Bee Series: Mr Robot

«Ciao, amico? È da sfigati. Forse dovrei darti un nome, ma la cosa potrebbe degenerare. Sei solo nella mia testa, dobbiamo ricordarcelo.»

Bee Series, la rubrica targata Bee Chronicles e dedicata alle serie tv che hanno lasciato il segno, continua! Oggi vi parliamo di Mr. Robot, serie di genere thriller-psicologica, che è andata in onda in America dal 2015 al 2019 e che ora è disponibile su Prime Video. Come nell’articolo precedente, vi parliamo di questa serie perché siamo convinti che ha contribuito a creare un nuovo tipo di scrittura seriale e a portare sugli schermi un mondo apparentemente noioso ma che qui risulta essere estremamente avvincente. Scritta dallo sceneggiatore e showrunner Sam Esmail e basata sull’idea di Amin Hammani, vanta un cast d’eccezione con Rami Malek, Christian Slater, Carly Chaikin, Portia Doubleday, Martin Wallström, Michael Cristofer, Stephanie Corneliussen, Grace Gummer, BD Wong, Bobby Cannavale, Elliot Villar e Ashlie Atkinson.

Trama: un hacker giustiziere contro il capitalismo

Tutta la storia gira attorno al personaggio di Elliot Alderson (Rami Malek). Elliot lavora in un’agenzia informatica, sfruttando il suo talento per i computer e la programmazione. Se durante il giorno è un qualunque impiegato di una grande compagnia, di notte indossa la maschera del “vigilante” del web, pronto a sfruttare il proprio genio per portare alla luce il marcio della società. Un’organizzazione anarchica, la fsociety, guidata da Mr. Robot (Christian Slater) recluterà Elliot fra le proprie fila, perseguendo un unico obbiettivo: abbattere la E Corp, una spregiudicata multinazionale eletta simbolo del capitalismo e di tutti i mali che affliggono la società odierna.

Elliot Alderson

Uno degli elementi forti della serie di Sam Esmail risiede, senza ombra di dubbio, nel personaggio di Elliot, interpretato dal fantastico Rami Malek. Elliot Alderson è forse uno dei personaggi più complessi mai creati per una serie tv, che all’inizio incarna il tipico antieroe ma che, con l’avanzare della trama, diventa difficile da incasellare.

Forse è proprio questo che ci ha fatto amare follemente il suo personaggio, che non segue l’archetipo tradizionale del giustiziere, ma che ci mostra che tutti, con i loro problemi, possono fare qualcosa per cambiare la società. Elliot è un misto di ansia e depressione, caratteristiche che non gli permettono di creare rapporti umani come le persone considerate normali dal resto della società. E questo suo essere al di fuori degli schemi gli permette di osservare la collettività con freddezza, con quello sguardo cinico e disincantato che, lentamente, cominciamo ad avere anche noi.

Ci viene mostrato come un giustiziere incappucciato, tipico dei film dark e distopici, ma che qui non ha niente di eroico. Elliot usa le sue abilità informatiche, che vengono presentate come se fossero un superpotere, per portare alla luce la verità, che non appare mai piacevole.

Sam Esmail ha costruito il personaggio di Elliot come un contenitore: più viene riempito dal male che lo circonda più Elliot perde di lucidità, sovrapponendo realtà e allucinazione e diventando incapace di scindere le due cose in maniera netta. Elliot subisce un cambiamento e uno sviluppo devastanti dalla prima alla quarta stagione, portando noi a soffrire con lui.

I colpi di scena e i nuovi personaggi, portano lo spettatore non solo a empatizzare con un personaggio che di positivo non ha quasi niente, ma che inconsciamente ci manipola fin dall’inizio. Non vogliamo entrare troppo nel dettaglio per chi non ha visto la serie, ma l’ultima stagione è un colpo al cuore e all’identità del nostro Elliot, che subisce una metamorfosi ed è costretto ad affrontare i suoi traumi più profondi e nascosti, così come l’esistenza delle sue allucinazioni e il motivo dietro di esse. Ci teniamo solo a dire che la settimana puntata della quarta stagione ci ha, con tutta probabilità, segnati a vita.

Quello di Elliot può essere considerato un viaggio che non si muove verso il futuro ma verso il passato. La vita di Elliot, per come lo conosciamo noi, non è mai stata altro che osservare gli altri e trovare il marcio in ognuno di loro.

«I hack everyone»

Questa frase è l’emblema di ciò che è Elliot prima di arrivare al punto di non ritorno, e si basa essenzialmente sulla mancanza di fiducia nelle persone, che sono ormai corrotte dalla società e complici della bruttezza del mondo. Elliot è davvero un guscio vuoto, meccanico, una riga di codice ottimizzata che lavora in maniera perfetta ma che non si sofferma mai su se stessa.

Quando viene messo di fronte al dover affrontare se stesso, riceve uno scossone che lo porta a perdere completamente la lucidità, come se il suo cervello fosse un programma e lui avesse appena trovato un bug che manda tutto il processo in loop. Elliot non riesce ad affrontare chi è perché non sa come farlo, perché è abituato a trovare tutti i segreti degli altri e mai a soffermarsi sui suoi.

Sam Esmail è stato bravissimo a rappresentare una persona con una difficoltà incredibile nel capirsi e seguire i propri schemi mentali, una persona con un passato traumatico, che è costretta a “tornare indietro” per “andare avanti”.

Elliot diventa così una persona e non più una macchina, qualcuno che, come noi, è vittima di ingiustizie e azioni indicibili, che ha un rapporto complicato con la madre e la sorella, e che non riesce a dimenticare suo padre. Elliot diventa qualcosa di solido e non più un guscio vuoto pieno di codici, e, finalmente, il personaggio raggiunge lo stato di eroe.

Regia, fotografia, struttura

In molti hanno parlato di Mr. Robot e tutti ne hanno esaltato la struttura e lo stile, che Sam Esmail porta sullo schermo con una disinvoltura non indifferente. Questa serie tv, infatti, ha posto le basi per un nuovo modo di presentare l’immagine e un nuovo utilizzo della quarta parete: ci sono molti film che abbattono la divisione tra personaggio e pubblico, così come varie serie tv (un esempio lampante è The Office). La novità, però, è proprio nel come viene strutturata questa inclusione del pubblico.

Elliot non solo ci accoglie nel suo mondo, ma è l’unico a farlo. Ci porta con sé, facendoci diventare parte integrante della storia e, oltretutto, condivide con noi i suoi pensieri. Quel “Hello, Friend” è riferito a noi, che siamo il suo “amico immaginario” con cui può parlare liberamente. Questo metodo di coinvolgimento non solo ci rende parte integrante della storia, come se fossimo un vero personaggio, ma crea un legame indissolubile fra noi ed Elliot, per cui nasce una profonda empatia.

Sebbene inizialmente possa sembrare una serie in cui è difficile seguire gli avvenimenti, Mr. Robot è stata scritta con lungimiranza e, soprattutto, un’attenzione maniacale ai dettagli. Sono le piccole cose, disseminate qua e là nelle stagioni, a portare alla verità e alla conclusione non solo della lotta interna fra gli hacker ma anche di quella che avviene nella mente di Elliot. Sam Esmail non è mosso dalla voglia di accontentare o stupire chi guarda: non fa fan-service, né scade in elementi poco originali.

Il valore di Mr. Robot è indiscutibile per gli argomenti che porta ma anche per come li porta sul piccolo schermo. C’è da dire che mai nessuno prima d’ora avesse affrontato temi simili allo stesso modo. Se prima abbiamo affermato che questa serie tv ha cambiato il modo di fare televisione è proprio perché Mr. Robot viene considerata da molti pioneristica, mostrando sullo schermo elementi già noti (ci sono svariate citazioni) e rielaborandoli a modo proprio.

Questa serie rompe le regole, le mescola e poi ne tira fuori qualcosa di nuovo, piegando tutte le tecniche usate nel cinema allo scopo di creare immagini e sequenze che mai prima erano state viste in un contesto simile. Siamo costretti a dei punti di vista strani, inusuali, che ci fanno aggrottare la fronte e ci confondono, proprio come Elliot.

New York ci appare totalmente grigia, in una fotografia che la fa somigliare molto alle città tetre dei fumetti della DC. Le inquadrature sono diverse tra loro, a volte anche estremamente decentrate, tecnica usata proprio per minare la stabilità emotiva di chi guarda. È proprio la regia ad essere diventata il marchio di fabbrica della serie, l’elemento caratterizzante che rende Mr. Robot un vero e proprio gioiello.

È così che ci troviamo di fronte a immagini estremamente curate e poi, invece, a inquadrature o sequenze sbagliate. I piani sequenza vengono usati per rappresentare la realtà, ma usando sempre tecniche stilistiche per renderli estremi, così come viene spesso ripetuto l’utilizzo dell’effetto Vertigo, un altro degli schemi più utilizzati all’interno della serie. Anche la scelta delle lenti usate è funzionale alla narrazione: il grandangolo segnala i momenti in cui Elliot ha a che fare con Mr. Robot o in cui è perso nella sua mente, mentre le lenti più strette vengono usate per la realtà e per presentare la quotidianità.

Tutto ciò è la prova della genialità degli autori e di quanto la struttura di Mr. Robot sia stata disegnata con una precisione geometrica non solo nella narrazione, ma anche nella fotografia, regia e nella scelta delle colonne sonore, che non sono mai scontate. Tutto porta al quarto atto, all’ultima stagione e all’ultima puntata, un momento epico che ha fatto emozionare e che, ogni volta che si guarda la serie, non fa altro che far piangere.

Il finale, senza spoiler

È difficile parlare del finale di una serie così complessa, senza entrare nei dettagli; perciò, ci limiteremo a dirvi cosa ne pensiamo in maniera molto generale e, perché no, lasceremo qualche indizio.

L’ultima puntata di Mr. Robot probabilmente resterà negli annali su “come concludere in maniera inaspettata e degna una serie tv complessa”. Fino ad ora, sono stati pochissimi i finali che possiamo comparare a questa serie (l’unico che ci viene in mente, è proprio quello di Dark), e possiamo dire con certezza che, una volta finita la puntata, non si è più la stessa persona di prima.

Perché noi abbiamo conosciuto il nostro Elliot e lo abbiamo aiutato e accompagnato durante tutta la sua battaglia a capo della fsociety e scoprire cosa si cela dentro di lui ti porta, inevitabilmente, a sentire un vuoto nel petto non indifferente.

Rami Malek è stato mastodontico nell’interpretazione di un personaggio così difficile, fatto di mille sfaccettature e reduce da un passato terribile. Il nostro Elliot (chi ha visto la serie, sa di cosa sto parlando), arriva alla fine del cerchio che si è aperto con la prima puntata, portandoci a soffrire insieme a lui per la conclusione di un viaggio che non ha cambiato solo il protagonista, ma anche noi.

Mr. Robot è una di quelle serie che, una volta iniziate, ti fanno vedere la vita in maniera diversa e ti costringono a riflettere su chi sei e cosa vuoi essere. Ve la consigliamo caldamente, perché Mr. Robot regala un nuovo punto di vista e, mai come in questi anni, ne abbiamo realmente bisogno. E vogliamo lasciarvi proprio con la frase emblematica della serie, quella che racchiude tutto e che, se non avete visto Mr. Robot, può darvi qualche indizio.

«Noi saremo sempre una parte di Elliot Alderson, e saremo la parte migliore. Perché noi siamo la parte che è sempre stata presente.»

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