Che cosa significa leggere un libro che riesce pienamente a centrare appieno queste fall vibes che ci stanno accompagnando verso Halloween? Beh, significa immergersi nuovamente nel mondo tetro e oscuro delle sorelle Thaumas, dove tutto sembra sospeso tra la bellezza dell’incanto e l’orrore glaciale dell’ignoto. Se, infatti, nel primo libro della serie (La casa di sale e lacrime), Erin A. Craig ci ha condotto in un mondo dai toni fiabeschi, quasi pixiecore, dove c’è un retelling del mito delle dodici principesse danzanti, in questo nuovo volume la sua penna ci prende per mano, conducendoci in un orizzonte gotico e turbante, abbandonando di fatti i toni fiabeschi. Come leggiamo dalla trama, protagonista del romanzo è Verity Thaumas, la più giovane delle sorelle, che si trova in costante bilico tra il mondo dei vivi e quello dei morti, circondata da una realtà che le è sempre parsa limitante, quasi soffocante, dove la sua famiglia l’ha sempre voluta relegare al ruolo di osservatrice silenziosa e mai protagonista della propria storia.
Trama
Nonostante sogni avventure ben oltre le coste delle isole Salann, la diciassettenne Verity Thaumas è rimasta nella tenuta di famiglia, Highmoor, con la sorella maggiore Camille, mentre le altre ragazze Thaumas si sono divise per Arcannia. Quando Mercy comunica loro che la duchessa di Bloem è interessata a far dipingere a Verity un ritratto del figlio Alexander, lei si mostra subito entusiasta, ma Camille non è d’accordo e prova a impedirglielo rivelandole un segreto taciuto per anni: Verity è in grado di vedere i fantasmi. Sconcertata, la giovane fugge da Highmoor diretta a Bloem, dove viene conquistata dal paesaggio florido e lussureggiante e dall’affascinante e spiritoso Alexander. Ben presto, però, Verity inizia a intravedere il lato oscuro della tenuta, nascosto con cura dietro una facciata così vigorosamente stucchevole.
La nostra opinione
Non ho mai visto la pioggia cadere in quel modo
Addentrarsi in questo libro è come entrare nella tana del bianconiglio: un sogno antico, fatto di parole che trasudano di un tempo sospeso, dove ogni dettaglio – visivo e/o sensoriale – si fonde in un arazzo intriso di mistero fino al midollo. E di nuovo questo è grazie solo all’abilità della scrittrice, Erin A. Craig di tessere trame con una delicata maestria che trascina il lettore in atmosfere gotiche, dove le vibes dark academia la fanno da padrona: il respiro soffocato delle stanze colme di polvere, l’odore acre dei giardini in rovina, il mormorio appena percepibile di presenze eteree che aleggiano invisibili eppure ineluttabili, si annodano in una matassa di suspense. E questo romanzo, per quanto si leghi alla stessa serie del precedente, diciamo che prende un percorso più oscuro e sinistro, un viaggio che affonda nelle radici profonde dell’orrore: un orrore che non è solo una sensazione, ma una presenza quasi viva, che si cela nelle pieghe dei legami di sangue. In questo contesto, allora, la tenuta di Chauntilalie sorge come una creatura vivente, dove le sue stanze si ergono come gabbie dorate, un tempo ornate da un fasto decadente ormai appassito, ed i suoi corridoi e giardini, un tempo splendenti e pieni di vita, adesso recano i segni di un’eleganza sgualcita, divenendo trappole seducenti e letali come piante carnivore. Dunque, non è solo un background senza vita, ma diventa quasi il simbolo stesso del viaggio che compie la nostra protagonista, Verity: una figura attratta e al tempo stesso imprigionata. Infatti, ella è una giovane tenace e piena di vita, che emerge tra le ombre di questa dimora come una creatura di straordinaria sensibilità, marchiata dal dono inquietante di percepire ciò che è invisibile, una capacità che più che una benedizione sembra una condanna, costringendola a vivere sotto la sorveglianza incessante della sorella maggiore: essa, per amore o forse per paura, la avvolge in una protezione asfissiante, celandola dalle esperienze del mondo. Tuttavia, Verity non smette di coltivare il desiderio di affrancarsi da questa prigionia; così, quando riceve l’invito della duchessa di Bloem per ritrarre il figlio Alexander, intravede una breccia verso un orizzonte nuovo e sconosciuto.
Ed è proprio in questa occasione che emerge uno dei personaggi che, secondo il nostro avviso, cattura l’attenzione: Alexander. Si tratta di un ragazzo con una disarmante gentilezza e un’aria di fragilità quasi porcellanea, che sfida la sua condizione con una pazzesca forza interiore che illumina ogni angolo (anche se anche lui nasconde un pizzico di oscurità che si sposa perfettamente con l’atmosfera dark di Chauntilalie). E riteniamo che la penna dell’autrice abbia compiuto un lavoro magistrale su questo personaggio, perché ha saputo costruire Alexander in maniera sensibilmente umana, offrendo così al lettore un giovane uomo che sì affascina Verity per il suo spirito vivace, ma anche per la sua capacità di comprenderla e accoglierla nel proprio mondo.
Così, passiamo al punto che tanto amiamo, ovvero le tematiche che vengono affrontate. Infatti, leggendo questo romanzo si capisce perfettamente che, in maniera ovviamente molto gentile, si affrontano le tematiche quale la solitudine, dell’appartenenza e della ricerca della propria identità: Verity, infatti, come abbiamo detto, è come intrappolata tra il suo passato e il desiderio di un futuro libero da una famiglia opprimente, incarnando alla perfezione il tema del conflitto interiore: avverte, infatti, il richiamo della famiglia – rappresentato in questo caso da sua sorella – ma al tempo stesso, nel profondo del suo cuore, percepisce il bisogno di poter vivere la propria vita secondo le sue regole, secondo i suoi dettami morali. Anche la sorella è un personaggio che meriterebbe un articolo per sé, ma possiamo dire che si tratta di un personaggio molto criptico, che dimostra di possedere una forza incrollabile ma al contempo una fragilità nascosta: un’autentica rosa dalle spine appuntite. E questo legame, fatto di protezione e dominio tra le due sorelle, è una delle forze che più ci ha conquistato: infatti, l’autrice è riuscita a trasmettere pienamente il senso di oppressione che, come abbiamo detto, viene avvertito da Verity, soprattutto il terrore, misto ad amore, e questo pensiamo sia uno splendido spunto di riflessione, perché ci viene mostrato quanto a volte l’amore possa divenire una prigione e quanto, per trovare se stessi, sia necessario recidere i legami che ci trattengono una serra dorata. E questo viene amplificato certamente dalle descrizioni che, grazie alla penna gotica dell’autrice, si muovono tra atmosfere e paesaggi che riportano il lettore in un romanticismo ormai perduto, estinto, dove la natura ed i suoi luoghi possiedono quasi un’anima in grado di influenzare le vite umane. La tenuta, infatti, con le sue ombre ed i suoi silenzi, fa da cornice in un mondo sospeso tra l’onirico e l’incubo, restituendo un ambiente tanto suggestivo quanto disturbante (non nel senso negativo del termine). Per quanto riguarda la scrittura, essa non è mai frettolosa: il ritmo è volutamente lento, attentamente studiato per offrire una visione piena delle emozioni di Verity e delle ombre che popolano Chauntilalie, rendendo il romanzo un’esperienza sensoriale che stimola tutti i nostri sensi. Ovviamente, per un libro del genere, non mancano di certo le incursioni horror, che si insinuano nei pensieri della nostra protagonista come una minaccia costante, sempre in agguato: diciamo che si tratta di un orrore viscerale, che nasce dalla suggestione e dalla tensione che aleggia in ogni riga d’inchiostro, e che rende questo libro adatto per una lettura volta a far venire la pelle d’oca.
Conclusioni finali
Tirando le somme, possiamo affermare che “La casa di radici e perdizione” (Fanucci Editore) di Erin A. Craig è letteralmente un incantesimo su carta, che avvolge il lettore in un abisso di atmosfere dense e sussurri dimenticati, là dove la realtà sembra perdere i contorni e la fantasia diventa frammenti sparsi. Non si tratta solo di un racconto, ma di un vero e proprio viaggio verso il lato oscuro di noi, verso quella ragione dell’anima che solo pochi hanno il coraggio di accendere. Allora, Verity, con il suo sguardo pieno di sogni taciuti e quel desiderio impellente di libertà che sfida ogni costrizione, emerge come una lucente ombra, dove è lei che ci ricorda che trovare se stessi significa, talvolta, smarrirsi nell’oscurità e abbracciare il richiamo di ciò che più ci spaventa. In definitiva, possiamo affermare che Erin A. Craig si riconferma – ancora una volta – come un’abile tessitrice di visioni, degna di Atena, una guida verso un luogo remoto, creando così un romanzo adatto per chi ama perdersi in territori ancora inesplorati, dove ogni ombra nasconde una verità taciuta ai più e dove il presente è un frammento di una realtà mai compresa del tutto.
Valutazione: ★★★★☆ (4 stelle)
A cura di: @literaly_nath
