Il fiume incantato di Rebecca Ross

Con Il fiume incantato (Fazi Editore), Rebecca Ross ci dimostra che è una splendida padrona di casa, aprendoci le porte di un mondo dove ogni filo d’erba, ogni scoglio, ogni alito di vento sembra custodire storie e segreti mai svelati. E leggere questo romanzo, allora, significa immergersi in un’armonia delicata ma al tempo stesso potente, dove l’equilibrio tra luce e oscurità ci ricorda dell’eterna battaglia: è innegabile che c’è una bellezza rara in ogni pagina, come una sorta di tessuto che vibra di echi dimenticati, e dove la prosa della Ross è genuinamente una melodia in cui si percepisce il fascino di quelle leggende antiche che richiama ognuno di noi verso la splendida Isola dei tartan. Dunque, questo libro è una sorta di giuramento per chiunque cerchi nella letteratura quella via d’accesso al meraviglioso, a quel mondo sospeso tra realtà e natura che solo pochi autori sanno realmente evocare.

Trama

L’isola di Cadence è un luogo ricco di magia: le notizie vengono diffuse dal vento, gli scialli possono diventare resistenti come armature e ci sono lame che con un piccolo taglio possono instillare una paura profonda. Da tempo immemore, però, il territorio è diviso dal confine dei clan, una lunga catena di rocce che separa l’Est, dominato dai Tamerlaine, dall’Ovest, su cui regnano i Breccan. Sono passati dieci anni da quando Jack Tamerlaine ha lasciato Cadence per approdare sul continente, dove ha dedicato la sua vita allo studio della musica. Ma quando sull’isola le bambine iniziano a scomparire una dopo l’altra, Jack viene richiamato a casa per unirsi alle ricerche. Adaira, l’erede dell’Est, sa che gli spiriti che governano i quattro elementi rispondono solo alle melodie di un bardo e, credendo che siano coinvolti nelle sparizioni, è costretta a chiedere aiuto a Jack. I due non si vedono da quando erano piccoli e non facevano altro che bisticciare, ma ora, loro malgrado, devono collaborare. Canzone dopo canzone, Jack e Adaira imparano a conoscersi come se fosse la prima volta, mentre scoprono che le cause dietro ai dispetti degli spiriti sono più sinistre di quanto immaginassero. Un antico segreto giace sotto la superficie di Cadence, e potrebbe stravolgere il precario equilibrio dell’isola minacciando la sicurezza di tutti gli abitanti.

La nostra opinione

Soli Deo Gloria

L’abbiamo detto in apertura: leggere questo libro – ed il sottoscritto vi consiglia al lume di candela, magari con una bella tazza di tè caldo – è come lasciarsi condurre da un canto che avvolge, che chiama e seduce, inebriando i sensi uno a uno. La Ross, infatti, ha saputo magistralmente costruire la sua narrazione con una meticolosità che la si può riscontrare in un rituale, dove nulla è lasciato al caos e ogni parola appare ben calibrata e studiata, scelta con una cura quasi reverenziale. Così, vediamo che la storia si muove tra ombre e luce, un racconto che non si accontenta di intrecciare semplicemente i fili di una trama e lasciarli al loro destino, ma vuole evocare l’essenza più intima e misteriosa dell’isola di Cadence, in cui si percepisce l’anima in ogni immagine, in ogni pausa, in ogni parola: questa porzione di terra, infatti, viene descritta come un’entità viva, la vera protagonista della storia, la cui voce risuona in ogni descrizione. Non è solo un luogo fisico sulle mappe geografiche, ma è un’anima che accoglie e respinge, e la penna della scrittrice è riuscita a far percepire al lettore quella magia mai dichiarata ma costantemente presente in ogni singola pagina. Quindi, com’è intuibile da queste parole, l’isola non è una semplice ambientazione, né un mero sfondo senza vita; al contrario, Cadence domina la scena, intrisa di una vitalità che più volte ci ha lasciato a bocca aperta, perché ogni elemento – dalle vertiginose scogliere alle mastodontiche brughiere – appare quasi come un quadro vivente che Rebecca Ross dipinge con una maestria ormai molto rara. Non si trattano, infatti, di descrizioni statiche, ma di un paesaggio che muta, in continua metamorfosi, una danza che riflette pienamente il cuore pulsante dell’isola stessa. Essa è viva, dove ogni sasso, soffio di vento, filo d’erba e alberi, porta il peso di segreti mai svelati, custoditi con avidità, dove le storie affondano le loro radici in un tempo ormai lontano. L’Isola di Cadence, quindi, è come un guardiano silenzioso, una sentinella immobile ma sempre vigile, che accompagna Jack e Adaira lungo tutto il loro percorso, restituendo così al lettore un senso di meraviglia e rispetto per questa natura quasi sacra.

Ed è qui, appunto, che si inseriscono i nostri protagonisti: Jack e Adaira. Due anime che sembrano portare nel loro stesso cuore i contrasti e l’armonia dell’isola. Jack, infatti, è un giovane bardo che ha lasciato la sua terra per costruirsi una vita lontana dal clan a cui appartiene, ritornando però con il peso della nostalgia e il desiderio di ricomporre pezzi della sua anima che forse non ha mai davvero lasciato indietro. Jack, quindi, torna a Cadence per seguire un “richiamo” che è insieme doloroso ma al tempo stesso irrinunciabile, come una sorta di melodia: si insinua in silenzio nella sua mente, riempiendolo di nuove possibilità, costringendolo così a confrontarsi con i sentimenti sopiti e con il peso delle scelte passate. Dall’altra parte, abbiamo Adaira: una ragazza dall’atteggiamento fiero e stoico come le scogliere di Cadence, verso la quale avverte un profondo legame con la sua terra ma soprattutto verso la fedeltà alle tradizioni che lei stessa cerca di tenere in equilibrio. Adaira, a nostro avviso, è un personaggio molto potente, ricco di sfumature e che trasuda forza e fragilità in un connubio che la scrittrice tratteggia con una sensibilità mai vista prima. Infatti, non è quel tipo di protagonista che ostenta la sua fierezza in maniera bislacca o compiaciuta, ma è la testimonianza di una vita dedicata alla protezione di un equilibrio che sa essere tanto prezioso quanto fragile. Così, l’incontro tra Jack e Adaira non è diciamo una semplice riunione tra vecchie conoscenze, ma più una lenta e dolce collisione tra poli opposti, in cui ciascuno diventa lo specchio dell’altro, mostrando paura, aspirazione e speranze. Ogni parola, ogni gesto, ogni occhiata furtiva, è come quel filo rosso che intreccia due vite, un’intimità che la Ross è riuscita a costruire con una lentezza sapiente, a tratti quasi impacciata.

Tuttavia, una cosa che abbiamo amato particolarmente è il ruolo della magia, un aspetto che viene trattato con un’eleganza ed una sobrietà che fa distinguere certamente questo libro. Ne Il fiume incantato, infatti, la magia non è un elemento spettacolare, messo solo per condire le pagine, ma è un aspetto essenziale e innato della natura stessa: non è una forza estranea, ma una presenza sottile e materna, che permea ogni cosa e che riflette il respiro dell’isola. Gli scialli, infatti, diventano armature, le melodie hanno il potere di richiamare gli spiriti e le armi infondono paura a chiunque: sono tutti strumenti con un potere ancestrale che sfugge al controllo umano e che esige un rispetto divino. La magia, però, non si concede mai del tutto, ma resta come un filo inafferrabile, come il vento che solleva le onde e si disperde prima di essere compreso appieno. Dunque, è una componente che non ha bisogno di essere spiegata o razionalizzata, perché semplicemente è sempre stata presente, intrinsecamente legata all’essenza stessa dell’isola, una forza che si manifesta quando i personaggi riescono ad aprire – non letteralmente – il loro cuore, affidandosi alla misteriosa bellezza della natura. Al di là della magia, come possiamo leggere dalla trama, un mistero avvolge le pagine di questo libro: sull’isola iniziano a sparire delle bambine, e ciò riesce a dare un senso di urgenza ed allarmismo che accompagna il lettore lungo tutto il suo viaggio. L’enigma delle bambine scomparse, infatti, è un richiamo che risuona come un’eco antico, come un monito che riemerge dal passato e che costringe i nostri Jack e Adaira a scoprire non solo la verità celata nelle nebbie e nella natura di Cadence, ma anche in loro stessi. L’intrigo, infatti, non è solo un pretesto per alimentare la suspense e quel tocco di giallo, ma secondo noi è uno specchio che riflette le nostre paure, ma anche i nostri desideri e le antiche rivalità che agitano ogni singolo lettore.

Andando a discutere di argomenti più “filosofici”, possiamo affermare con certezza che Rebecca Ross affronta temi universali e umani, come il senso di appartenenza, la ricerca della propria identità e l’importanza delle tradizioni familiari. L’eterna lotta tra il nuovo e il vecchio, tra il desiderio di libertà e la necessità di mettere radici, e che emerge chiaramente attraverso le scelte di Jack e Adaira: la loro interazione, infatti, non è solo volta ad esplorare sentimenti romantici ma diciamo che è un confronto che riflette il dialogo tra il passato e il futuro, tra ciò che si è (Adaira) e ciò che si vorrebbe essere (Jack). E allora, l’Isola di Cadence diventa una sorta di microcosmo in cui si intrecciano storie di vita, di perdita, di sogni infranti e speranze rinnovate, tutte collegate da quel filo invisibile. Tutto questo, però, a nostro avviso non era possibile senza la penna – ormai consolidata tra i grandi della nostra generazione – della Ross: la sua scrittura, infatti, crea immagini vivide che si fissano nella mente del lettore, dove ogni parola è una scelta fatta con ponderazione, ogni frase influisce come un corso d’acqua, portando con sé emozioni profonde e complesse.

Conclusioni finali

Per questo motivo, vogliamo ringraziare la Fazi Editore per aver portato nei nostri scaffali questo libro: Rebecca Ross, infatti, secondo il nostro parere, ha scritto un’opera che lascia il segno, un racconto che avvolge e seduce come la melodia di una sirena, che ci ricorda il potere della narrazione ma anche il fascino dell’ignoto. E quando si gira l’ultima pagina, si ha la sensazione di aver camminato tra i venti di Cadence, di aver ascoltato i segreti sussurrati dal vento e di aver fatto parte di quel mondo misterioso e affascinante che è questo libro. Un libro che non si legge soltanto perché si vuole ammazzare il tempo, ma si vive, si sente e si respira. Ogni capitolo, infatti, invita a riflettere e a immergersi nei dilemmi e nelle scelte dei suoi personaggi, rendendo così il lettore un perfetto complice per un viaggio emozionante e indimenticabile.

La lettura di questo romanzo, dunque, è un’esperienza multisensoriale, che lascia un segno indelebile e un ricordo di momenti di pura bellezza. Riteniamo che ogni lettore troverà in Cadence un rifugio, un luogo in cui perdersi e ritrovarsi, un simbolo della propria ricerca di significato e di connessione. Rebecca Ross, dunque, ci ha regalato un capolavoro che, di certo, rimarrà nella memoria e nel cuore di chi ha la fortuna di intraprendere questo viaggio al lume di candela.

Valutazione: ★★★★★  (5 stelle)

A cura di: @literaly_nath (IG)

Lascia un commento