in quanto Michael lo ha lasciato sommerso dai debiti, nonché con una cucina fatiscente e una squadra indisciplinata. I rapporti con la sua brigata non sono dei migliori, soprattutto a causa di Richard “Richie” Jerimovich (Ebon Moss-Bachrach), che non brilla per ponderatezza. L’arrivo, però, di Sydney Adamu (Ayo Edebiri) comincia a cambiare le cose e riesce a dare la spinta giusta a Carmy per provare a far rinascere il locale.

Perché The Bear non è una storia semplice

Sebbene la trama di partenza non sia così originale, The Bear si rivela una vera e propria perla: è proprio grazie alla sua semplicità e alla raffinata caratterizzazione dei personaggi che la serie è diventata in pochissimo tempo un fenomeno globale, tanto da vantare, nella seconda stagione, non solo dieci episodi invece che otto ma anche star del mondo cinematografico e televisivo, come Olivia Colman, Will Poulter, Bob Odenkirk e Jamie Lee Curtis. Ciò non ha fatto altro che aumentare la bellezza della serie e darle ancora più valore.

Storer però è riuscito a catturare il pubblico ancora prima: la genialità di questa serie è il presentare uno spaccato di vita quotidiana e tutte le sue difficoltà. Siamo ormai abituati a vedere cucine e piatti articolati, ma non lo siamo a vivere costantemente le problematicità che affronta una brigata ancora acerba e composta da persone che di cucina, in fin dei conti, sanno poco o niente.

È Carmy, abituato alle cucine stellate, che fa andare tutto avanti per inerzia, cercando di salvare il ristorante e facendosi carico di questa missione impossibile per difendere non solo la memoria del fratello scomparso, ma di tutto ciò che rappresenta il “The Original Beef Of Chicagoland”.

The Bear ha preso piede in pochissimo tempo, diventando una delle serie evento degli ultimi anni, nonché una delle meglio riuscite dell’ultimo decennio. C’è da dire, però, che la storia ideata da Storer è tutt’altro che semplice: la messinscena è sofisticata e rimanda molto al cinema indipendente americano di Baumbach, e riesce a mescolare commedia e tragedia, creando un nuovo genere collegabile, per il momento, solo a The Bear. Lo spettatore viene fatto entrare all’improvviso, senza alcun cuscino pronto ad attendere la sua caduta, nella vita di Carmy, fatta di caos, urla e di mancanza di pulizia. Chi guarda è costretto a vivere emozioni complicate, soffocanti, che riescono a provocare lacrime così come risate.

La regia, il montaggio e il sound design

The Bear è il risultato di tante scelte stilistiche e registiche coraggiose, che hanno portato a un prodotto innovativo e talmente ben fatto da riuscire a far immergere chiunque guardi nella vita del protagonista. I personaggi sono scritti con cognizione di causa e tutti trovano il loro spazio all’interno degli episodi, evolvendosi e rivelandosi in maniera totale e introspettiva.

La scelta che ha fatto fare il salto di qualità alla serie risiede proprio in questo mostrare introspezione all’interno di un contesto che siamo abituati a vedere in altre circostanze, come un mondo perfetto e idilliaco. The Bear ci fa vedere una realtà fatta di dinamiche frenetiche, soffocanti, che si vanno a mischiare con problemi emotivi e traumi, legati al passato, al presente o alla paura del futuro. La cucina diventa lo specchio dei personaggi, così come la loro postazione è una lente d’ingrandimento sul caos delle loro vite.

Il cast è sicuramente uno degli elementi più validi della serie: tutti gli attori sono eccezionali, anche se spicca particolarmente Jeremy Allen White, che nella prima stagione è il fulcro di tutta la storia, Appare consumato e sconvolto, costretto a districarsi fra episodi di tachicardia e sonnambulismo, che molte volte lo portano ad appiccare involontariamente degli incendi. L’angoscia di Carmy è presente in ogni scena, in ogni battuta, in ogni sguardo profondo di Jeremy Allen White, che interpreta magistralmente un personaggio complesso, introverso, ma di cui riusciamo a leggere le emozioni e le paure.

Dalla seconda stagione cominciamo ad apprezzare tutti gli altri personaggi. Una menzione d’onore va a Richie, interpretato Ebon Boss-Bachrach, che da tipico bulletto usa la violenza fisica e verbale come unico mezzo di comunicazione, diventa un uomo che nasconde tragedie e sofferenze, attaccato al locale del suo migliore amico come se fosse la sua ultima spiaggia. Richie subisce una crescita esponenziale e nella seconda stagione un intero episodio, quello che abbiamo preferito in assoluto e che ci ha fatto emozionare dall’inizio alla fine, è proprio dedicato a lui.

Quando Richie, dopo uno stage in uno dei migliori ristoranti stellati di Chigaco, torna da Carmy, è un uomo completamente diverso: ha trovato il suo scopo e ha capito una delle lezioni più importanti della serie.

Ogni secondo conta.

Altro personaggio di cui non si parla mai abbastanza è Sydney Adamu, interpretata da Ayo Edebiri, che è il simbolo di quei giovani talenti che lottano per il proprio sogno. Sydney è una ragazza determinata e coraggiosa e nella seconda stagione viene approfondito non solo il suo aspetto psicologico ed emotivo, anche in lei estremamente caotico e complesso, ma anche il suo amore per il cibo, per la creatività e il suo desiderio di controllo per un lavoro che è diventato la sua vita. Anche in lei l’ansia fa da padrona, portandola ad avere momenti di panico e angoscia, ma Sydney rimane comunque un personaggio estremamente forte anche nelle sue fragilità, una persona da cui tutti dovremmo imparare qualcosa.

The Bear si allontana, quindi, dalla serialità televisiva facile: nella prima stagione gli episodi raggiungono al massimo i trenta minuti, ma tutti viene concentrato in quel poco tempo per riuscire a dare uno schiaffo allo spettatore, sia letterale che non. Infatti, il ritmo è frenetico, quasi casuale, come se i personaggi e le scene scivolassero lungo le note improvvisate di una canzone jazz.

Il tutto è unito a scelte registiche pensate proprio in chiave emotiva: ogni inquadratura ha un significato non solo funzionale ma anche emotivo all’interno della serie. I primi piani quando Carmy viene colto da un attacco di ansia, il montaggio veloce, i suoni ovattati, sono solo alcune delle scelte geniali che hanno reso questa serie incredibilmente bella.

La forma è tutto in The Bear, ma non è narrativamente inutile. Le inquadrature, così come il sound design diventano preponderanti nella spiegazione degli stati d’animo, del caos, così come delle relazioni interpersonali tra i personaggi. Si regge tutto su un equilibrio invisibile e abbiamo la sensazione che la puntata stessa possa scoppiare da un momento all’altro. Eppure, rimaniamo incollati allo schermo, perché è impossibile non provare empatia per i personaggi.

Il lavoro fatto con il sound design è degno dei migliori film moderni: ogni vibrazione, ogni piccolo suono, viene percepito dallo spettatore, sballottato tra grida ed emozioni, che tenta di tenere il filo della situazione. La presa diretta del suono nelle cucine, insieme al montaggio velocissimo, crea il mix perfetto di coinvolgimento. Il suono è un elemento narrativo importantissimo, tant’è che è presente soprattutto nei momenti di caos e difficoltà dei personaggi. In quel caso i rumori diventano preponderanti, diventando i protagonisti stessi della scena, in contrapposizione al personaggio stesso.

Tutti questi aspetti si vanno a fondere, creando un flusso emozionale che impregna ogni puntata: i conflitti diventano densi e le emozioni sono estremamente “banali” e verosimili che riescono a emozionarci come bambini.

The Bear si discosta dalle serie tv di questi tempi che propongono delle vie di fuga e mondi in cui nasconderci, per offrirci la vita reale, cruda e tangibile così come non lo è mai stata.

La terza stagione: cosa aspettarsi

Siamo tutti con il fiato sospeso per la terza stagione, ma in Italia la data di uscita non coinciderà con quella degli Stati Uniti. Infatti, negli USA la serie è già in onda, mentre noi dovremmo aspettare il 14 agosto (si spera senza ulteriori cambiamenti) per vedere la prima puntata di The Bear su Disney+.

Ci sono arrivate, però, delle recensioni da oltreoceano, che ci possono aiutare a capire in quale direzione andrà questa terza stagione. Sicuramente torneranno drammi familiare della famiglia di Carmy, così come dei problemi legati alla nuova gestione del The Bear.

Le puntate appena uscite della terza stagione sono piaciute moltissimo alla critica, tanto da avere un punteggio di 80/100 su Metacritic, un aggregatore di recensioni. La prima stagione aveva un punteggio di 88 e la seconda di 92. Questo non vuol dire che la terza sia in discesa, ma che, anche solo con poche puntate, sia riuscita a guadagnarsi un buonissimo punteggio.

Se rimanesse su questi livelli, The Bear 3 diventerebbe tra i migliori show televisivi del 2024. Abbiamo tantissimi motivi per adeguarci all’hype generale di questa stagione e non vediamo l’ora che arrivi agosto!

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