“Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez” – Quando il True Crime diventa spettacolo, tra orrore e polemiche

Sono passati oltre 30 anni dall’omicidio che sconvolse l’America, eppure, quella tragica notte del 20 agosto 1989 continua a generare shock, questa volta attraverso Netflix con “Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez”, il secondo capitolo dell’antologia true crime di Ryan Murphy. Dopo il successo controverso di “Monster: The Jeffrey Dahmer Story”, Murphy torna con una nuova storia oscura, ma anche questa serie è già al centro di polemiche per la sua rappresentazione dei fatti e le decisioni narrative che spingono al limite la storia vera. E si basti pensare che la terza stagione è già stata concordata.

Un racconto tra horror e quotidianità

La serie si propone di esplorare le menti dei fratelli Menendez, mostrando la loro vita quotidiana e l’apparente normalità di una famiglia che, almeno in superficie, incarnava il sogno americano. I Menendez erano una famiglia benestante di Beverly Hills: un padre che si era fatto da sé, una madre affettuosa, e due figli che, agli occhi esterni, sembravano perfetti. Ma dietro le porte chiuse della loro lussuosa dimora, si nascondeva un orrore impensabile.

Il 20 agosto 1989, i fratelli Lyle ed Erik, rispettivamente di 21 e 18 anni, irrompono in casa e uccidono brutalmente i loro genitori, José e Kitty Menendez. Il caso, avvolto da shock e incredulità, portò a un processo altamente mediatico che svelò dettagli raccapriccianti: anni di presunti abusi fisici e sessuali subiti dai fratelli. La loro difesa, basata su questi abusi, non riuscì a evitare la condanna all’ergastolo, ma sollevò questioni che, ancora oggi, non smettono di far discutere.

Una Serie controversa, tra realismo estremo e sensazionalismo

Ryan Murphy non è nuovo a raccontare storie torbide, e anche questa volta ha adottato un approccio simile a quello visto in “Dahmer”: ricostruzioni fedeli dei fatti mescolate a momenti di drammatizzazione intensa. E, come nel caso della serie dedicata a Dahmer, anche “Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez” è stata accolta da un misto di interesse e indignazione. Le polemiche, infatti, non si sono fatte attendere.

Se con “Dahmer” erano stati i familiari delle vittime a esprimere il loro dissenso, accusando la serie di riaprire ferite non rimarginate, in questo caso sono gli stessi protagonisti della vicenda a protestare. Lyle ed Erik Menendez, tuttora incarcerati, si sono dichiarati contrari ad alcune delle scelte narrative del team di Murphy, sostenendo che certe scene siano state eccessivamente drammatizzate e non rispecchino la realtà dei fatti.

Le critiche non sono del tutto infondate. Murphy e il suo team spingono la narrazione verso un’estetizzazione della violenza e del trauma, un marchio di fabbrica ormai consolidato nelle sue produzioni. Ma questa volta, la linea tra il racconto di un fatto realmente accaduto e la spettacolarizzazione gratuita è molto sottile. Certi momenti, in particolare quelli legati agli abusi subiti dai fratelli, sono mostrati con un realismo crudo che sfiora il sensazionalismo, lasciando lo spettatore con un senso di disagio che sembra andare oltre il necessario.

Il limite del True Crime

Uno dei maggiori problemi di questa serie, come per la precedente su Dahmer, è l’eterno dilemma del true crime: fino a che punto è giusto spingersi nella ricostruzione di eventi così drammatici? Murphy, pur dichiarando di voler “indagare nella mente” dei fratelli Menendez, sembra a tratti perdere di vista l’obiettivo, soffermandosi più sull’impatto emotivo e visivo che sulla reale profondità psicologica dei personaggi. Il risultato è una serie che, se da un lato cattura per il suo ritmo incalzante e le interpretazioni intense, dall’altro rischia di trasformare un tragico caso di cronaca in puro intrattenimento.

Un Cast che regge la scena, ma a quale prezzo?

Non si può negare che il cast di “Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez” offra interpretazioni di alto livello. I giovani attori che interpretano i fratelli Menendez riescono a dare vita a personaggi complessi, fragili e, a tratti, persino disturbanti. La loro performance, però, è soffocata da una sceneggiatura che insiste su momenti di shock più che su una reale introspezione.

La scelta di Murphy di focalizzarsi sulla quotidianità dei fratelli, un tentativo di umanizzarli, si scontra con la necessità di mantenere alto il ritmo drammatico della narrazione. Questo crea un contrasto che non sempre funziona, rendendo alcuni momenti troppo costruiti e privi di autenticità.

Conclusioni

“Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez” è senza dubbio una serie che cattura l’attenzione, soprattutto per chi ama il genere true crime. Tuttavia, come il suo predecessore su Jeffrey Dahmer, si trova in bilico tra la necessità di raccontare una storia vera e l’inclinazione a trasformare il tutto in spettacolo. Le polemiche che accompagnano la serie non sono ingiustificate: l’estetizzazione della violenza e del trauma può facilmente scivolare nel cattivo gusto, e in questo caso, Ryan Murphy sembra spingersi troppo oltre.

Se da un lato il pubblico è attratto da queste storie per la loro intrinseca morbosità, dall’altro viene spontaneo chiedersi se sia davvero necessario raccontarle in questo modo, rischiando di alimentare polemiche e controversie che offuscano il vero dramma umano.

Voto: 6/10

A cura di: Ale_opinionerd

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