Dal 10 Ottobre è disponibile sulla piattaforma di Prime Video “Citadel: Diana” la serie spin-off che fa parte dell’universo Citadel, con Richard Madden e Priyanka Chopra. La serie, diretta da Arnaldo Catinari e sviluppata da Alessando Fabbri e Gina Gardini, vanta un cast tutto italiano, con Matilda De Angelis, Lorenzo Cervasio, Maurizio Lombardi e Filippo Nigro.
Noi di Bee Chronicles abbiamo avuto modo non solo di partecipare all’anteprima mondiale, ma anche di vedere l’intera serie. Vi parleremo, quindi, delle nostre conclusioni al riguardo, sempre senza incorrere in spoiler!
La trama
Siamo nel 2030, in una Milano distopica e sotto lo stretto controllo delle forze armate. Diana Cavalieri (Matilde De Angelis) è un’agente di Manticore Italia, una delle tre sezioni dell’agenzia che controlla l’Europa. Diana, però, fa in realtà parte di Citadel, e, come agente sotto copertura, è rimasta all’interno del gruppo nemico dopo la caduta di Citadel stessa, otto anni prima. Diana si ritrova da sola, ultimo baluardo di Citadel in mezzo a inganni, intrighi familiari e politici di Manticore.
Il confronto con l’America
Che i fratelli Russo volessero creare uno spy-verse si era capito, soprattutto dopo il finale di stagione di Citadel, ma che il progetto fosse così ambizioso nessuno se lo aspettava. Il teaser trailer di Citadel: Diana aveva lasciato tutti più che dubbiosi, indecisi su cosa pensare e su come la nostra “italianità” potesse combinarsi con il modo di fare americano.
Sappiamo che il cinema di Hollywood sia anni luce lontano da ciò che produciamo noi in Europa e, nello specifico, in Italia. Molti non credevano possibile questa combo, soprattutto dal punto di vista produttivo, dato che i Russo non sono solo i produttori ma anche gli Executive Producers della serie.
Fatto sta che Citadel: Diana è finalmente disponibile su Prime Video e noi, che l’abbiamo vista tutta in anteprima, possiamo affermare che non è solo un progetto ambizioso ma è anche più che riuscito. Sappiamo che ci sono opinioni discordanti al riguardo e che molti hanno trovato la serie una brutta mimica di quella americana, ma noi abbiamo visto, invece, un prodotto che finalmente può competere con le serie estere.
Che l’Italia fosse eccellente nella scrittura lo sapevamo e che avessimo dei validi attori anche, ciò che manca, quasi sempre, è la parte a sostegno di tutto ciò, ovvero quella economica. Con i Russo alle spalle, però, Cattleya è riuscita a creare una serie tv estremamente credibile, al livello con la sua controparte americana, dimostrando che l’Italia ha tutte le carte in regola per competere.

I personaggi, la narrazione e i temi
Fin da subito veniamo portati al centro dell’azione, con una tag scene che ci mostra Diana per ciò che è realmente. La scena iniziale, questo piccolo flash forward di ciò che accadrà, ha permesso non solo di generare hype ma anche di creare subito un legame con il personaggio principale. Immediatamente dopo la scena iniziale, assistiamo a una presentazione dell’ambiente, una delle cose che abbiamo apprezzato di più nella serie.
Se da una parte eravamo abituati ai toni colorati di Citadel, nella versione italiana gli ambienti risultano molto più rigidi. Emblematica è l’inquadratura sul Duomo di Milano, totalmente distrutto, che verrà riproposta più volte all’interno della serie e che porta a comprendere cosa sia successo in quegli otto anni. Milano diventa lo specchio di una società e di un Paese che sono diventati ormai una prigione. L’Italia è praticamente uno stato di Polizia e la presenza costante delle forze dell’ordine in ogni scena in esterno non fa che aumentare quel senso di controllo e di paura che provano gli stessi cittadini.
Uno dei temi fondamentali che viene affrontato è proprio la liberalizzazione delle armi (non a caso, un tema caldo anche in America), che ci mostra quanto la criminalità sia aumentata e come l’Italia somigli di più a quella in epoca fascista, sotto ogni punto di vista.
I personaggi si muovono in un ambiente ostile, che non appare mai accoglierli pienamente. Le strade di Milano, così come la sede di Manticore, sembrano asettici, troppo grandi e, allo stesso tempo, soffocanti. Lo spazio ha avuto un ruolo fondamentale nella narrazione, perché da una parte ha mostrato lati di un futuro non troppo prossimo che è stato reso in maniera credibile e dall’altra è stato determinante nel far arrivare emozioni e sensazioni che i personaggi stessi hanno provato.
La scenografia è stata curata nei minimi dettagli e questo ha reso ancora più facile entrare all’interno della storia.

I personaggi hanno un’evoluzione interessante, che non annoia mai e che non porta a dialoghi privi di pathos. Ogni battuta è stata pensata per dare le informazioni necessarie e mai superflue. I personaggi non si perdono in spiegoni e questa è una nota a favore della serie, che si discosta quindi dall’immaginario comune delle produzioni italiane. Oltretutto, i protagonisti sono ben caratterizzati: fin dalla prima puntata abbiamo chiari i ruoli occupati e riusciamo a seguire una linea complessa e articolata che gli autori hanno creato in maniera eccellente.
La storia è ben costruita: sebbene manchino tutte le scene di azione super complesse viste in Citadel, qui assistiamo a un focus maggiore sui personaggi e sulla loro psicologia. Si torna, così, ai film di spionaggio veri e propri, dove le pistole vengono tirate fuori poche volte e solo in situazioni di estrema necessità, mentre la “parte forte” avviene attraverso strategie, dialoghi e accordi tra fazioni nemiche. È proprio questo uno degli elementi che abbiamo apprezzato di più e che sancisce una netta differenza con la controparte americana.
Ci sono, ovviamente, dei tratti in comune: i passaggi tra presente e passato, la lotta costante fra bene e male, e questa fantomatica arma di distruzione di massa di cui si era parlato anche in Citadel e che stavolta vediamo più nel concreto. È normale che ci siano dei temi condivisi, delle basi da cui partire, ma ciò non implica il fatto che Citadel: Diana non sia originale e coinvolgente. A nostro parere, la serie è stata una ventata d’aria fresca nel panorama televisivo italiano.
Il personaggio di Diana è costruito in maniera egregia, con una storyline convincente e sensata, che la porta a essere la spia che è senza risultare costruita (sebbene costruita lo sia, visto tutto il training di condizionamento emotivo fatto con Citadel). Il suo personaggio è quello che tiene le fila della storia, che determina, in qualche modo, l’azione, perché è proprio grazie a lei e alla sua avventatezza nella prima puntata che gli Zani hanno modo di puntare i piedi con le consorelle.
Finalmente abbiamo una visione un po’ più chiara di Manticore e di cosa rappresenta, una divisione netta con la parte di Citadel di cui conosciamo solo Gabriele (Filippo Nigro). Gli Zani hanno influenzato tutto il panorama politico italiano e sono fra i maggiori produttori di armi a livello globale. Il loro potere e la loro influenza sono indiscutibili, ma la loro ubris (altro tema ricorrente in italia) è stata causa di sanzioni da parte delle consorelle, ovvero Manticore Francia e Manticore Germania.

Abbiamo, quindi, una visione realistica dei poteri europei, con i “big 3” al comando, in grado di influenzare l’Europa da qualsiasi punto di vista. Anche questo “richiamo alla realtà” è stato particolarmente apprezzabile, perché non fa che rendere il tutto ancora più verosimile.
Non vogliamo svelarvi troppo sui personaggi, proprio perché noi ne siamo rimasti molto colpiti e qualche parola in più potrebbe rovinare la visione della serie. Vi basta sapere che i legami familiari sono, come sempre in Italia, al centro della narrazione. Che siano gli Zani e i loro affari, o qualcuno di estremamente normale come Diana e sua sorella, poco importa. La famiglia, in tutte le sue sfaccettature, e le relazioni in generale giocano un ruolo determinante nella storia.

La regia, la fotografia e i colori
È Arnaldo Catinara a guidare gli attori in questo percorso e, dobbiamo ammetterlo, ha fatto un grande lavoro. Maurizio Lombardi (Ettore Zani) è credibilissimo nella parte del capo famiglia e punta di Manticore Italia, ineccepibile nell’approcciarsi alle consorelle come un vero cattivo dei film. Allo stesso tempo, la storia personale di Diana e le sue paure sono coinvolgenti e riescono a rendere la narrazione piena di suspence e colpi di scena.
Non c’è una puntata, infatti, che non si concluda con un plot twist, elemento che abbiamo amato, proprio per il tipo di serie e i temi a cui si rifà.
Le inquadrature sono ben pensate, lontane sì da ciò che hanno fatto i fratelli Russo con Citadel (è stato proprio il regista a volersi discostare da quel tipo di narrazione) ma non per questo meno interessante. Catinara va oltre il campo e controcampo, riuscendo a far sì che da padrone fossero le emozioni, rese in maniera impeccabile sullo schermo. Niente appare finto, né troppo lontano da noi: siamo lì con Diana, lì con Ettore e Edo, e condividiamo le loro preoccupazioni, le loro angosce e la loro brama.
Un punto a sostegno di tutto ciò lo svolge, senza dubbio, la fotografia, del tutto in linea con il modello europeo e lascia da parte i toni accesi dei film americani. Citadel: Diana è cupa, scura, con degli sprazzi di colore che ci sono solo in momenti precisi e in presenza di determinati personaggi (come la sorella di Diana).

Il richiamo alle note dei film sul fascismo è notevole, così come lo sono le divise di Manticore, che, però, invece del nero scelgono il blu, il colore del rigore, della pace, dell’equilibrio. Perché l’obbiettivo di manticore non è la distruzione ma il controllo, ai loro termini ovviamente.
Ci troviamo, quindi, di fronte a due Diana: quella del passato è totalmente diversa dalla spia di oggi e, addirittura, sembra quasi un’altra persona. La Diana spia porta vestiti eleganti, sempre sui toni del blu, come se manticore le si fosse attaccato addosso, e un taglio di capelli irregolare.
Ha fatto molto discutere la scelta stilistica di Diana, proprio perché una spia deve passare inosservata e quel caschetto irregolare non l’aiuta sicuramente. Bisogna però ammettere che la scelta è stata pensata ad hoc, proprio per mostrare anche visivamente la conflittualità all’interno della protagonista stessa. È divisa in due, così come lo sono i suoi capelli, che da una parte mostrano il rigore di Manticore e dall’altra la vita spensierata della Diana del passato.

Perché Citadel: Diana ci ha convinti
Potremmo stare ore a cercare di convincervi, ma noi Citadel: Diana l’abbiamo veramente apprezzata. Per una volta l’Italia si trova in una posizione di potere, mostrandosi capace e temibile. Oltretutto è stato super interessante il fatto di vedere attori francesi e tedeschi e i nostri stessi attori italiani recitare in altre lingue con una fluidità che mai avremmo immaginato. Dobbiamo ammettere di essere stati mossi da un moto di orgoglio non indifferente.

Non riteniamo che gli attori abbiano recitato male, né che la loro interpretazione non sia stata all’altezza della situazione. La nostra grande, grandissima sfortuna è che siamo abituati ai nostri fantastici doppiatori, che ovviamente rendono complesso vedere una serie del genere, che noi saremmo stati abituati a sentire con voci doppiate, senza la stessa identica cadenza e determinazione delle loro voci ma con quelle degli attori. Nonostante questo, abbiamo trovato il cast più che centrato e del tutto in linea con la storia che si voleva raccontare.
A nostro parere, Citadel: Diana è una grande svolta per la serialità italiana, così come lo è il progetto che le ruota attorno.
