Il film “Come far litigare mamma e papà”, diretto da Gianluca Ansanelli, ci riporta nel mondo dell’infanzia con una narrazione semplice, centrata sulla figura di Gabriele, un bambino apparentemente felice, ma che si sente fuori posto nel contesto delle sue amicizie. Gabriele è l’unico della sua classe a vivere in una famiglia unita, e questo lo porta a invidiare i suoi compagni, tutti figli di genitori separati. Da qui nasce la sua “missione”: convincere i genitori a separarsi per sentirsi al pari degli altri. La trama si snoda attraverso equivoci, malintesi e una serie di scene che mirano a strappare sorrisi, sempre con un tono leggero e spensierato.
La separazione come Status Symbol
La premessa di base del film risulta decisamente interessante: nel mondo di Gabriele, la separazione dei genitori non è vista come un dramma, ma come una sorta di status symbol. I vantaggi materiali – doppie vacanze, doppi regali, doppia paghetta – sono per lui un motivo di invidia verso i suoi coetanei. Questo tema è trattato in maniera caricaturale, quasi surreale, presentando un ambiente scolastico dove la normalità è essere figli di genitori separati, mentre l’unione familiare è vista come un’eccezione. La comicità nasce proprio da questo ribaltamento di valori, offrendo uno spunto di riflessione sull’importanza che i bambini attribuiscono alla conformità sociale.

Personaggi caricaturali e ruoli stereotipati
Nel film, i personaggi sono rappresentati attraverso stereotipi familiari ben noti: la donna in carriera, il marito frustrato dalla sua mancanza di successo lavorativo, il bambino con gli occhi spalancati e curiosi, e persino la figura dello psicologo bizzarro che mette ulteriore caos nella situazione. Ansanelli costruisce ogni scena per essere immediatamente comprensibile, dissolvendo qualsiasi profondità nelle dinamiche familiari e nei conflitti. Anche se le problematiche tra i genitori di Gabriele – gelosia e frustrazioni personali – sono realistiche, la loro rappresentazione viene spesso eccessivamente semplificata, quasi fumettistica. Il tono della commedia, pensato per un pubblico giovane, a volte rischia di risultare eccessivamente elementare per gli adulti, che potrebbero trovare le situazioni forzate o superficiali.
La critica al mondo perfetto di “Mulino Bianco”
Uno degli aspetti più interessanti del film è la critica implicita a un ideale di famiglia perfetta. Nel mondo di Gabriele, tutto sembra perfettamente in ordine: i bambini parlano un italiano impeccabile, vestono in maniera elegante e non esistono conflitti gravi. Anche se si tratta di una commedia, questa rappresentazione rischia di essere distaccata dalla realtà di molte famiglie moderne. Tuttavia, “Come far litigare mamma e papà” non ha la pretesa di affrontare le vere complessità della vita familiare. Al contrario, si accontenta di raccontare un sogno di felicità, con solo qualche piccola crepa a disturbare l’immagine di perfezione.

Performance e dinamiche di gruppo
Gli attori principali, Crescentini e Morelli, mostrano una buona sintonia, continuando una collaborazione che li ha visti già protagonisti di diverse produzioni insieme. Tuttavia, la vera sorpresa del film è Judith Schiaffino, che interpreta Rebecca, la compagna di classe di Gabriele e sua confidente nel piano di far separare i genitori. Con una naturalezza sorprendente, la giovane attrice riesce a portare un po’ di freschezza alla trama, rendendo i momenti di complicità tra i due bambini uno degli aspetti più piacevoli del film.
Una felicità semplice, senza dramma
“Come far litigare mamma e papà” è una commedia leggera, che non cerca di approfondire i veri dolori o le gioie della vita familiare. Offre un racconto spensierato e a misura di bambino, in cui tutto viene risolto in modo facile e prevedibile. Se da una parte manca di drammaticità e profondità, dall’altra sa conquistare un pubblico giovane con la sua semplicità e i suoi toni spensierati. Nonostante ciò, il rischio è che per un pubblico adulto la pellicola risulti troppo scontata e caricaturale.
Voto finale: 6/10.
