The boys 4 è finita e noi abbiamo ancora più domande di prima. L’ultima stagione dell’attesissima serie di Prime Video si è conclusa il 18 luglio, generando scompiglio tra i fan dopo 8 episodi di pura agonia. L’universo di The Boys ha sempre diviso a metà e in maniera netta: chi lo ama e chi lo odia. È uno di quei prodotti che non lascia ampio margine di dubbio e che ti porta a scegliere inevitabilmente un lato o l’altro.
La trama della quarta stagione
Billy Butcher, a cui sembrano restare solo pochi mesi di vita, ha perso tutto. Ryan è nelle mani di Homelander e i The Boys non sono più sotto la sua guida. La squadra è stanca delle sue bugie e dei suoi colpi di testa, mentre Hughie è l’unico che ancora prova a difenderlo. La Vought continua la sua guerra mediatica per manipolare l’opinione pubblica, mentre Victoria Neuman porta avanti il suo piano per arrivare alla presidenza. La posta diventa sempre più alta e i The Boys dovranno trovare un modo per collaborare e salvare il mondo, prima che sia troppo tardi.

I temi
La serie di Eric Kripke prende spunto dal fumetto omonimo di Garth Ennis e Darick Robertson e spinge a fare satira sulla società americana e, più in generale, su quella mondiale. The Boys, fin dalle prime stagioni, può essere visto come una critica quasi feroce verso fasce potenti della società che, nella serie, appaiono nel loro peggio.
Eppure, nell’universo di The Boys, tutto sembra avere senso. Arrivati alla quarta stagione, non siamo più sensibili di fronte alle scene splatter o ai momenti di follia dei personaggi, guidati più che mai dalle loro emozioni, seppur negative. Il pubblico impressionabile della prima stagione ha lasciato spazio a quello ormai abituato a questo tipo di scene, tanto da considerarle normali all’interno del contesto.
Riteniamo che questo sia un tema implicito molto importante da dover toccare, in quanto Kripke sembra voler dimostrare che le persone, esposte alla violenza, riescano ad accettarla più facilmente di quanto si possa pensare.
“Un tempo il sangue mi faceva ribrezzo, ora quasi nemmeno sussulto nel vederlo sgorgare a fiumi” è lo stesso Hughie ad ammetterlo, in uno dei suoi momenti di vulnerabilità.

E non possiamo che concordare con lui. In effetti, bisogna dire che sono state davvero poche le scene ripugnanti che abbiamo trovato nella quarta stagione, mentre altre erano talmente assurde (sì, ci riferiamo al bestiame-V) che non stonavano affatto con tutto l’universo creato attorno ai protagonisti.
Perché la storia di The Boys punta a questo: un universo alternativo in cui i supereroi sono i cattivi, idea talmente assurda da pensare che, la prima stagione, sembrava quasi destinata a fallire. Invece, siamo arrivati al punto in cui la serie è diventata un fenomeno globale e fa da lente di ingrandimento per la bruttezza del mondo.
I personaggi
La quarta stagione sembra fungere più che altro da approfondimento psicologico dei personaggi, di cui abbiamo visto poco nelle stagioni precedenti. L’aspetto umano e i traumi legati al passato sono gli elementi che caratterizzano maggiormente i personaggi in quest’ultima stagione. I primi sette episodi si prendono tutto il tempo necessario a farci entrare nella mente dei protagonisti, cosa che era mancata nelle tre stagioni precedenti, approfondendo così il loro lato più reale.
Le storyline sono sempre divise in due gruppi, corrispondenti alle fazioni presenti nella guerra: i The Boys e Homelander. Ciò nonostante, sono cambiate varie dinamiche in entrambe le squadre.
I The Boys non sono più guidati da Butcher, cagionevole per il tumore causato dal compound V, mentre verranno affidati a MM, nonostante sia anch’esso un personaggio problematico all’interno della trama. Abbiamo notato che in questa stagione ogni personaggio ha il proprio spazio, creando così una fitta rete emotiva che ti lega, per forza di cose, ad ognuno di loro, una scelta saggia proprio in visione dell’ultima stagione. Speriamo di non doverci aspettare delle brutte sorprese.
Butcher rimane sempre uno degli elementi più forti all’interno della trama: Karl Urban sarebbe capace di recitare anche in solitaria, tanto è bravo a riempire lo schermo con la sua presenza scenica. Rimane sempre la stessa persona ironica e drammatica, stavolta, però, divisa in due. Il personaggio di Butcher è forse quello con più arco narrativo all’interno della serie, insieme ad Homelander.

Si trova diviso fra la cosa giusta e la cosa che vorrebbe fosse giusta. Il grigio è il colore della serie, così come le scelte di Butcher, che arriva persino a tentare un genocidio dei Supes, il tutto dopo aver tentato, invano, di riportare Ryan dalla sua parte. Forzato? No, realistico.
Butcher è spesso guidato dalla disperazione e questa stagione è stata fondamentale per la crescita del personaggio e per la sua perdita di umanità. Non vogliamo svelarvi troppo, nonostante ormai l’ultima puntata sia uscita, ma il personaggio di Joe Kessler avrà un ruolo fondamentale all’interno della storia.
Abbiamo trovato il passato di Franchie leggermente fuori posto, quasi forzato rispetto a quello di Kimiko, di cui finalmente scopriamo l’origine dei traumi. Entrambi portano avanti la stessa linea narrativa ma su Frenchie stona, proprio perché il suo “non perdonarsi” sembra nuovo rispetto al trauma di Kimiko.
Hughie è il povero mal capitato che non ha un attimo di pace all’interno della serie. Anche lui è costretto a fare i conti con il proprio passato, dovendo affrontare la madre proprio a causa di una crisi familiare. Allo stesso tempo porta avanti il suo lavoro con i Boys, finendo in situazioni assurde e pericolose.
Personaggio che nelle prime stagioni era decisamente interessante, Starlight ha perso un po’ della sua luce, diventando un ulteriore messaggio all’interno della trama: nessuno è perfetto e tutti abbiamo commesso dei terribili errori. Riteniamo sia questo il desiderio di Kripke, che punta a mostrare come la perfetta idea di Annie Jenuary sia in realtà macchiata dalle stesse colpe di tutti gli altri.

Dal punto di vista della Vought, invece, Homelander sembra ritrovare la sua umanità. È un’idea spaventosa e terrificante, ma Anthony Starr interpreta egregiamente il dramma di Homelander, che decide di chiudere i conti con il proprio passato, dopo essersi accorto di qualcosa di sconcertante: sta invecchiando. Homelander tenta di creare un legame con Ryan, mentre affronta da solo il suo passato, fino ad arrivare alla quarta puntata, dove viene rappresentata benissimo la sua mostruosità e vulnerabilità.
Non mancano sorprese nel resto dei Supes, con il pentimento di A-Train, l’entrata in scena, molto apprezzata di Sage e quella meno piacevole di Firecraker, mentre il viscido Deep e il non più silenzioso Black Noir tentano costantemente di trovare il loro posto all’interno del gruppo.
Il montaggio, le colonne sonore e la regia
Naturalmente uno degli elementi che abbiamo preferito in questa quarta stagione è proprio la scelta delle colonne sonore, che sembrano combaciare perfettamente con i mood e le ambientazioni differenti dei personaggi. La scelta delle musiche è fondamentale per aumentare hype e per generare un fenomeno di ridondanza tra il pubblico: ora, non potremmo più ascoltare “Dream on” senza pensare a The Boys!
La regia continua ad apparire impeccabile, con sequenze perfette e pulite, tipiche dei film Marvel, mentre la fotografia appare sempre fredda e spenta, citazione invece dell’universo DC. Ci sono tanti elementi che funzionano egregiamente dal punto di vista tecnico e che portano anche a conoscere meglio i personaggi dal punto di vista emotivo.

Un esempio fra tanti, è Homelander, che con i suoi primi piani riesce quasi a parlare pur rimanendo in silenzio per tutto il tempo. La scelta registica di queste immagini lunghe, prolungate, non fa che aumentare il riscontro emotivo nello spettatore.
Sebbene le location e gli ambienti siano sempre gli stessi, il montaggio rende tutto molto scorrevole e non fa percepire un senso di pesantezza tipico di queste situazioni. Le sequenze sono articolate ma i tagli sono veloci, al ritmo con la narrazione, creando un prodotto fresco.
La quarta stagione come cuscinetto?
Quando è stata annunciata la quinta stagione, molti hanno pensato che la quarta dovesse fungere come stagione di passaggio, un legame fra gli spin-off e l’ultima stagione di The Boys. In realtà, riteniamo che, sebbene l’azione in sé sia stata poca all’interno della narrazione e che solo l’ultima puntata abbia puntato a quella che sarà poi la fine, la quarta abbia un valore non indifferente.
Abbiamo conosciuto i personaggi e ciò che hanno da perdere. La trama si è mossa, lentamente, ma si è spostata verso il punto di non ritorno, portandoci a temere per le vite dei personaggi, che ora conosciamo più profondamente.

Se fosse finita con la quarta stagione e non ci fosse stato il lavoro che Kripke ha fatto sui personaggi, con molta probabilità non ci saremmo mai emozionati di fronte alla vittoria, alla sconfitta o alla morte di qualcuno di loro. In questo modo, invece, siamo in fibrillazione per sapere cosa succederà e come, mentre le supposizioni per chi sopravvivrà o morirà aumentano. Più che una stagione cuscinetto, la definiremmo una stagione furba.
Non ci resta che aspettare la prossima, con la consapevolezza che, qualunque cosa Eric Kripke abbia in mente, di certo ci sorprenderà.
