Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma ti costringono a fare i conti con i tuoi scheletri nell’armadio, con quelle emozioni così catartiche che le hai volutamente nascoste in fondo al tuo subconscio. Lotus di Jennifer Hartmann è uno di questi, perché si tratta di un romanzo che ti trascina in un vortice di sentimenti contrastanti, alternando momenti di struggente malinconia a sprazzi di speranza luminosa come un fuoco d’artificio. Un libro che non parla solo di perdite, trami e inaspettati ritorni, ma che esplora l’essenza stessa della resilienza umana, mostrando come anche le ferite più profonde possano, con il tempo, trasformarsi in lattee cicatrici testimoni di una storia di sopravvivenza. Questa non è solo uno smielato racconto d’amore: è un viaggio nelle ombre di un’anima perduta, in un cui i protagonisti si aggrappano con le unghie al passato per non perdersi, ma devono comunque trovare la forza di guardare avanti per ricominciare. Ed è vero: Lotus non ti concede tregua, non alza mai bandiera bianca, e le sue pagine scorrono come un fiume in piena, lasciandoti senza fiato fino all’ultima pagina.
Trama
Per il resto del mondo, lui era solo il ragazzino scomparso il 4 luglio. Per me, lui era tutto. La mia vita non è stata più la stessa da quando è scomparso, ma ho imparato ad andare avanti nonostante il vuoto. Ventidue anni dopo, l’ultima cosa che mi aspetto è che quel vuoto venga colmato. Il suo nome è Oliver Lynch e questa è la sua storia. La nostra storia.
La nostra opinione
Come se ogni stella della galassia fosse caduta sulla Terra e si fosse infilata sotto la mia pelle
Il fiore che sboccia nel buio
Pensiamo che ci sia qualcosa di irresistibile nella seducente capacità di Jennifer Hartmann di raccontare il trauma come un prisma dalle infinite sfaccettature. In Lotus, infatti, questa maestria narrativa raggiunge delle vette che poche volte sono state toccate, esplorando il delicato processo di rinascita di Oliver Lynch: la sua storia è una perfetta parabola di resilienza che trova la sua forza nel confronto costante, nella battaglia eterna, tra luce ed oscurità. Oliver, infatti, non è semplicemente un “sopravvissuto”, ma un’anima intrappolata in una sorta di limbo, dove il dolore e la speranza coesistono in una maniera straziante. Infatti, fin dai primi capitoli capiamo che dopo ventidue anni di prigionia, la sua libertà non è una conquista così tanto semplice: è più un lento processo di (ri)scoperta, un tentativo di ricostruire la propria identità in un mondo che si è evoluto senza di lui, lasciandolo in un’epoca che ormai non gli appartiene più. E la penna della scrittrice, allora, riesce a mettere nero su bianco l’innocenza quasi infantile di Oliver, che si mescola ad una maturità forgiata dalle privazioni e dalle sofferenze subite, facendolo diventare un personaggio che vive tra il desiderio di esplorare il mondo e la paura di essere sopraffatto da esso. Ma, nonostante ciò, la sua voglia di vivere è contagiosa, anche se intrisa di una dolce malinconia: ogni passo fuori dal buio la possiamo considerare una vittoria, ma anche un confronto con il vuoto che la sua assenza ha lasciato nelle vite di chi lo amava.
Di contro c’è Sidney, la migliore amica d’infanzia che non ha mai dimenticato quel ragazzino scomparso durante il Ringraziamento. Ma questa ragazza non una figura semplice, relegata al trope della ragazza della porta accanto; infatti, se Oliver è l’emblema stesso della resilienza, Sidney è rimasta come bloccata alla notte della scomparsa, in un preciso momento della sua vita fatto di sensi di colpa e dolore irrisolto. E così, vediamo che il loro incontro, dopo molti anni, è al tempo stesso sia una benedizione che una sfida: entrambi, infatti, adesso devono affrontare i fantasmi di ciò che erano e di ciò che avrebbero potuto essere. Ma questo viaggio, inevitabilmente, crea un legame molto interessante tra Oliver e Sidney: un rapporto che si fonda sulla fiducia, sull’amore e sulla difficoltà di accettare le proprie sfide nonostante il male del passato. La scrittrice, in tutto questo uragano di emozioni, interviene a gamba testa, costruendo questo legame con un’abilità molto rara, evitando di scivolare nel mero sentimentalismo e mantenendo, invece, una tensione emotiva che accompagna il lettore per tutta la narrazione. Ogni loro dialogo, ogni gesto, è carico di significato, e la loro intimità (anche sessuale) cresce gradualmente, come un fiore che sbocca con pazienza e fatica. La loro storia, infatti, non è una favola dal finale scontato, ma una rappresentazione onesta e realistica dell’amore, di quel sentimento che non cancella il dolore ma lo trasforma in una forza su cui costruire un futuro nuovo, lontano dalle grinfie del passato.
L’ossessione per l’apparenza: una nota stonata

© @jfdbooks (IG)
Tuttavia, per quanto quest’orchestra emotiva sia emotivamente intensa, c’è una nota che purtroppo stona in maniera troppo appariscente per non essere sottolineata. A metà del romanzo, infatti, la narrazione si sofferma ripetutamente sul fisico di Oliver, descritto come perfetto, quasi scolpito nel marmo. E questa insistenza appare troppo in contrasto con la profondità emotiva della storia, rischiando talvolta anche di banalizzare un personaggio che, invece, si distingue proprio per la sua complessità interiore. Il messaggio che personalmente ho letto è che la penna della Hartmann, in un certo punto, sembra voler utilizzare il corpo di Oliver come il simbolo della forza ritrovata, della sua capacità di risorgere dalle cenere della propria esistenza distrutta, ma questa scelta narrativa, riproposta con eccessiva frequenza, finisce per apparire forzata e poco veritiera, distogliendo l’attenzione dai temi centrali della trama. Infatti, in una storia come Lotus, che abbiamo detto affronta temi molto delicati ed attuali – quali la rinascita emotiva, spirituale e psicologica – continuare ad enfatizzare così tanto l’aspetto fisico del protagonista sembra quasi un insulto a quest’ultimo, in alcuni punti addirittura inappropriato. Perché Oliver è molto più del suo fisico scultoreo: è un uomo che sta imparando a vivere di nuovo, a fidarsi degli altri, a trovare il proprio posto in un mondo che gli è stato strappato via senza esitazione. La forza di Oliver, infatti, risiede proprio nella sua capacità di affrontare a testa alta le ombre del passato, non con i suoi muscoli scolpiti, e sarebbe stato invece più saggio lasciare che fosse la sua anima a brillare, senza l’eccesso di boriose descrizioni fisiche.
Nonostante ciò, questo libro non è assolutamente da buttare: la Hartmann, infatti, veste quasi i panni di Virgilio, accompagnando il lettore in un viaggio che esplora non solo la storia di Oliver – e quindi anche il motivo della sua scomparsa – ma anche quello della controparte femminile, Sidney, mostrando come il dolore possa manifestarsi in modi diversi e complessi. Per questo motivo, possiamo affermare che lo stile della scrittrice è uno dei punti di forza del romanzo: è come un incantesimo, capace di catturare l’essenza delle emozioni con una precisione quasi chirurgica, dove le descrizioni dei momenti più intimi tra Oliver e Sidney sono intrise di una poesia delicata, mentre i passaggi dedicati al trauma e al dolore sono raccontati con una crudezza che non lascia certamente indifferenti. Si tratta di uno stile che non ha paura di scavare a fondo, di affrontare le ombre senza renderle smielate per essere digerite, ma che sa anche regalare attimi di luce e speranza. Per quanto riguarda Sidney, prima di concludere vorremmo soffermarci ancora qualche istante su di lei: è facile giudicarla per la sua incapacità di lasciarsi andare, come se fosse una pick me girl dalla voglia facile, ma la Hartmann ci invita a guardare oltre le apparenza, a comprendere le radici di quel dolore tanto catartico quanto umano. Non si tratta solo di una donna spezzata: come Oliver anche lei è una sopravvissuta che, a modo suo, ha cercato di ritrovare la strada per andare avanti. Per concludere, va comunque sottolineata ed ammirata la maestria con cui l’autrice affronta il tema della guarigione. Non c’è niente di facile o scontato in questo libro: ogni passo avanti è guadagnato con immensa fatica, e ogni vittoria è intrisa di dolore. Ma è proprio tale autenticità ad aver reso questo romanzo così potente, così vero, dimostrandoci che la guarigione non è un processo lineare ed istantaneo, ma un viaggio fatto di alti e bassi, di ricadute e risalite, e che ogni cicatrice racconta una storia di forza e resilienza, non di debolezza.
Conclusioni finali
Lotus è un romanzo che scava nelle viscere dell’animo umano, mostrando come il dolore e il trauma possano modellare una vita, ma anche come l’amore e la speranza possano offrire una via d’uscita. Con la sua scrittura intensa e viscerale, allora vediamo che Jennifer Hartmann ci regala una storia di rinascita che lascia il segno, anche se non priva di imperfezioni. È un libro che parla di ferite aperte e cicatrici che raccontano storie, di legami che sopravvivono al tempo e alle avversità, di un amore che non cancella il dolore, ma lo abbraccia, lo accoglie, e prova a costruire qualcosa di nuovo. Nonostante qualche nota stonata, come l’insistenza sull’aspetto fisico di Oliver, Lotus rimane una lettura potente e toccante, capace di emozionare e far riflettere. È un romanzo che insegna che la vita, anche quando sembra distrutta, può sempre trovare un modo per rifiorire, proprio come un fiore di loto che emerge puro e luminoso dalle acque più torbide.
Valutazione: ★★★☆☆ (3 stelle)
A cura di: @literaly_nath

. . . Mick Herron – a British spy novelist.
He’s become so beloved writing about the worst spies that he’s now widely regarded as the best spy novelist since John le Carré.
All of which is pretty strange.
Because it wasn’t long ago that he was a spy novelist who nobody read.
https://www.wsj.com/arts-culture/books/slow-horses-mick-herron-apple-tv-spy-fiction-05fd1dc5
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https://en.wikipedia.org/wiki/Mick_Herron
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https://www.bbc.co.uk/programmes/m001pf9n
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https://en.wikipedia.org/wiki/Category:Crime_Writers%27_Association
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https://en.wikipedia.org/wiki/Category:21st-century_British_novelists
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