A quasi due anni di distanza dalla prima, il 18 ottobre è uscita la seconda stagione di una delle serie più commentate degli ultimi anni, The Devil’s Hour, di cui vi avevamo già parlato in un precedente articolo. Prodotta sempre da Steven Moffat e creato da Tom Moran, si riconferma essere uno dei migliori titoli proposti da Prime Video come thriller-drama.
Le cinque puntate sono dirette da Johnny Allan e Shaun James Grant, e ritornano come protagonisti Jessica Raine, Peter Capaldi, Nikesh Patel e Benjamin Chivers.
La trama della seconda stagione
Abbiamo lasciato Lucy in una situazione terribile, dopo aver incontrato Gideon ed essere stata messa al corrente del reale motivo dietro i suoi crimini. Torniamo in questa seconda stagione con un punto di vista splittato, due linee temporali che ci raccontano la vita di Lucy, senza l’intervento di Gideon, e quella invece in cui l’uomo ha salvato sua madre Silvya dal suicidio. Nella prima Lucy Chambers ha un’infanzia difficile, tanto da venire quasi arrestata, momento in cui incontra Nick Holness, che la convincerà di avere le carte in regola per diventare un buon detective.
È proprio in questo contesto che Lucy incontra Ravi, diventando sua partner prima sul lavoro e poi nella vita. La seconda linea temporale segue le fila della prima stagione e mostra Lucy, che ora ha piena coscienza di sé e del suo ciclo di vite, cercare di prendere in mano la situazione per evitare una catastrofe, decidendo persino di allearsi con Gideon.
La struttura, lo stile narrativo e i personaggi
Se la prima stagione aveva colpito per la complessità e la struttura precisa e coerente con cui era stata scritta, la seconda non fa che aumentare ulteriormente lo stupore nel pubblico. La prima stagione era un gomitolo ingarbugliato di eventi, difficile da comprendere e ancora più complesso da sbrogliare. Le prime puntate sono state complicate da digerire, perché si viene catapultati in un mondo e una dimensione della nostra realtà a cui non siamo abituati.
In questa seconda stagione, invece, siamo preparati, pronti a capire cosa stia succedendo e interessati al futuro di Lucy e a quali scelte prenderà. Il suo personaggio si dimostra estremamente ben delineato. Se nella prima stagione l’unica pecca che poteva avere era che il pubblico avesse il sentore che ci fosse qualcosa che mancava in lei, in questa stagione la vediamo completa. Lucy sembra aver acquisito una consapevolezza profonda di se stessa e del mondo che la circonda. Non è più la madre spaventata della prima stagione, ma una donna pronta a combattere per la sua famiglia, i suoi affetti e per impedire una strage.
La doppia linea temporale, inoltre, ci lascia conoscere una Lucy diversa, che avevamo solo intravisto nella prima stagione, ma che qui si prende il suo spazio e, anzi, si sovrappone alla nostra Lucy. Si dice che l’essere umano sia il risultato di tutte le esperienze vissute e il personaggio di Lucy ne è la prova vivente: in questa stagione il suo lato da detective e da poliziotta esce fuori in maniera prepotente, mischiandosi a quello della madre affettuosa e gentile che è nei confronti di Isaac.

Il personaggio di Gideon, invece, resta sempre una sicurezza: è l’ancora a cui tutto gira intorno, come se definisse lui gli eventi della storia. Il suo personaggio, sebbene si sia avvicinato molto a Lucy, mantiene comunque quel solito distacco che lo contraddistingue, fedele com’è al suo desiderio di impedire le ingiustizie, anche a costo dei propri affetti.
Gideon, infatti, non si avvicina mai troppo a Lucy, sebbene si noti l’affetto nei confronti della donna, che ormai fa parte della sua vita. Nonostante i tentativi di non rimanere coinvolto, Gideon si ritrova a interfacciarsi con Isaac, con Sylvia e la stessa Lucy diventa un elemento determinante non solo per il piano che entrambi stanno seguendo, ma anche per qualcosa di più profondo.
Nonostante questo, il suo personaggio rimane comunque intrappolato in quella zona di oscurità che lo aveva già contraddistinto nella prima stagione, lasciandoci di stucco in più punti, soprattutto nell’ultimo episodio.

Ravi, invece, subisce uno sviluppo molto veloce e tutto nelle ultime puntate della seconda stagione. All’inizio sembra quasi che sia un elemento di contorno, in quella linea temporale che possiamo considerare “reale” per noi, mentre appare molto nella vita di Lucy senza Isaac. Conosciamo il Ravi partner di Lucy, poi la loro coppia e poi lui come marito. Condividiamo le loro gioie e i dolori e il Ravi di quella dimensione si fa strada dentro di noi e si guadagna un angolino dove trova il nostro affetto.
Il “nostro” Ravi, invece, sembra quasi perseguitato da dei fantasmi invisibili, come se sentisse anche lui un interruttore tarato sull’off che stona con la sua vita. È molto diverso dall’uomo spensierato e innamorato dell’altra dimensione e, verso le ultime puntate, qualcosa dentro di lui cambia.
Il litigio con Lucy, la rivelazione della donna su tutto ciò che sta succedendo, lo portano ad avere un breakdown non indifferente, a cui segue una sovrapposizione delle due realtà. Ravi riacquista, in parte, la sua consapevolezza, avvicinandosi a ciò che sa Lucy e capendo che quello che gli ha raccontato è vero. Il ricordo della tragedia del negozio di giocattoli lo porta a prendere una decisione dolorosissima, che sfocia con la sua presenza sul luogo nell’ultima puntata.

Questo continuo sovrapporre le due trame porta ad aumentare l’attenzione ed è un escamotage ingegnoso per spiegare anche delle sequenze non chiare della prima stagione. Tutto si incastra perfettamente e tutto segue una logica che nessuno si aspetta.
La regia e il montaggio
Come per la prima stagione, The Devil’s Hour mantiene le inquadrature solite del thriller britannico, creando atmosfere desaturate, fredde, che richiamano gli ambienti e le temperature dei luoghi in cui è stata ambientata. La fotografia di Stuart Biddlecombe e Bjørn Ståle Bratberg continua a creare un’ambientazione perfetta per la storia, aiutando anche nella rappresentazione visiva dei sentimenti dei personaggi.
Un elemento interessante è proprio il fatto che The Devil’s Hour sia una serie ricca di contrasti, tipici dei thriller inglesi. A questo giro sono diminuite le inquadrature statiche che si rifanno più agli horror, proprio perché ora sappiamo cosa stiamo guardando e non c’è più la paura di veder spuntare all’improvviso qualcuno nel corridoio della casa di Lucy.
Ci sono comunque delle scene che hanno lo scopo di far saltare sulla sedia, come il momento in cui Gideon trova Sylvia nel giardino in piena notte, ma sono tutte sequenze che servono alla trama e che non appaiono mai forzate. Inoltre, la regia diventa ancora più emotiva, portando all’estremo la rappresentazione degli sconvolgimenti interiori dei personaggi. La narrazione attraverso le immagini è molto d’impatto, con inquadrature distorte che molte volte riprendono i personaggi dal basso, creando una sensazione di disagio e disequilibrio anche nello spettatore.

Una menzione d’onore va al montaggio, che supera di gran lunga quello della stagione precedente. Fin dalla prima puntata ci si rende conto di quanto il ritmo e il tono siano diversi, di come le cose cambieranno ora che Lucy ricorda, e tutto è comprensibile grazie al modo in cui le scene e le varie inquadrature sono state montate. Anche qui, si segue ciò che è stato fatto nell’ultima puntata della stagione precedente: show don’t tell. È una delle regole fondamentali della serialità, così come del cinema in generale, che qui ha un valore intrinseco ancora più profondo, visti i temi trattati.
Non servono spiegazioni perché tutto ci viene mostrato, così come il risveglio di Lucy alla fine della prima puntata ci indica che questa stagione sarà di fondamentale importanza per la serie.
In più punti della stagione sono presenti dei montage, firma ormai della serie, che hanno lo scopo di aumentare non solo il coinvolgimento del pubblico ma di raccontare pezzi di vita dell’altra dimensione che fino a quel momento non ci erano chiari. Appaiono come ricordi di Lucy, di Ravi, o di altri personaggi che riescono a vederne dei frammenti. Il montaggio è stato spettacolare ed era incredibilmente difficile, vista la trama e la narrazione complessa.

L’importanza dei colpi di scena: il finale di stagione lascia a bocca aperta
Non si può non parlare dell’ultima puntata, che ha scatenato una serie infinita di congetture per la stagione successiva. Onde a evitare qualche spoiler, ne parleremo in maniera generale.
Inutile dire che solo in questa puntata ci saranno un plot twist dopo l’altro, mentre i personaggi cercheranno di evitare la tragedia del negozio di giocattoli e di catturare il killer che Gideon insegue da tutta la vita. L’uomo sconosciuto rimarrà tale per tutta la stagione, lasciando nel pubblico un senso di frustrazione non indifferente, visto soprattutto il finale.
Un elemento di cui vale la pena parlare, è proprio Gideon: è lui a incarnare perfettamente l’anima della serie, compiendo delle scelte difficili anche a discapito di brave persone. Il personaggio si ritrova più volte a mettere da parte il singolo per impedire una tragedia, rischiando di veder morire chi gli è vicino.

La stessa Lucy, alla fine, diventa un ostacolo troppo grande e troppo importante che lo costringe a intervenire in maniera drastica. Per non cadere in descrizioni dettagliate, vi diremo solo che Ravi, Lucy e Gideon saranno al negozio di giocattoli il giorno della tragedia e che tutti e tre cercheranno di impedire la morte di tutte quelle persone.
Il finale di The Devil’s Hour lascia con un risvolto dolceamaro, che ci porta a chiederci come sia possibile la presenza di una terza stagione, ma che si conclude con un paio di colpi di scena che nessuno si aspettava e che renderanno le cose davvero molto interessanti.
