Sebbene sia scontato riferirsi a Paola Barbato come “regina del thriller” termine usato ormai così tante volte per promuovere dei libri, che ha perso il suo reale significato, come dice Felice Galatiolo, è comunque questo il titolo che le spetta, essendo una delle scrittrice più brave nel panorama italiano.
Conosciuta per essere sceneggiatrice di Dylan Dog, ha vinto con il suo secondo libro Mani Nude il premio Scerbanenco da cui è stato tratto l’omonimo film, proiettato alla mostra di Roma. Ora è uscito il suo nuovo libro La torre d’avorio edito Neri Pozza.
Puoi scappare da chi sei stata, ma quello che hai fatto ti seguirà.
E’ questa la frase sul retro della copertina che descrive il libro, perchè qui abbiamo una prima protagonista che parte dichiaratamente colpevole dalla prima pagina, colpevole non tanto di un crimine che sta commettendo, quanto di uno che ha commesso tredici anni prima, da una parte relativamente giustificato dal fatto che lei è stata dichiarata parzialmente incapace di intendere di volere, a causa di una patologia, che è la sindrome di Münchhausen per procura.
Ma cos’è questa sindrome? Se la sindrome di Münchhausen da sola è la sindrome del malato immaginario, quindi una persona che ritiene di dover essere curata per delle cose che non ha, chi soffre della Münchhausen per procura invece vuole essere colui che cura, in modo da essere gratificato dal fatto che fa del bene, e se non ha un malato di cui occuparsi se lo procura. Quindi quasi sempre coloro che sono affetti da questa sindrome avvelenano, molto spesso tramite farmaci tossici le persone che le stanno care.
Una delle grandi capacità della Barbato è quello di creare ogni volta una nuova sorpresa, un nuovo terreno su cui poter scrivere una nuova storia, senza creare una serie, infatti i protagonisti che ha scritto appartengono solo ad un libro. Nonostante ciò c’è un filo che lega tutti i suoi scritti ed è la presenza del male nelle varie forme più o meno conosciute: in questo libro per esempio, il male assume la forma di una patologia. “Ho sempre sostenuto che non è aumentata la quantità di male rispetto al passato.” racconta Paola, infatti ritiene che un tempo esso era più circoscritto, che la possibilità di eseguirlo era in mano ai potenti, mentre ora è molto più diffuso ed è più semplice agirlo, infatti ci sono molti più strumenti e lo si può trovare dappertutto, da internet, alle scuole e anche a casa. Prima c’era una conoscenza limitata e una distinzione netta del bene e del male, mentre adesso il male non è una cosa eccezionale, ne che appartiene solo a certe persone, ma tutti lo posseggono in quantità, in modo e con motivazioni diverse. Negli ultimi tempi però è più semplice uccidere e devastare la vita perchè si può e quindi lo si fa, e ciò diventa quindi una questione di etica morale del singolo. “Però più lo si conosce più lo si depotenzia.”
Nel libro pare che la protagonista con le sue compagne, dopo avendo fatto un gesto particolarmente negativo nei confronti della società e avendolo pagato, non possano ottenere redenzione, che nonostante aver scontato la pena, si rimane marchiati da quel tipo di situazione. La scrittrice ha un pensiero su questo tema: “Non credo che la redenzione sia la soluzione” spesso non c’è risarcimento possibile per il male causato, come ad esempio l’omicidio, ma quindi cosa si può fare? Bisogna imparare a compensare, che è molto più dell’espiazione e della punizione, è un’ottima formula soprattutto per chi vive una malattia mentale e ha agito di conseguenza ad un impulso, quindi molto spesso le persone quando escono da un periodo detentivo di qualsiasi genere, non soltanto dal punto di vista psichico, non vengono riaccolte, perché comunque nell’ottica della gente c’è ancora molto da fare. “Levando l’espiazione di mezzo e parlando di compensazione, uno convive con la propria colpa, non è che deve per forza superarla, ma bisogna andare oltre dimenticare, cambiare, diventare un’altra persona perché si convive con tante cose, si convive con il luto, si convive con la perdita, si convive con la trasformazione, con il fatto di avere perso un’identità, perché non si potrebbe convivere con la colpa?” La si deve accettare e poi ce ne si fa qualcosa, se si ha fatto del male si cercherà di fare delle cose buone, così ci si sentirà quella colpa, però ci sono anche le cose positive che si ha fatto e questo equilibrio è ciò che si deve andare a cercare, non di comparare la sofferenza con quella che si ha provocato.
La torre d’avorio, il titolo del libro, non è soltanto la metafora per dire dove ciascuno di noi trova la sua sicurezza, si rinchiude, ma in questo caso è proprio una torre fisica, un ambiente che si costruisce la protagonista. All’inizio Barbato pensava che Mara fosse come un’accumulatrice seriale, che si riempie la casa di cose, ma poi strutturando la storia ha capito che gli avvelenatori sono come i pasticceri, gente precisa, e che quindi una persona così non può mettersi in casa di tutto. Così ha iniziato a strutturare questo concetto che Mara avrebbe accettato molto meglio che le cose fossero già catalogate e non visibili.
Nei ringraziamenti Paola scrive: “Ringrazio Mariele, Moira, Maria Grazia, Fiamma e Beatrice”, sono le cinque donne protagoniste del libro, “Perché sono tutte una parte di me e amandole amo un po’ di più anche me stessa.” Quindi in questo libro c’è un po’ anche la partecipazione da parte dell’autrice, infatti lei è partita da un concetto che per lei è molto caro: le persone che vivono assieme qualcosa di traumatico si legano in una maniera diversa da chi si sceglie per simpatia, antipatia, affinità. Questo l’ha imparato grazie alle sue esperienze tra cui quella di sua madre che entrando in un gruppo di supporto Donna per Donna si è trovata in compagnia di persone molto distanti da lei, con le quali in un altro contesto non avrebbe mai parlato, ma nonostante ciò si è legata a loro perchè avevano passato tutte la stessa esperienza. Ma questi legami possono esserci in diversi ambiti tra cui quello delle cinque protagoniste del libro, quindi quando Mara è costretta a scappare, non avendo più una famiglia da cui tornare, le uniche persone di cui si fida e a cui si sente legata sono queste altre quattro donne ed è da loro che va. “Io la trovo una cosa che mi ha, per certi versi, riconciliata, anche con il fatto che qualche volta uno si sente solo perché magari non ha trovato l’amicizia perfetta. Noi abbiamo anche un po’ quest’idea angelicata, sia delle relazioni amorose, sia amicali del migliore amico perfetto.” Racconta Barbato “La realtà è che è difficile trovare davvero una persona con cui ti capisci pienamente e io che non l’ho mai trovata così come la cercavo, ho invece voluto nobilitare anche quelle amicizie che io ho con persone che in realtà non hanno poi così tanto in comune con me, ma ci unisce la scelta razionale di legarci, di essere amiche.”
Nonostante questo legame tra di loro, non si può dire lo stesso di quello madre-figlia presente nel libro, infatti in questo caso a livello di rapporti familiari non c’è questa solidarietà. Ed è un rischio che sfortunatamente si corre sempre, quello di replicare il modello genitoriale oppure cercando di fare il totale opposto, in ogni caso sono errori tutti e due. Nella narrazione del rapporto tra la madre e Marielle e Marielle e sua figlia, purtroppo lì si è andati a ricadere in questa replica, perché Marielle non ha mai finito di essere figlia, ha subito il biasimo e le aspettative deluse della madre, ed è rimasta figlia anche quando è diventata madre. Quando poi perde il rapporto con la figlia per l’ordine restrittivo perché la figlia era minorenne, il recupero è immenso, perché dovrebbe partire totalmente da lontano e lei non ce la fa e quindi fa il poco che riesce, che è troppo poco. “Quando uno dice ma se tu vuoi, puoi, lei dice: io non ho più potuto per tredici anni avere rapporti con i miei figli. Ma non è che ci abbia provato disperatamente con tutta te stessa.” afferma Paola.
La torre d’avorio è un libro complesso, infatti non si scherza con i temi trattati, per cui anche soltanto dal punto di vista legale ha dovuto fare un grosso lavoro, per cui non poteva permettersi di dire delle cose non precise. In più, tutta la parte delle patologie psichiche, le ha aperto un universo sul fatto che le REMS non sono gestite tutte nella stessa maniera così come le patologie, per cui ha dovuto fare una raccolta di dati e poi decidere dove andare a parare. E inoltre mettere insieme delle persone così complicate, diverse tra loro e riuscire a farle interagire è stato sicuramente un lavoro di grande montaggio.
Paola Barbato però è anche una scrittrice anche per ragazzi ed è molto amata dal pubblico giovanile. Coloro che avevano iniziato con i suoi libri per le medie, quando vengono alle sue presentazioni le chiedono “Posso leggerlo ora che ho quattordici anni?” Infatti lei ha sempre messo un veto, che fino a quattordici anni i suoi libri non si leggono: “Io non voglio che in un’anima tenera di quattordici, quindici anni, io possa manometterla”, soprattutto perchè alcuni dei suoi titoli sono molto impattati a livello psicologico.
Ha ammesso che per scrivere non ha un metodo: “Ho tre figlie, non è possibile. Ne ho avuto uno finchè non sono rimasta incinta per la prima volta.” Quindi scrive quando può, e dopo anni e anni di allenamento riesce a scrivere in treno, in albergo, nei parchi, nei ristoranti. Si crea un rumore bianco, mettendosi in loop una canzone finchè non riesce ad isolarsi. E quando ha l’urgenza di mettere giù qualche idea utilizza il suo telefono, alleato numero uno, per registrare quello che sta pensando. Inoltre ogni suo personaggio ha un nucleo motivazionale, agisce per un determinato motivo e quando individua questo, lo riconduce allo stesso nucleo motivazionale che ha trovato in qualcuno che conosce e quindi fa riferimento ad amici o conoscenti. Non pesca mai né dalla cronaca, né da personaggi altrui o cose viste in televisione o cose sentite, perchè lo reputa quasi come rubare e ciò viene male e rimane la sensazione del fatto che era migliore nella versione originale.
Felice inoltre ha condiviso il suo slogan con noi:
Un pensiero su “Presentazione de “La torre d’avorio””