Inutile dire che uno dei titoli più attesi di questo 2024 era proprio The Bear, di cui ora è disponibile la terza stagione. In questo articolo avevamo già parlato delle due stagioni precedenti, proprio in attesa del nuovo capitolo. Vi ricordiamo che tutti gli episodi della nuova stagione di The Bear sono disponibile su Disney Plus+.
Trama
Alla fine della seconda stagione, finalmente assistiamo all’apertura, sempre turbolenta, del nuovo ristorante. Ora vediamo Carmen (Jeremy Allen White), Sydney (Ayo Edebiri) e Richie (Ebon-Moss Bachrach) impegnati a gestire il The Bear, cosa piuttosto complicata sia dal punto di vista economico, che relazionale, viste le tensioni interne nate nel corso dell’ultima puntata della seconda stagione.
Il litigio tra Carmen e Richie ha portato i due a non riuscire a chiarirsi e, anzi, avere visioni molto diverse sul come rendere perfetto il nuovo ristorante. Allo stesso tempo, Carmen sembra investito da una maniacale ricerca della perfezione che lo porta a scontrarsi spesso con Sydney, che si sente messa da parte, nonostante le sia stato proposto di firmare un accordo di collaborazione. A coronare il tutto, Jimmy, che ricorda costantemente quanta pressione grava su di loro e quanto sia necessario che il The Bear sia un’impresa profittevole.
Lo sviluppo dei personaggi
In questa stagione i tre protagonisti principali non sono mai troppo a stretto contatto l’uno con l’altro e questo permette di avere tre linee narrative diverse e interessanti da esplorare. Storer è stato molto furbo, decidendo di puntare sulla ricerca interiore e il tentativo da parte di tutti e tre di affrontare le proprie paure in solitudine, senza aiuti esterni.
Sebbene il comportamento adottato non sia sano, è una rappresentazione chiara e agghiacciante di come le persone al giorno d’oggi affrontino i propri drammi e i propri traumi. Abbiamo sempre saputo che la cucina di The Bear fosse uno specchio delle pressioni e delle ansie dettate da una società tossica, ma Storer riesce in qualche modo sempre a stupirci. Le immagini e i dialoghi non fanno che rendere sempre più evidente un problema sociale ed emotivo che affligge le persone quotidianamente.
È stato molto interessante avere uno scorcio di Carmy prima di tutto ciò che lo ha reso l’irrequieto, aggressivo e ansioso chef che consociamo. La prima puntata può considerarsi una vera e propria poesia, un’ode al passato tranquillo e sereno del suo percorso di studi, con frammenti di ciò che lo ha lentamente cambiato. È stata, infatti, proprio un’esperienza passata a consolidare le sue insicurezze e quindi a generare un trauma che a mano a mano ha portato a quello che è oggi.

Non vi sveleremo troppi dettagli, proprio perché è una serie che va scoperta minuto dopo minuto, frame dopo frame, e parlarne prima rovinerebbe il carico emotivo di ogni immagine.
Sydney si conferma come il personaggio della serie alla costante ricerca di una crescita personale che però viene regolarmente ostacolata: se da una parte è Carmen il primo a metterle i bastoni tra le ruote, in maniera inconscia (chi ha visto la serie sa di cosa parliamo) dall’altra è una proposta inaspettata a farla vacillare. Sydney si trova divisa fra il The Bear e ciò che lei vorrebbe essere, fra il luogo a cui è affezionata, le persone con cui ha condiviso gioie e litigate e una possibilità di un futuro in cui è libera di esprimersi.
Questa situazione non fa altro che aumentare i suoi momenti di ansia, i pensieri martellanti che l’attrice riesce a mostrare anche senza una voce fuoricampo. Sydney è stato un personaggio che abbiamo apprezzato particolarmente in questa stagione, in quanto Storer e Ayo Edebiri sono riusciti a darle ancora più spessore e a renderla estremamente complessa, così come siamo complessi noi nelle scelte di vita.

Richie si conferma essere il personaggio che ha subito un cambiamento radicale ma che fatica a lasciare andare via le vecchie abitudini. Lo vediamo nel suo rapporto incrinato con Carmy, che diventa una valvola di sfogo per la parte di lui volgare e totalmente inadatta al dialogo, mentre nei confronti di Sydney si mostra, rispetto alla prima stagione, una persona completamente diversa.
Lui è quel personaggio che tenta, invece, di staccarsi dal passato, di ricominciare e di avere il famoso “fresh start” che tutti sognano. Sebbene ci provi, sembra quasi che sia il passato a non volerlo lasciare andare: vediamo la sua ex-moglie e il futuro marito di lei, il rapporto con la figlia e il senso di colpa che prova per la perdita di Mickey. Ebon-Moss Bachrach si dimostra ancora in grado di un’interpretazione magistrale, forse la più carica dal punto di vista emotivo.

Gli altri personaggi, sebbene siano di contorno, assumono comunque un ruolo importante. I due Fak hanno acquistato più spazio, forse per allentare la tensione presente in ogni frammento della serie e allietarci con dialoghi a prima vista senza senso, ma che nascondo molto di più. È un tema ricorrente, infatti, quello di essere perseguitati da qualcosa, che i due Fak riducono al significato letterale del termine, ma che nella visione generale di The Bear acquista un significato metaforico pesantissimo, che può essere associato a tutti i personaggi della serie.
Una menzione particolare va a due episodi: uno è “Cubetti di ghiaccio“, che vede al centro il dialogo tra Donna (Jamie Lee Curtis) e Natalie (Abby Elliott), a parer nostro uno dei più belli; l’altro è “Tovaglioli”, incentrato totalmente su Tina e sul suo arrivo al The Beef, dove è presente un altro dialogo emotivamente incalzante, quello fra lei e Mickey.
I camei continuano ad essere una risorsa fondamentale per la serie, che vanta così un cast incredibile: la già nominata Jamie Lee Curtis si dimostra essere un’attrice formidabile e gestisce un personaggio delicatissimo; John Cena finisce per essere un più che credibile terzo e confusionario Fak, e poi c’è il ritorno di Will Poulter, di cui vediamo più sfaccettature e anche il rapporto di amicizia con Carmy, e quello di Olivia Colman nel ruolo di Chef Andrea Terry, che assume il ruolo di mentore e guida.
Uno degli elementi forti, però, è stato quello di coinvolgere veri chef stellati e famosi, che condividono un vero momento di confronto su cosa significhi lavorare in cucine di ristoranti di un certo livello, nel bene e nel male. La loro presenza nell’ultima puntata, così come in uno dei flashback di Carmy, non fa che regalare un momento preziosissimo: ci viene mostrato il lato bello ed emozionante di questa professione, la parte positiva e serena all’interno di una stagione che, in realtà, di parti positive ne ha davvero poche e nessuna inerente alla cucina.

La regia, fotografia e il montaggio
Per citare il nostro precedente articolo, affermiamo che: “The Bear è il risultato di tante scelte stilistiche e registiche coraggiose, che hanno portato a un prodotto innovativo e talmente ben fatto da riuscire a far immergere chiunque guardi nella vita del protagonista. I personaggi sono scritti con cognizione di causa e tutti trovano il loro spazio all’interno degli episodi, evolvendosi e rivelandosi in maniera totale e introspettiva.”
Dopo aver visto la terza stagione e aver digerito tutto il carico emotivo che porta con sé, possiamo dire che, anche in questo caso, The Bear rimane fedele a se stessa, riportando sullo schermo le tecniche di regia e di montaggio, sia visivo che sonoro, che ci hanno fatti innamorare la prima volta.
La scelta di utilizzare sempre lo stesso registro non risulta noiosa, né pesante, perché ormai facciamo parte dell’universo in cui gravitano i personaggi e siamo abituati a vedere i montaggi serrati e le inquadrature estremamente ravvicinate e a volte frenetiche che li ritraggono in cucina. Sebbene alcuni abbiano trovato la terza stagione ripetitiva, noi crediamo fermamente che, dopo la seconda, Storer abbia deciso di dare ai personaggi un po’ di tempo per capire cosa effettivamente stia succedendo, per rendersi conto delle proprie paure e per provare, almeno in parte, ad affrontarle.

Si può considerare una stagione di passaggio? Forse. Consideriamo questa etichetta limitante, soprattutto per la portata emotiva delle puntate. Sebbene dal punto di vista narrativo l’unica spada di Damocle è rappresentata dal guadagno economico e da una fantomatica recensione da parte di una rivista culinaria, The Bear rimane sempre di livello altissimo. È coinvolgente al punto da farti commuovere e vivere la stessa ansia di Carmy e Sydney.
Storer non cambia, ma sfrutta ciò che ha seminato per rendere questa serie tv unica. Lo fa già dalla prima puntata, riprendendo le strutture diventate canoniche all’interno di The Bear per creare un primo episodio della serie che somiglia più ad un videoclip che riassume gli “episodi precedenti”. Non mancano i primi piani strettissimi, le inquadrature lunghe che ti fanno sentire un nodo alla gola, e il fischio perenne che preannuncia un attacco di ansia. I piani sequenza sono sempre presenti e, come nella prima stagione, il penultimo episodio si trasforma in una scena di apertura per il successivo.

La composizione dell’immagine è a dir poco poetica e ha un ruolo importantissimo nei dialoghi: l’alternanza dei primissimi piani aiuta a rendere lo spettatore ancora più partecipe e le inquadrature di coppia riescono a definire quale sia il rapporto dei personaggi e a mostrare ciò che manca a parole. Un esempio per tutti è l’episodio “Cubetti di ghiaccio”, in cui le inquadrature del dialogo di Natalie e Donna mostrano un progressivo avvicinamento e finalmente un allentamento di tensione, che è una delle questioni irrisolte della serie. Un grandissimo applauso ad Ayo Edebiri che è stata alla regia di questo episodio e si dimostra non solo una grande attrice ma anche una regista estremamente sensibile.
Affrontare i propri demoni
The Bear, in questa terza stagione, ti mette davanti a una serie di temi che lacerano l’anima: la solitudine, la salute mentale, l’infanzia, la famiglia, il bullismo sul posto di lavoro, e lo fa sempre con la stessa eleganza e lo stesso silenzioso escamotage. Se c’è un elemento che più di tutti abbiamo preferito, è il fatto che Storer, finalmente, ci mostri il passato di Carmy, facendoci scoprire cosa si cela davvero dietro il suo carattere aggressivo. Se nelle prime due stagioni avevamo più o meno immaginato, grazie a qualche frame, quale potesse essere il suo trauma, qui capiamo che non è dovuto alla cucina in generale quanto più ad una singola persona.
L’ultima puntata non è solo nostalgica ma anche estremamente cruda. Storer manda un messaggio fortissimo, che forse pochi hanno compreso, ma che ci è rimasto attaccato alla pelle per giorni. Perché arriva il punto in cui, volente o nolente, uno deve fare i conti con i propri demoni. Cercando di non spoilerare troppo, vi basta sapere che Carmy ha finalmente un confronto diretto con quella persona del suo passato e che le cose non vanno esattamente per il verso giusto. Storer ci mette davanti la cruda verità attraverso le parole agonizzanti di Carmy, che sputa il suo rammarico, la sua instabilità mentale, addosso al suo carnefice, ma che non trova neanche un minimo di compassione.

Carmy è l’emblema dell’impotenza, ci viene mostrato estremamente fragile, incapace di proferire una parola di più quando incontra un muro di gomma che, anzi, è felice di averlo “fatto diventare ciò che è”.
Attraverso questa scena e, più in generale questa serie, Storer vuole farci capire che molte volte rimaniamo segnati da persone che, in realtà, alla fine si dimenticano persino di noi. È la parte cattiva della vita, in cui abbiamo la sfortuna di avere cicatrici profonde create da coloro che non pensano minimamente di averci fatto del male e che vanno avanti nella propria esistenza, senza rendersi conto che hanno lasciato un trauma più che evidente in quella degli altri.
Perciò, possiamo affermare con tutta sicurezza che la terza stagione di The Bear è assolutamente al livello di tutte le altre e, sebbene l’azione sia poca, l’emozione è tanta, in alcuni punti difficile da digerire ma necessaria per ciò che si vuole raccontare.
