Incontro con Matteo Bussola per parlare di stereotipi di genere

Il 27 settembre a Trento, alla fiera Book to School organizzata da Erickson, una fiera dedicata ad insegnanti e famiglie per il rientro a scuola, c’è stato un incontro con Matteo Bussola per parlare degli stereotipi di genere e dell’amore ai più giovani grazie ai suoi due libri per ragazzi “Viola e il Blu” e “Mezzamela”.

“Viola e il Blu” racconta la storia di una bambina curiosa che si interroga su quelli che sono le associazioni dei colori, degli stereotipi che caratterizzano il nostro mondo e che racconta una situazione che è capitata in molte delle famiglie.

“Perché un papà che lava i piatti non li sta lavando per la mamma, li sta lavando anche per lui, per i suoi figli. Un marito che fa la spesa non la sta facendo sua moglie, la fa per tutta la sua famiglia e dunque anche per se stesso. Io che ti sto accompagnando a prendere un gelato non lo sto facendo per aiutare la mamma, ma perché tu sei mia figlia e passare del tempo con te è una delle cose che preferisco.”

Il tema degli stereotipi è al centro di questo libro, ma perché Matteo ha scelto di affrontare questo tema e qual era il messaggio che voleva trasmettere ai lettori e alle lettrici?

“Dunque, perché ho voluto scrivere un libro… Allora, intanto, ho un mutuo, quindi già questo…” scherza Bussola “Scrivere è un lavoro, il mio lavoro, quindi certamente è una cosa che per me importa. Riguardo al tema del libro era da un pezzo, in realtà, che io volevo scrivere, sugli stereotipi di genere.” Infatti essi hanno infestato la sua vita, esattamente come quelle di tutti. Soprattutto perché avendo tre figlie insieme hanno dovuto affrontare nel corso della loro crescita tutti gli stereotipi più comuni. Ad esempio una delle figlie ha smesso di giocare a calcio perché era stufa di essere presa in giro perché le dicevano che era un gioco da maschi, ma così come inconsapevole si sono lette loro delle favole in cui, le principesse sono tali solo quando vengono salvate da un principe.

Ma questo discorso può essere traslato anche verso l’altro sesso, infatti Matteo racconta una sua esperienza personale: “Quando avevo 10 anni, ero l’unico maschio in una classe di danza di 49 femmine. Vi lascio immaginare cosa questo mi abbia esposto all’inizio degli anni ottanta. In più mia madre, che non è mai stata un fulmine di guerra – io le voglio molto bene- ma mi mandava a fare danza con una maglietta scura, e una mirabolante calzamaglia gialla. Volteggiavo e sembravo una gigantesca ape che si muoveva e questo non ha aiutato il mio percorso di integrazione.” E così ha deciso di scrivere un libro che è il suo modo di sapere e capire le cose. E così è stato, notando da dove iniziano gli stereotipi e come è possibile disinnescarli, e in suo aiuto è venuto un saggio di Michel Pastureau, uno scrittore francese. Infatti ha scritto un libro per ogni colore, proprio da un punto di vista sociologico, chimico, eccetera. Ad esempio uno si chiama Rosso, un altro Giallo… “Lì ho scoperto, questa cosa che anch’io, fino a 3 anni fa non sapevo, cioè che lo stereotipo degli stereotipi, cioè appunto questa idea che ci instillano fin da piccolissimi, è che il rosa sia un colore da femmina e il blu un colore da maschile. In realtà non era così, ma il contrario. Cioè una volta il rosa era considerato soprattutto un colore da maschi, anche perché è un derivato del rosso che era un colore legato alla guerra, al sangue, alla violenza, e il blu era considerato soprattutto un colore da femmine. Basti ricordare, il blu mariano, cioè il blu di Maria, la donna madre per eccellenza della storia, della cultura e della religione occidentale, che ha un velo blu.”

Sebbene “Viola e il Blu” in un primo momento era stato scritto per bambini e bambine, anche perché ingenuamente aveva pensato che fosse un messaggio per poter cambiare il loro pensiero siccome saranno gli adulti del domani, è stato più che altro un libro per gli insegnanti e genitori, perché in realtà tutte le cose contenute in questo libro i bambini e le bambine di oggi le sanno già, perché loro vivono già in un mondo che è cambiato, in cui queste cose sono oggetto di discussione giornaliero, in cui le bambine sono già bambine diverse rispetto a quelle degli anni 80.

Nonostante ciò in realtà, spesso quando si va a grattare col dito sopra la vernice dorata, in realtà si scopre che in molte dinamiche, soprattutto familiari e di gestione domestica, si è ancora fermi agli anni 50. Matteo racconta: “Quando vado banalmente al pomeriggio per fare i colloqui con gli insegnanti, non sono l’unico, siamo io e un altro papà con i quali ci guardiamo come se ci fossimo persi e 49 mamme che ci guardano come se ci fossimo persi.” Ci sono delle cose che si danno per scontate ancora oggi dal punto di vista della gestione parentale dei figli, però è un fatto che in Italia di massima i bambini e le bambine vivono già in un mondo che è cambiato, oggi è normale vedere un papà che cucina o è molto più normale di un tempo. “Credo che invece questo libro abbia colpito più nel segno, gli adulti perché in qualche modo essi hanno ritrovato quegli stereotipi che loro hanno subito in maniera probabilmente molto più violenta quando erano piccoli.”  

Se si vogliono rompere gli stereotipi deve essere un impegno di tutti e di tutte, quindi chiaramente anche nelle relazioni all’interno di una famiglia, nelle relazioni tra marito e moglie, nei rapporti tra padre e figlio, madre e figli, il gioco è una relazione che si costruisce assieme. Ma il perché gli stereotipi hanno un grande successo è dovuto al fatto che sono degli strumenti di ipersemplificazione del mondo che ci permettono di avere l’impressione di averlo più sotto controllo, perché se esistono le robe da mamma e le robe da papà, se esistono le cose da maschi o le cose da femmine e non esistono tante persone ciascuna con le proprie specificità, le proprie singolarità, ovviamente il mondo è molto più facile anche da controllare.

“Tra l’altro questo discorso del fatto che ognuno ha le proprie specificità, secondo me va sottolineato che il bello è che per esempio i figli stessi possono apprezzare i diversi modi di fare dei loro genitori, non è che queste diversità debbano a loro volta appartenere a delle categorie.”  Racconta Matteo la sua esperienza: “Nella nostra famiglia, a casa nostra cucino solo io, che è un’attività tradizionalmente considerata femminile. Perché? Perché nella nostra famiglia io ho la passione per la cucina, Paola no, perché è cresciuta con un altro modello culturale. La cosa strana che cos’è? Che le nostre figlie trovano in conseguenza ciò del tutto naturale, infatti si rivolgono a me per le questioni culinarie, mentre si rivolgono alla mamma, quando devono avvitare una mensola sul muro. Quindi mi piace pensare che il messaggio che le nostre bambine stanno ricevendo è che in una famiglia è molto meglio se ognuno agisce sulla base delle proprie attitudini piuttosto che sulla base dei ruoli preconfezionali.”

Nonostante questo modello di ruoli ben oliato, quando viene raccontata questo fatto a persone al di fuori della loro famiglia, dicendo ad esempio che Matteo cucinava, riceveva gli sguardi di 49 mamme che lo guardavano con gli occhioni luccicanti, poi guardavano Paola e le dicevano “Come sei fortunata” e successivamente il loro sguardo cambiava come se avesse qualche forma di problema: “Cioè com’è che non cucini?” E questo la dice lunga appunto sulle forme di retropensiero che ci portiamo dietro. Su questo il libro aiuta molto anche a riflettere come adulto effettivamente su quelli che sono gli stereotipi e condizionamenti che ci si porta appresso nel momento in cui nella quotidianità viene interpretata la realtà.

Un altro aspetto all’interno del libro è il legame che si crea tra il padre e Viola, che ha un legame molto bello, con un padre che dedica attenzione alla figlia, che la porta a prendere un gelato, ma non perché si senti in dovere di farlo, ma perché ha piacere di farlo, è un padre che dialoga, è un padre che è presente. Di sicuro questo aspetto è venuto fuori soprattutto dall’esperienza personale dello scrittore con le sue figlie, infatti molti dialoghi all’interno sono i loro dialoghi, ma anche il fatto che il padre di Viola può passare più tempo con la figlia è perché può farlo, perché lui, esattamente come Bussola, fa un lavoro che svolge da casa. “Il papà di Viola è un pittore, ha lo studio in casa e mi piaceva l’idea, anche perché certo l’ho sperimentata sulla mia pelle, di mettere in campo da subito in un libro che parla di stereotipi di genere un modello familiare che fosse un po’ meno frequentato, ma ugualmente esistente, cioè quello in cui il papà fa un lavoro, per cui è lui la figura di riferimento, invece la mamma esce presto la mattina perché va in ufficio e torna a casa tardi la sera. In questo modello però apparentemente rivoluzionario, in questo padre apparentemente così illuminato, mi sono divertito a inserire un sacco di crepe, cioè quando Viola mette nel sacco il suo papà e gli dice ma guarda, ma com’è sta storia che quando la mamma torna tardi dal lavoro e quindi tu le fai trovare pronta la cena, la mamma ti dice sempre grazie, no? Perché comunque è un gesto gentile, è una maniera di prendersi cura di qualcuno, e invece quando la mamma ti stira una camicia o ti fa una lavatrice e tu non dici niente, ma com’è sta faccenda?”

Passando al secondo romanzo, Mezzamela, in cui il personaggio di Viola cresce e incontra un amico, che in realtà ha già conosciuto nel libro precedente che è Marco. Viola si sente una mezza mela e si rende conto che i suoi sentimenti, quello che prova nei confronti di Marco sta cambiando. Fa fatica a capire come, perché non lo vede più come amico e basta, e la stessa cosa da un punto di vista leggermente diverso succede anche a Marco che si chiede:

“Sarebbe bello se a scuola insieme alla storia, alla matematica, alla geografia, ci insegnassero anche come ci si comporta con le persone quando i tuoi sentimenti cambiano, o quando cambi tu. Che ci spiegassero cosa fare quando vedi un ragazzo o una ragazza ed un tratto ti senti solletico nello stomaco, o quando la sera prima di addormentarsi pensi al suo profumo.”

Si affronta quindi quello che è uno dei grandi temi di cui si parla tantissimo quando si parla di scuola che è l’educazione ai sentimenti, per non parlare poi dell’educazione alla sessualità. Sono temi di cui se ne parla tantissimo ma poi concretamente in classe non se ne parla quasi mai. Si fa fatica a tirare fuori questi argomenti per il fatto che nemmeno gli adulti capiscono qualcosa a riguardo. Matteo inoltre pensa che il modo migliore per avere un’educazione del genere è tramite le storie che si apprendono.

“Quindi io per esempio proporrei in lettura dei romanzi in cui ci sono anche situazioni molto diverse e molto meno consuete rispetto a quelle che i ragazzi e le ragazze sono abituati a frequentare. Cosa voglio dire? Voglio dire che per esempio diciamo che Mezzamela in un certo senso è in linea con Viola e Blu non solo perché ne condivide i protagonisti ma perché parla di stereotipi anche quello, di stereotipi sentimentali. Cosa intendo con stereotipi sentimentali? Che anche qui se ci fate caso in molta della letteratura romance o young adult che molti ragazzi e ragazze leggono, sono infarcite di stereotipi sentimentali queste storie, perché di solito, lui è sempre questo ragazzo tenebroso, dal passato oscuro, dal temperamento malinconico, con un carattere generalmente difficile, che ha bisogno di essere salvato da questa ragazza paziente, dolce, disponibile, che lo salverà con il suo amore. E a me pare che la vita là fuori in realtà, soprattutto fra i ragazzi e la ragazza, sia molto più complessa e bella di così. Io per esempio conosco un sacco di ragazzi maschi che sono invece sensibili, fragili, pazienti, e un sacco di ragazze che invece hanno un passato tenebroso, sono oscure, hanno un carattere difficile.”

Gli interessava inoltre mostrare questa cosa che in realtà Viola e Marco, pur essendo appunto una femmina e un maschio, in realtà di fronte al mistero di questo sentimento nuovo che cominciano a provare, sono entrambi spaesati, sono entrambi fragili, mostrando la specularità del loro sentire di fronte a questa emozione e come nonostante i consigli, suggerimenti degli amici e delle amiche, in realtà basterebbe comunicarsi questo spaesamento, questa paura e rendersi conto che sarebbe tutto più semplice invece di tenere su le maschere. Per Matteo è stato molto divertente scrivere di questa dinamica anche perché in realtà lui stesso è stato un adolescente estremamente introverso, fragile, sensibile, e si è rivisto molto in Marco.

Una cosa curiosa che il titolo è Mezzamela e anche qui richiama quello che è lo stereotipo comune per cui appunto l’amore significa ritrovare l’altra metà per arrivare a costruire una mela intera. In realtà attraverso la narrazione infrange questa teoria del mito platonico, in cui una volta l’essere umano era uno intero, era un androgeno e dopo un certo punto è stato diviso a metà e quindi queste due parti sono destinate a cercarsi per tutta la vita, da cui poi derivano molte espressioni di uso comune come “la mia dolce metà” e c’è questa idea che l’amore sia ritrovare la metà che ci manca, qualcosa che ci completa. “Io invece in realtà ho un’idea diversa, e mi è venuto in aiuto Philip Roth, in cui ho ritrovato questa mia stessa idea perché in un suo libro che si chiama “L’animale morente” dice proprio che non è mica vera quella favola che l’amore ti completa. Lui dice che tu prima dell’amore sei uno, intero, e poi arriva l’amore e ti spezza. Quindi è il contrario: l’amore non ti fa ritornare una mela intera, ma è quello che ti fa diventare una mezzamela.” Però il significato che l’amore spezza non va intesa come qualcosa di negativo che fa togliere il fiato e fa gettare per terra, ma come far uscire fuori una parte che magari prima si teneva nascosta. È un fatto che quando ci si innamora di qualcuno ci si sente diversi, ci si sente migliori, più vivi. Perché l’amore ha questa capacità di essere proprio quella forza che riesce a tirarti fuori dal perimetro delle tue apparenti certezze, che riesce a farti vincere le tue paure per portarti fuori dalla tua comfort zone, nel terreno assolutamente scivoloso e pericolosissimo dell’incontro nel quale entrambe le parti in causa sono metaforicamente nude. “Come direbbe un altro grandissimo scrittore David Grossman, amare qualcuno vuol dire permettergli di avvicinarsi a distanza di coltello. Ora è chiaro che se tu permetti a qualcuno di venire molto vicino al tuo cuore, e questo qualcuno magari quel coltello potrebbe decidere di usarlo un giorno. Credo di non dirvi nulla di nuovo se vi dico che a volte le persone che ci fanno più male sono proprio quelle alle quali vogliamo più bene, perché? Perché sono proprio vicine, quindi con un movimento anche piccolo potrebbe far male. Però l’amore è accettare quel rischio decisivo lì, senza quella scommessa non c’è vita, senza quella scommessa non c’è conoscenza, no? Ecco quindi dal mio punto di vista la scommessa di essere rotti, di essere infranti, di essere spezzati è accettare questa cosa qua. E Viola e Marco, a ritardo di Mezzamera, ciascuno a suo modo, ciascuno attraverso il suo percorso a un certo punto, secondo me arrivano vicini a questa forma di consapevolezza.”

Un altro tema importante è quello delle bugie, perchè mentire è una modalità assolutamente sana di crescere, perché è un modo di crescere degli adolescenti di avere controllo su di sé, soprattutto ora che vengono costantemente controllati grazie ai telefoni dai genitori. “Sono un grande fan del diritto a mentire dell’adolescenza, io davvero lo difenderei proprio come uno dei diritti fondamentali tutelato dalla Convenzione di Ginevra. Ho fatto questo discorso durante una serata e alla fine di questo incontro c’è stato un ragazzetto di 10anni che è venuto sul palco, mi ha voluto stringere la mano e mi ha detto: “Guardi su questa cosa qua io sono proprio d’accordo, perché veramente dovrebbero, perché per esempio io oggi dovevo andare a casa del mio amico Francesco a studiare, però non è che abbiamo proprio studiato, perché dopo alla fine siamo andati a fare il bagno nel lago”. E io gli ho detto: “Guarda abiti vicino al lago, è agosto, mi sembra una bugia tollerabile” e lui a quel punto lì mi ha guardato con questo sguardo carico di riconoscenza e mi ha detto ci vuole tanta pazienza, e io lì in quel momento ho visto il me stesso adulto con il suo sguardo di preadolescente, e ho pensato che aveva ragione lui, noi non vediamo mai la vita dal loro punto di vista.” E ci vuole davvero pazienta a vivere in una società in cui sta togliendo ai ragazzi progressivamente qualunque forma di libertà, qualunque spazio e quindi bisognerebbe sforzarsi di guardarci dal loro punto di vista, perché si capirebbe che in realtà sono le nostre ansie di genitori che trasferiamo loro.

Lascia un commento