Com’è che si dice? Non c’è due senza tre, ed eccoci, dunque, di nuovo qua, alla terza puntata del Salotto di Nath, dove ogni retroscena viene portato alla luce! Con noi oggi abbiamo uno straordinario scrittore, la cui eccezionale maestria ci trasporta nelle vie insanguinate di Bologna, dove passato e presente si mescolano in modo avvincente. Di chi sto parlando? Di William Bavone: un autore di grande talento il cui primo romanzo, “Il morso del varano“, pubblicato con Newton Compton, è una dimostrazione della sua straordinaria capacità narrativa.
Dunque, non mi resta che augurarvi una buona lettura!!
───── ⑅ ♡ ⑅ ─────
Come possiamo leggere, “Il morso del varano” introduce Nico de Luca, conosciuto come il “Salentino Albino”, un pugliese arrivato in Emilia per seguire le proprie ambizioni professionali. Qual è stata, dunque, la sua ispirazione per creare questo personaggio e quali aspetti del suo passato influenzano maggiormente la sua personalità?
William Bavone: Sicuramente Nico De Luca mi appartiene. Quando si scrive occorre basarsi su luoghi e descrizioni che si conoscono bene. In questo caso il nostro ispettore ha le mie stesse origini e qualche tratto fisico che ci accomuna. Per il resto si è evoluto fino a diventare una persona con una propria storia e personalità. Il fatto che sia partito da qualcosa che riconducesse a me è facile da spiegare: quando scrissi la prima stesura di questo romanzo, avevo una certa fretta e, per tanto, ho dovuto fare di necessità virtù. Poi però, come spesso accade, i personaggi evolvono e “pretendono” di imporre il proprio “io”. De Luca non è stato da meno in questo percorso e oggi lo posso “guardare” come un buon amico molto diverso da me.
Abbiamo avuto modo di leggere il suo libro in anteprima (ringraziamo Newton Compton per questa opportunità) e la nostra collega @bipolarbooks menziona alcuni elementi della trama che potrebbero risultare forzati. Quali sono, dunque, secondo lei i principali e come ha lavorato per integrarli nella storia in modo efficace?
William Bavone: Sul tema delle forzature devo evitare lo spoiler e quindi ne nego l’esistenza in questo modo: se l’assassino ha i baffi, non posso sospettare di qualsiasi cittadino che non si è raso la barba sotto il naso. Se lo facessi, sarei paranoico. Con ciò non voglio negarmi a eventuali critiche. Ognuno ha il suo modo di leggere e vivere una storia e una storia non è altro il modo più bello di immaginarsi nei panni di qualcun altro. È normale che in questo gioco narrativo capiti che un lettore si opponga a determinate scelte e ne pretenda altre. È il bello del coinvolgimento emotivo e va benissimo così.
Sempre in riferimento alla recensione, ci sono alcuni aspetti importanti che sembrano essere stati tratti in maniera sommaria. Ci sono alcuni aspetti che avrebbe voluto approfondire di più?
William Bavone: Se c’è qualcosa di poco messo in luce vorrà dire che serviranno altre pagine per rendere giustizia a questa mancanza. Con questo voglio dire che magari ci sarà altro da dire in futuro e che la storia di De Luca è solo iniziata. Ma se circoscriviamo il discorso a “Il morso del Varano” dobbiamo considerare quelle che sono le scelte stilistiche, il modo di dipingere le storie di chi le scrive. Nello specifico, sul finale, c’è una consapevolezza narrativa nello sfumare le immagini in qualcosa che il lettore può ben spingere oltre senza il mio aiuto. Tutto qui.
A proposito di questo approccio, c’è una parte del libro dove Nico sembra trascurare alcuni indizi evidenti. Può spiegare questa scelta narrativa?
William Bavone: Non c’è nessuna scelta narrativa che esclude chiari indizi. Ripeto: se l’assassino ha i baffi, non posso sospettare di qualsiasi cittadino che non si è raso la barba sotto il naso. Se lo facessi, sarei paranoico.
Ottimo punto di vista e non possono che concordare con lei. C’è un’altra cosa che, in qualche maniera, riesce a coinvolgere emotivamente il lettore e stiamo parlando del rapporto tra Nico de Luca e sua nipote Giulia, che nel romanzo è centrale. Come ha, dunque, bilanciato questo elemento personale con l’indagine criminale?
William Bavone: Questa storia si muove su due livelli. Da un lato abbiamo l’indagine e con essa viene tratto il tema della soggettività del senso di giustizia e di legge; dall’altro lato c’è il confronto generazionale e con questo scendiamo nell’intimo di Nico De Luca. Il rapporto con Giulia, sua nipote, sfiora l’intimo dell’essere umano e questo è reale. Non avevo voglia di scrivere un’indagine classica dove l’eroe insegue il cattivo di turno. Viviamo in un tempo in cui gli eroi non servono a nulla e in cui abbiamo un forte bisogno di riappropriarci di un’umanità dimenticata. De Luca vuole essere questo: un’umanità con tutte le sue fragilità, i suoi punti di luce e di ombra, e che, nonostante tutto, cerca di farla andare nel verso giusto. Come chiunque, senza super poteri intuitivi e con del cibo surgelato in freezer. La narrazione a due livelli credo abbia un suo equilibrio ed è visivamente percepibile facendo caso alle parole utilizzate: nell’intimità non troverete mai le parole “ispettore” o “De Luca”, no, lì è l’identità più interiore ad avere la scena e quindi è solo e soltanto “Nico”.
Un altro elemento cardine della storia è Bologna, descritta in maniera elegante e dettagliata all’interno del suo romanzo. E la domanda sorge spontanea: quanto è stato importante per lei rappresentare fedelmente la città e in che modo pensa che l’ambientazione influenzi la trama?
William Bavone: Ogni storia credo abbia la necessità di aderire perfettamente ai luoghi che la ospitano. Ci si deve sempre poter orientare nei luoghi come nei cinque sensi che ci appartengono e il lettore deve poter sovrapporre la fiction con la realtà. In narrativa non è facile e il rischio di inciampare in sterili descrizioni è dietro l’angolo. Però posso dirvi anche come è nato tutto in fase di progettazione: avevo un’idea precisa sull’indagine e i temi che sarebbero confluiti in essa, ma non un luogo. Poi mi sono chiesto in modo banale “dove mi piacerebbe vivere?” e me lo sono chiesto mentre ascoltavo La Locomotiva di Francesco Guccini. La risposta è stata naturale: Bologna, Via Paolo Fabbri.
Bologna, dunque, si eleva come palcoscenico di questi eventi, quali sono gli omicidi. E a proposito di quest’ultimi, vediamo che gli omicidi di Filippo Stefanini e Giorgio Spiga sembrano scollegati ma si riveleranno connessi. Come è riuscito a costruire questo fil rouge che li unisce?
William Bavone: L’unione di più omicidi deve essere ovviamente una scoperta, un progressivo venir fuori di congetture utili a mettere insieme i pezzi. In fase di progettazione si ha il quadro ben chiaro di cosa accade, ma il gioco intellettuale è nel rimescolare tutto per iniziare il gioco con il lettore. Nulla viene nascosto o omesso, ma si procede assieme per riportare alla luce ogni tassello del puzzle. Poi, in modo pragmatico, ogni persona può avere mille motivi per essere ucciso e mille nello stesso momento. La margherita la si sfoglia petalo per petalo fino a che non si stringe tra le dita il movente giusto e si riparte con una nuova margherita per scovare chi è l’assassino.
Non ha tutti i torti ma adesso spostiamo la nostra attenzione sulle ultime tre domande, volte a soddisfare qualche curiosità da un lettore amante dei thriller (cioè io ahahahah). È possibile, infatti, notare che utilizza la prima persona per l’assassino e la terza per l’ispettore: è una scelta davvero molto interessante e intrigante. Come questa scelta narrativa arricchisce la lettura e la comprensione dei personaggi?
William Bavone: La scelta di due punti di vista differenti da la possibilità al lettore di non perdersi le sfumature più intime dei personaggi. Abitualmente non ci costa fatica avere empatia verso chi è buono. De Luca si presta al nostro consenso, è nostro amico e per questo ci viene spontaneo seguirlo. Ecco quindi che basta la terza persona per accendere il legame tra personaggio e lettore. Al contrario, con il cattivo è più complesso. Quando leggiamo il rapporto in cui ci immedesimiamo è di antagonismo perché ci schieriamo subito con il nostro ispettore. Io invece avevo bisogno di far comprendere, per quanto possibile, anche il punto di vista del male e l’unico modo per entrare in contatto con il buio dell’animo umano era trasportare il lettore dentro l’antagonista: narrazione in prima persona. È straniante, lo capisco, ma è l’unico modo per spingere il lettore alla comprensione che il male esiste, è dentro di noi e ha solo bisogno di un innesco.
Un male che è come una bomba ad orologeria, mi viene da associare. Tuttavia, qual è stata la sfida più grande nello scrivere questo thriller e come ha superato eventuali ostacoli creativi durante la stesura?
William Bavone: Questa è una domanda difficile o meglio, la risposta è complicata perché prevede un movimento leggiadro tra i cristalli. Mettiamola così: nel mio immaginario Nico De Luca ha una storia con un inizio e una fine e in questo momento “ammazzo” il tempo scarabocchiandone il terzo atto.
Terzo atto che non vediamo l’ora di leggere! Quindi, guardando avanti, quali sono i suoi piani per il personaggio di Nico De Luca? Mi pare di intuire che ha già in mente nuove avventure per lui. Può svelarci qualcosa?
William Bavone: Ringrazio voi di Bee Chronicles News per l’ospitalità e per aver letto “Il morso del varano”. Ai vostri lettori dico di non fidarsi delle mie parole, ma di quelle di Carlo Lucarelli in quarta di copertina… buona lettura.
Ed eccoci arrivato alla fine della nostra terza puntata e ci tenevo, a nome di tutto il Bee Chronicles, di ringraziare ancora William Bavone per la professionalità con cui ha accettato l’intervista e noi non possiamo che raccomandarvi calorosamente di leggere il suo libro: “Il morso del varano” (edito da Newton Compton) è disponibile in tutte le librerie ed in tutti i digital store. Siamo certi che la sua penna non vi deluderà e noi non vediamo l’ora di leggere altre indagini firmate Bavone, sicuri che continueranno a tenerci incollati fino all’ultima riga!
Ci vediamo alla prossima puntata!!!
A cura di: @literaly_nath (IG)
