Bentornati! Oggi, alla quarta puntata del Salotto di Nath, parleremo con una donna straordinaria, capace di pizzicare le corde più intime della nostra anima. Sto parlando di Giusi d’Urso che con il suo romanzo “Se camminare fa troppo rumore” ci narra di tutte quelle difficoltà che si provano quando si sta diventando adulti, specialmente in una famiglia segnata dalla follia e impregnata dal modello patriarcale. Dunque, come sempre, non mi resta che augurarvi una buona lettura!!
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Benvenuta Giusi e grazie di essere qui con noi oggi. Allora, come possiamo leggere nella trama, il tuo libro alterna lucidità e delirio all’interno della narrazione. Mi domando come sei riuscita a sviluppare questo stile e quali sono state le sfide che hai dovuto affrontare per equilibrare questi due aspetti.
Giusi D’Urso: L’idea di alternare due tipi di narrazione è nata con il personaggio di Sofia, giovane donna colta e intelligente, profondamente provata da un’infanzia difficile. Ho cercato di farla parlare attraverso un flusso di pensieri alterato e allo stesso tempo in grado di ricostruire una sua narrazione. Mantenere l’equilibrio fra le due “voci” non è stato semplice, ma è stata una bella sfida, come quella della struttura del romanzo, diviso in tre parti, in tre giorni.
A proposito di Sofia: notiamo che essa, da adolescente, si trasferirà a Pisa con la sua famiglia, dove qui la città sembra inospitale. Perché hai scelto proprio Pisa come ambientazione e come pensi che la città influisca sulla storia?
Giusi D’Urso: Oltre al fatto che si tratta di una città che conosco bene perché ci abito da molto tempo, credo mi abbia convinto soprattutto la presenza del fiume e dei ponti, funzionali alla storia di Sofia. Mi intrigava la simbologia di queste due caratteristiche: l’acqua di un fiume che scorre così lentamente da sembrare quasi risalire verso la sorgente; i ponti che collegano la parte di Mezzogiorno a quella di Tramontana: due metà separate dal fiume. Anche Sofia ha due parti, due vite da tenere insieme, quella precedente e quella successiva al trasferimento in Toscana.
Quindi, possiamo capire, dalle tue parole, che la vita di Sofia è composta da due parti. Una sorta di vista spezzata, frammentata. E questo si riflette anche nel tuo libro: “Se camminare fa troppo rumore”, che racconta infatti una storia frammentata che si risolve solo nelle ultime pagine e quindi, come sei riuscita a costruire la trama per mantenere il lettore coinvolto fino alla fine?
Giusi D’Urso: Nel momento in cui ho capito cosa volevo raccontare ho scelto una struttura divisa in tre parti: tre giorni. Questo ha condizionato tutta la narrazione. Il problema più difficile da affrontare è stato far raccontare a Sofia una vita intera nell’intervallo temporale di tre soli giorni. L’alternanza dei piani temporali mi ha aiutata molto: la frammentazione del racconto è stata la chiave per entrare nel labirinto. Ho sperato che il lettore entrasse con me e vi rimanesse prigioniero sin dalle prime pagine. Spero di esserci riuscita.
Oh ci sei riuscita pienamente e molto bene: complimenti! Anche perché nel romanzo affronti temi molto attuali come il disagio psichico e il dramma esistenziale. E la domanda mi viene spontanea: cosa ti ha spinta a esplorare questi e come speri che i lettori si connettano con essi?
Giusi D’Urso: Sofia e Filomena sono due facce della stessa medaglia: due ragazzine che tentano di diventare adulte e di trovare la loro strada, nonostante famiglie disfunzionali alle spalle; una con l’occasione di una vita migliore e l’altra condannata alla vita claustrofobica del paese. Crescere in una famiglia devastata dalla malattia mentale è faticoso, a volte impossibile. Avevo in mente questa storia e ho provato a scriverla senza tirarmi indietro davanti all’orrore che certi contesti producono: la mia priorità era scrivere senza risparmiare nulla né a me né al lettore. Per me era l’unico modo di raccontare questa storia.
Sono davvero impressionato: una missione così nobile che riesce ad arrivare dritta al cuore dei lettori. E penso che questa sia stata la carta vincente del romanzo: il fatto che al lettore non gli sia stato risparmiato nulla, tantomeno la battaglia della protagonista contro sé stessa e la società, altro tema molto centrale nella storia. E come sei riuscita a sviluppare il personaggio di Sofia e quali aspetti della sua lotta ritieni più significativi?
Giusi D’Urso: Sofia è ossessionata dalla voglia di riscattarsi. Vuole a tutti i costi liberarsi dal controllo del padre, dall’ambiguità della madre, dai fantasmi che la notte popolano le ore insonni. Vuole, o meglio vorrebbe, diventare una donna libera, sicura di sé e così fare scelte diverse da quelle che ha fatto sua madre. Ma la sua lotta per sopravvivere e per riscattarsi è contro forze impari (la follia, la misoginia, la violenza fisica e psicologica, l’indifferenza delle persone che incontra nella sua vita). Forse l’aspetto più significativo è proprio questo: Sofia ci dimostra che non sempre volere è potere.
E proprio il modello patriarcale e la follia familiare sono elementi chiave nel libro. Come vedi queste dinamiche influenzare la vita della protagonista e quali messaggi speri di trasmettere riguardo a questi temi?
Giusi D’Urso: Sono appunto forze e ostacoli che Sofia non può evitare, non può gestire, né soverchiare. E’ completamente annullata dal dolore e dalla paura. Non ho mai pensato di trasmettere dei messaggi attraverso il mio romanzo. E non credo che sia questo il compito di chi scrive storie. I temi di cui parlo nel mio libro sono purtroppo molto attuali: lo sono stati e lo sono ancora. Questo rende la storia di Sofia e Filomena riconoscibile, decifrabile, ma resta pur sempre un romanzo e nulla di più.
Interessante punto di vista ma adesso, se mi consenti, vorrei cambiare binario. Sappiamo, infatti, che l’abito non fa il monaco, ma il titolo “Se camminare fa troppo rumore” è molto evocativo e intrigante. Ci puoi raccontare il significato dietro questo titolo e come esso riflette il contenuto del libro?
Giusi D’Urso: Il merito del titolo è dei miei editori, Roberto Maggiani e Giuliano Brenna che hanno scovato nel testo le parole adeguate a rappresentare la storia. Camminare è per la protagonista un modo di stare al mondo, così come lo è per suo padre: l’irrequietezza che contraddistingue le loro vite è animata da un’energia tossica, mai costruttiva, sempre nevrotica, inarrestabile. Sofia cammina in casa, in città, sui ponti, lungo il fiume, come se tutto il mondo che la circonda non tollerasse troppo a lungo la sua presenza. Come se lei stessa non meritasse di sostare, rallentare, prendersi del tempo, guardarsi dentro, rispondere ai suoi bisogni più profondi, ai suoi desideri.
Dalle tue parole, quindi, possiamo capire che la protagonista percepisce la società come indifferente e inadeguata di fronte al disagio psichico. Come vedi la rappresentazione della società nel tuo libro rispecchiata nella realtà odierna?
Giusi D’Urso: Il mio romanzo racconta una storia di disagio psichico e di indifferenza sociale: potrebbe essere una delle storie che leggiamo spesso sui quotidiani. Dopo gli anni di pandemia, lo sappiamo, il disagio psichico, soprattutto giovanile, è molto aumentato: i numeri sono preoccupanti. Qualche tempo fa ho letto “Soffro, dunque siamo” di Marco Rovelli, pubblicato da Minimum Fax, che affronta proprio questo tema. E’ un testo accessibile, interessante e supportato da una buona bibliografia: vi ho ritrovato molti dati che sono coerenti a quelli che per lavoro maneggio spesso, cioè i dati epidemiologici relativi ai disturbi alimentari. Credo che del disagio psichico soprattutto giovanile dovremmo parlare di più e lavorare tutti, ognuno nel suo contesto e con i propri strumenti, per creare reti sociali in grado di garantire relazioni sane e di aiuto alle persone in difficoltà. Chi soffre di disturbi d’ansia, dell’umore o del comportamento alimentare non ha solo la necessità di essere curato dagli specialisti sanitari preparati, ma di essere accolto in ambienti sociali contenitivi e costruttivi che garantiscano inclusione e supporto alle terapie.
Parlando stilisticamente: qual è stato il processo creativo dietro la scrittura di questo libro? Hai forse seguito un metodo particolare per sviluppare la narrazione frammentata e i temi complessi?
Giusi D’Urso: C’è questa faccenda che ho già raccontato: scrissi un incipit durante un corso di scrittura, all’insegnante piacque, mi consigliò di sviluppare la storia e di sfruttare quelle prime cartelle, di mantenere quella voce. Durante quel corso sono stata affidata a una editor in formazione che mi ha aiutato a strutturare la storia e che, terminato il corso, ha continuato a seguirmi. Ne è nata una bella amicizia e l’occasione, per me, di credere nel romanzo, oltre che di acquisire strumenti di narratologia. Ho lavorato al romanzo durante la pandemia da Covid-19: avere più tempo tempo a disposizione mi ha permesso di concentrarmi sulla narrazione e di studiare come rendere funzionale la struttura frammentata. Ricordo tre grandi strisce di carta, una per ogni giorno della storia, scritte a penna, stese sul pavimento della mia sala; e una serie di frecce colorate, prodotte con carta di recupero, fare da ponte fra una striscia e l’altra. E’ stato complicato, ma mi sono divertita.
Quindi vediamo che i consigli arrivano quando uno meno se lo aspetta. E sempre parlando della tua vita personale, c’è stata un’esperienza specifica che ha ispirato questo romanzo? Come le tue esperienze personali hanno influenzato la tua scrittura e la creazione dei personaggi?
Giusi D’Urso: Di sicuro c’è lo sradicamento. Sono nata in Sicilia e mi sono trasferita in Toscana durante l’adolescenza. Quindi ho prestato a Sofia i sentimenti e quel particolare dolore che si instaurano intorno allo sradicamento. C’è un senso di grande smarrimento, la paura di non riuscire ad adattarsi, l’insicurezza rispetto a quello che si è stati prima: diventare adulti in un luogo diverso da quello in cui si nasce e si vive per una parte della propria vita significa fare i conti con il problema del riposizionamento. Sofia, a un certo punto del suo racconto, dice che non ha superato le prove della lingua, e questo la mette in una posizione di disagio e difficoltà comunicativa, non le permette, insieme a tutti gli altri problemi che la sfiniscono, di integrarsi e di procedere in modo naturale nella crescita e nella realizzazione come persona. Nella mia esperienza di sradicata non ho dovuto affrontare questo ostacolo: a casa mia non si parlava il dialetto se non in rari casi, per cui la mia lingua si è adattata senza difficoltà ai suoni toscani. Tuttavia, il mio trasferimento e i sentimenti di quegli anni mi hanno aiutato a costruire e a “sentire” le problematiche di Sofia. Raccontare il suo sradicamento mi ha aiutato anche a capire alcuni aspetti del mio.
Per concludere: un saluto ai nostri affezionati lettori?
Giusi D’Urso: Care lettrici e cari lettori di Bee Chronicles, spero che leggerete “Se camminare fa troppo rumore” e che vi affezionerete a Sofia e Filomena, la qual cosa mi renderebbe molto felice. Un caro saluto a tutte e tutti e grazie alla redazione per questa bella intervista.
E anche quest’intervista purtroppo è giunta al termine, ma permettete di riprendere alcune parole che sono state scritte dalla nostra collega @Ale_opinionerd nel suo articolo in merito a questo libro: […] è un romanzo che merita di essere letto e aprezzato. La sua narrazione complessa e stratificata, la profondità dei temi trattati e la forza della sua critica sociale lo rendono un’opera di grande valore […]. E come non posso concordare con le sue parole? In questa sede, Giusi ci ha aperto gli occhi su un mondo ancora troppo cieco: dobbiamo riflettere sulle difficoltà della crescita e sulla necessità di una società più empatica e solidale. CORRETE A LEGGERE QUESTO LIBRO!
Alla prossima puntata!!!
A cura di: @literaly_nath (IG)
