Non tutte le storie hanno bisogno di grandi battaglie o epici eroi per lasciare il segno. A volte, bisogna solo mettersi comodi e farci cullare dalle piccole lotte quotidiane della gente comune, raccontate con un tocco di autenticità e garbo: è qui che si crea un’opera che sa commuovere e far riflettere. La battaglia dei confetti è proprio questo: un mosaico bellissimo di ricordi e vite intrecciate, un viaggio in una comunità che, nel dopoguerra, cerca di rialzarsi dalle macerie con la dignità e l’amore che hanno. Non è dunque solo un libro, ma è come guardare indietro nel tempo, ad un periodo storico che sembra lontano anni luce ma che alla fine riecheggia in ognuno di noi.
Trama
I racconti contenuti in questa breve raccolta descrivono uno spaccato di vita paesana che si svolge a Porto Santo Stefano e nelle campagne limitrofe tra il 1950 e il 1968. Sono gli anni del dopoguerra e in un paese ferito e semidistrutto dalle bombe prendono vita le vicende di Rita, bambina vispa e simpatica, e della sua famiglia. Gli spaccati di vita dei nonni, dei genitori e degli zii mostrano un forte desiderio di riscatto e la voglia di costruire un futuro lontano dagli orrori della guerra. Un desiderio di tornare alla normalità, ma anche di innamorarsi e di mettere su famiglia per tramandare quei valori popolari profondamente radicati nell’animo umano.
La nostra opinione
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Tra macerie e sogni: il coraggio di ricominciare
C’è qualcosa di straordinariamente autentico e profondo nel modo in cui La battaglia dei confetti eleva il quotidiano, rendendolo protagonista indiscusso di ogni pagina, perché non si limita a raccontare storie in maniera passiva, ma piuttosto le vive, le respira, le fa entrare nel cuore di chi legge. L’autrice, infatti, riesce a dimostrare una bellissima qualità, ovvero quella di saper trasformare ogni gesto, ogni parola, ogni piccolo frammento di vita in qualcosa di significativo, in un’istantanea che, pur nella sua apparente semplicità, svela una verità profonda sull’essenza della vita stessa. In questo libro, il quotidiano non è solo raccontato, è celebrato. Le strade polverose della piccola cittadina marittima di Porto Santo Stefano, e le sue campagne ancora segnate dai traumi della guerra, prendono infatti vita in una narrazione che non corre mai, che non ha fretta di arrivare alla una conclusione, ma ogni scena si dipana con calma, come un quadro che viene lentamente completato, pezzo dopo pezzo, con un’attenzione al dettaglio che non può fare a meno di toccare il cuore. Non c’è ansia di passare oltre, di superare il momento, di spezzare l’incantesimo: ogni istante è sacro, ogni piccolo frammento di vita è un universo a sé, e viene trattato con una grazia che, talvolta, disarma.
La penna di Silva Landini, l’autrice, infatti ci conduce in un’epoca in cui la fatica non è solo quella del corpo, ma anche dell’anima, di chi ha vissuto la devastazione della guerra e sta cercando di ricostruire non solo il paese, ma anche il proprio spirito. Ed è in questo contesto che emerge perfettamente la resilienza di una comunità che nonostante tutto, nonostante le macerie fisiche e psicologiche che ancora permeano l’aria, trova la forza di andare avanti. E non c’è figura che incarna meglio questo desiderio di speranza che Rita, la piccola bambina che attraversa le pagine del libro con la sua curiosità insaziabile e la sua energia contagiosa. Diciamo che è un po’ quel filo rosso che unisce tutte le storie, il punto di luce che illumina il buio di un’epoca difficile; la sua presenza, infatti, è un prisma che, attraverso i suoi occhi innocenti, trasforma ogni scena quotidiana in qualcosa di straordinariamente meraviglioso, perché ci insegna a guardare il mondo con occhi nuovi, con una freschezza che solo i bambini sanno mantenere, a riscoprire la bellezza che si nasconde nei dettagli più semplici: il suono delle stoviglie che tintinnano nella cucina, il profumo della terra che si risveglia dopo la pioggia, le risate che scoppiano inaspettate davanti al fuoco, il calore di una casa che accoglie. E alla fine, è proprio attraverso gli occhi di Rita che il lettore si ritrova immerso in un intreccio di gesti semplici ma al tempo stesso potenti, di relazioni autentiche che parlano di amore, sacrificio e quotidianità. In un’epoca in cui ogni parola, ogni sorriso, ogni silenzio era carico di significato, Rita non è solo una bambina vivace, ma il simbolo di una generazione che, pur avendo conosciuto le difficoltà, riesce a trasformarle in speranza e resilienza, dimostrando che la vita, pur con tutte le sue cicatrici, trova sempre un modo per ricominciare.
Militari americani tra le rovine di Porto Santo Stefano nel 1944. © Wikiwand
Eppure, Rita non è sola in questo cammino: attorno a lei si muovono figure che arricchiscono e completano questo affresco di vita. La nonna, con il suo amore silenzioso ma incrollabile, rappresenta il pilastro su cui si regge la famiglia, il radicamento ai valori della terra, della famiglia, dell’impegno quotidiano. Il suo amore non ha bisogno di parole, si esprime attraverso i suoi gesti, la sua cura, la sua presenza costante. La madre di Rita, Elsa, è un altro personaggio che emerge con forza e che abbiamo apprezzato particolarmente: si tratta di una donna che sa cosa significa il lavoro duro e il sacrificio, ma che, nonostante la fatica, non perde mai la speranza in un futuro migliore. Elsa è quella figura che incarna la dedizione, la forza di una madre che lotta non solo per sé stessa, ma per il bene dei propri figli e per il benessere della sua famiglia. Vediamo così che ogni membro della famiglia porta con sé una propria verità, una lezione che si intreccia con quella degli altri, contribuendo a creare un tessuto narrativo che è molto più di una semplice collezione di racconti: è un ritratto universale dell’umanità, un mosaico di emozioni che risuona nelle pagine con una forza che non può lasciare indifferenti. Ogni personaggio, pur nella sua semplicità, rappresenta un aspetto fondamentale della vita, e insieme, tutti, creano una narrazione che ci parla di sacrificio, di speranza, di riscatto e di amore incondizionato.
Il valore della semplicità
Il rione Pilarella parzialmente ricostruito nel 1947. © Wikiwand
Quindi, come accennato, la freccia più splendente che La battaglia dei confetti può vantare nella sua faretra è quella rara capacità di elevare la semplicità, di trasformarla in un messaggio universale che colpisce il cuore prima ancora di arrivare alla mente. In un mondo che spesso sembra urlare per farsi ascoltare, questo libro trova la sua forza nella quiete, nella pazienza con cui osserva e racconta i piccoli frammenti di vita quotidiana. Non ci sono artifici né colpi di scena grandiosi, ma ogni pagina celebra i gesti ordinari che sono la colonna portante della vita, quelle tradizioni che, purtroppo, ogni anno sembrano scomparire, e quei legami umani che ci definiscono, ci uniscono e ci fanno sentire parte di qualcosa di più grande di noi stessi. E questo, di certo, non sarebbe stato possibile senza l’incredibile capacità dell’autrice, Silva Landini, di non limitarsi semplicemente a descrivere gli eventi, ma di indossare i panni di una pittrice che dipinge con le parole, creando quadri vivi e pulsanti che catturano l’essenza più intima e profonda della vita paesana di Porto Santo Stefano.
E se vogliamo vederla in un’ottica più “oracolare”, questo libro ci invita anche a fare una riflessione sul futuro, in quanto ci ricorda che, anche nelle situazioni più difficili, sono i valori più semplici e fondamentali – come la famiglia, la solidarietà, il senso di comunità – a darci la forza di andare avanti. Perché sono questi i valori che, seppur messi alla prova, continuano a permeare ogni angolo della nostra vita, diventando una sorta di inno alla resilienza: in una realtà che cambia in una frazione di secondi, questo libro ci chiede di non dimenticare mai da dove veniamo, di non trascurare le radici che ci hanno sostenuti e che ci danno la forza per affrontare le sfide del presente. E le storie che vengono narrate in questo libro, non sono semplici resoconti cronologici, ma veri e propri frammenti di vita, capaci di riflettere in modo magnifico le luci e le ombre della condizione umana post-guerra: il peso del lavoro quotidiano, il calore delle relazioni familiari e sociali, la malinconia di ciò che è stato e la speranza per ciò che verrà.
Conclusioni finali
La battaglia dei confetti è quindi un libro che, pur nel suo apparente quieto realismo, riesce a lasciare un’impronta indelebile: non si tratta solo di una raccolta di racconti, ma di un’autentica testimonianza della vita, dei suoi ritmi lenti eppure intensi, della forza dei legami che ci tengono uniti anche nei periodi più bui. Silva Landini, con la sua capacità di trasformare ogni piccolo dettaglio in una grande verità universale, ci accompagna in un viaggio che non è solo un ritorno al passato, ma una riflessione sul presente e sul futuro. E chiudendo l’ultima pagina, si viene inondati da un calore che non ci si aspettava: un senso di gratitudine e di appartenenza, come se, leggendo, avessimo fatto parte di quella comunità, di quelle storie, di quel paesaggio che non è mai solo fisico, ma anche emozionale.
Valutazione: ★★★★★ (5 stelle)
A cura di: Segato Gabriele (@literaly_nath – IG)
