Sweet Home: una riflessione sulla nostra umanità

Dal 19 luglio è disponibile su Netflix la terza attesissima e ultima stagione di Sweet Home (in hangeul 스위트홈), il drama horror made in Corea che ha scatenato opinioni controverse nel pubblico. Creata da Hong So-ri, Kim Hyung-min e Park So-jeong, la serie si basa sull’omonimo webtoon del 2017, scritto da Kim Carnby e illustrato da Hwang Young-chan. Con un cast che comprende Song Kang, Lee Jin-uk, Lee Si-young, Ko Min-si e Lee Do-hyun, questa nuova stagione tenta di risollevare le sorti della seconda che, secondo il pubblico, si è discostata troppo dalla prima, che rimane a oggi quella più apprezzata.

La trama

Nella prima stagione siamo catapultati in un mondo che “sta per finire”, costretti a vivere nella Green House insieme ai suoi condomini, a cui riusciamo ad affezionarci talmente tanto da piangerne la morte. Nella seconda stagione i superstiti della Green House abbandonano il loro rifugio, ormai troppo pericoloso, per raggiungere lo stadio della città, sorvegliato dal gruppo di militari chiamati Plotone Corvo. Avevamo lasciato i nostri personaggi in una situazione tutt’altro che piacevole: Seo Yi-kyung (Lee Si-young), che nella prima stagione scopre di essere incinta, dà alla luce una bambina (Kim Si-a) che, infetta fin dalla nascita, ha la capacità di trasformare rapidamente gli umani in mostri e suoi seguaci.

Nel frattempo, Hyun-su (Song Kang) viene catturato da Jung Ui-myeong, il mostro che ha preso il controllo del corpo di Pyeon Sang-wook (Lee Jin-wook), e sottoposto ai numerosi e dolorosi esperimenti del Dr. Lim (Oh Jung-se). Il Dr. Lim considera gli umani la vera malattia e, anzi, attraverso i suoi esperimenti cerca di comprendere appieno la “mostrificazione” che lui stesso desidera. Solo verso la fine della seconda stagione, il dottore comprende che l’evoluzione della ragazza umana sta progredendo e che la mostrificazione non è altro che una fase che precede quella di rinascita: si passa da mostri-umani a neo-umani. La terza stagione si concentra proprio su questo: l’era dei mostri, ormai nemmeno così spaventosi, sta giungendo alla fine e si lascia spazio per la nuova razza umana. I protagonisti dovranno fare di tutto per sopravvivere, soprattutto perché Ui-myeong non ha intenzione di arrendersi.

La narrazione e le ambientazioni delle tre stagioni

Le tre stagioni di Sweet Home riescono a stupire di volta in volta. La narrazione muta, così come mutano i personaggi e la loro storia, creando dinamiche sempre nuove che si traslano anche sul mondo esterno. Se la prima stagione era totalmente incentrata sugli eventi che riguardavano i sopravvissuti della Green House, nella seconda si apre un sipario e si mostra cosa sta succedendo al di fuori, come se la città fosse tutto il resto del mondo. La seconda stagione è un’amplificazione, quasi eccessiva, di tutto ciò che è successo nella prima, come se si volesse infastidire e innervosire chi guarda. Lo spettatore prova un costante disagio e una confusione che lo porta a tenere con fatica le fila del discorso.

In molti punti è persino complesso capire di chi si sta parlando e ricordarsi a quale linea narrativa appartiene quel personaggio. I nostri protagonisti della Green House sono messi da parte, per lasciare spazio a nuovi elementi importanti che avranno un ruolo fondamentale nella dinamica della storia. La narrazione diventa, così, molto più complessa e intricata, creando una profonda contraddizione tra prima e seconda stagione.

Il capitolo conclusivo di Sweet Home si concentra sul riconciliare la prima e la seconda stagione, cercando di ridare ritmo e logica agli eventi. Ci troviamo quindi con una trama che si destreggia tra due ambientazioni: ciò che accade nello stadio e ciò che succede nel mondo esterno, trovando un compromesso fra le prime due stagioni. Inoltre, in questo ultimo capitolo si aggiunge uno spazio più intimo: l’animo umano.

I temi e i personaggi: sono rimasti fedeli alla prima stagione?

Il punto di forza della serie risiede, senza alcun dubbio, nei personaggi: sebbene si basi su un webtoon e quindi su un universo già ben strutturato, la narrazione si discosta abbastanza dall’opera di Kim Carnby e Hwang Young-chan, per concentrarsi sui personaggi e le loro relazioni interpersonali. Non neghiamo che, in molti punti (di tutte e tre le stagioni) qualche piccola lacrima sia scappata di fronte alle perdite che i protagonisti devono affrontare, soprattutto perché, in molti casi, emerge quel lato umano e generoso che la nostra società ha dimenticato.

Sweet Home è una serie fatta per gli appassionati di horror, ma si distingue da tutte le altre perché, nonostante ci siano scene cruente il cui unico intento è quello di creare un profondo disagio, vi è anche un’invisibile sottotrama che lega tutti i personaggi e che risiede in un unico elemento: il non voler perdere la propria umanità.

È un concetto che tutti diamo per scontato, vivendo in una società in cui siamo per lo più privilegiati e lontani dal dover compiere scelte impossibili. In Sweet Home questo manca, ma le persone tentano di aggrapparsi come possono a quel barlume di umanità che è ancora viva dentro di loro, una piccola fiamma difficile da spegnere, nonostante le atrocità a cui assistono giorno dopo giorno.

Una menzione particolare va al personaggio di Lee Eun-yu (Go Min-si), che probabilmente è fra quelli che subisce una drastica trasformazione rispetto alla prima stagione e si arrende all’idea che la famiglia e, più in generale, i propri affetti sono tutto ciò per cui vale la pena lottare. Eun-yu può apparire come una persona egoista e incentrata solo su se stessa, ma in realtà è la chiara rappresentazione di qualcuno che non vuole arrendersi anche a costo di sacrificare gli altri, proprio per continuare a sperare di ricongiungersi a suo fratello e di salvare Hyun-su, per cui è evidente provi qualcosa.

Anche Lee Eun-hyuk (Lee Do-hyun), suo fratello, si è rivelato un personaggio estremamente interessante, sebbene non sia stato così tanto approfondito nella terza stagione. Il suo ritorno ha portato con sé molto hype, ma allo stesso tempo tanta delusione. Avremmo voluto una riappacificazione con Eun-yu, che non avviene se non negli ultimi istanti dell’ultima puntata e solo durante una visione di Eun-yu. L’Eun-hyuk che conoscevamo non esiste più e dobbiamo abituarci a questa nuova versione che, sebbene sia dotata di uno strano senso dell’umorismo nei confronti di Hyun-su, trova inutili le emozioni.

Il protagonista assoluto Cha Hyun-su (Song Khang) mantiene sempre alto il livello recitativo, riempiendo la scena con la sua forte personalità e la sua capacità di parlare pur rimanendo in silenzio. Il suo personaggio è in conflitto con se stesso, a metà fra il mostro e l’umano, che tentano di combattere l’uno contro l’altro. Nella terza stagione Hyun-su ha una rivelazione importante, così come la ha la sua parte infetta: sono due facce della stessa medaglia. Sono la stessa persona e, fondendosi, arrivano a un equilibrio che nessuno dei due si sarebbe aspettato.

I personaggi mutano, così come muta la storia, ma i temi restano sempre gli stessi, vividi e atroci fin dalla prima stagione. La sopravvivenza, la lotta per la propria identità e soprattutto, la lotta interiore.

Come sopra accennato, c’è una terza ambientazione che è riuscita a rendere questa stagione ancora più articolata, sebbene più lineare, delle altre due: uno spazio interiore in cui Hyun-su lotta con i propri demoni e con quelli di tutti gli altri, proprio per impedire la mostrificazione.

Questa è la dimensione che esplora la paura e l’umanità, rendendo i personaggi ancora più complessi: qui vediamo flashback di una vita passata o desideri mai avvenuti, ricordi della propria umanità ormai lontana, o parti oscure pronte a fagocitarla. Questa scelta ha reso possibile una maggiore profondità non solo dal punto di vista narrativo ma soprattutto emotivo, creando una linea empatica fra spettatore e personaggi.

Il finale

Nonostante le critiche sulla terza stagione siano pessime, riteniamo che le prime puntate dell’ultimo capitolo siano state sviluppate egregiamente, proprio a chiusura del cerchio aperto nella seconda stagione. Sweet Home è stato, fin dall’inizio, un progetto mastodontico forse troppo grande per tre sole stagioni, ma Netflix è comunque riuscita a dare una fine dignitosa ai nostri personaggi.

Il finale, tuttavia, ci è apparso troppo veloce, come se il numero di puntate fosse limitato e ci si dovesse sbrigare a sbrogliare tutta la matassa di fili creata nelle stagioni precedenti. Un esempio fra tanti è la mostrificazione di Eun-yu, che avviene in maniera troppo frettolosa e del tutto inaspettata. L’ultimo duello con Ui-myeong subisce un risvolto che nessuno aveva previsto, non ve lo sveleremo proprio per evitare qualunque tipo di spoiler, e che ci è parso un po’ forzato.

La puntata finale è rapida, forse troppo, soprattutto quando Hyun-su racconta di come umani e neo-umani abbiano imparato a vivere insieme, aiutandosi a vicenda lì dove erano le loro mancanze. Avremmo voluto saperne di più, magari con un’ulteriore stagione che affrontasse proprio il tema del “nuovo tipo di umanità”, così come avremmo voluto conoscere Eun-yu dopo il suo ingresso fra i neo-umani e capire se lei, a differenza del fratello, fosse ancora capace di provare emozioni.

Sweet Home finisce lì dove tutto è iniziato, alla Green House, chiamata da Hyun-su con il titolo della serie “casa dolce casa”, proprio per rendere reale il messaggio della “seconda possibilità”, di un nuovo inizio, e dell’immortalità della speranza, sebbene si sia tinto di una nota dolceamara. Nonostante le mancanze, Sweet Home riesce nel suo intento e si mostra per ciò che è realmente: un escamotage per farci riflettere sulla nostra umanità.

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