Here: la magia di un luogo che vive oltre il tempo

Quante volte vi siete fermati in un luogo, lasciando che la mente vagasse indietro nel tempo? Magari in una stanza silenziosa o in un angolo di strada e vi siete chiesti: “Chi ha camminato qui prima di me? Chi ha vissuto, amato, sperato, o pianto in questo luogo?“. È una domanda che ci accompagna da sempre, un richiamo sottile alla memoria collettiva che ci lega al passato. Ed è proprio su questa suggestione che Here costruisce il suo racconto: un film che trasforma un unico spazio in un universo di storie, sovrapponendo vite, epoche ed emozioni con una delicatezza quasi magica. Here, la nuova opera di Robert Zemeckis, nelle sale cinematografiche dal 9 gennaio, ci invita a vedere il mondo con occhi nuovi, a immaginare le tracce invisibili lasciate da chi ci ha preceduti. È un’opera che non racconta solo una storia, ma celebra il mistero del tempo e il legame indissolubile tra gli esseri umani e i luoghi che abitano.

Trama

Un terreno preistorico, e la casa che sorgerà su quel terreno. Quella casa ospiterà generazioni di famiglie, dall’homo sapiens agli indigeni ai coloni, fino ad un nucleo domestico afroamericano contemporaneo. E nel salotto di quella casa scorreranno vite sempre diverse e sempre uguali, popolate da mariti, mogli, figli, nonni, nipoti. 
Lo sguardo empatico di Robert Zemeckis li osserva, incastonandoli in rettangoli che scompongono e riproducono la dimensione geometrica del grande schermo, racchiudendo tutti in uno spazio che è a tratti rifugio e a tratti trappola, scrigno fatato e camera mortuaria, luogo di creazione – di arte, di progenie, di speranze – o di quieta implosione e rimpianto, in un film che è una scatola magica, un pop up book e una matrioska dell’esistenza umana.

Locandina Here
© Sony Pictures Entertainment

La graphic novel di Richard McGuire

Il film di Zemeckis trae ispirazione dall’omonima graphic novel di Richard McGuire, pubblicata nella sua versione definitiva nel 2014.
McGuire, nella sua opera, si ispira a propri ricordi personali mischiandoli agli eventi della storia, per catturare l’essenza di un luogo che muta nel tempo. Il protagonista, dunque, non è più una persona, ma il luogo stesso: quell’angolo di soggiorno che acquista un significato sempre diverso a seconda delle vite che lo attraversano.
Zemeckis riprende anche a livello visivo l’opera di McGuire, costruendo il film come un collage di immagini. Attraverso l’uso di finestre visive che segnano il passaggio da una scena all’altra, o da un’epoca all’altra, ricrea l’esperienza frammentata e stratificata della graphic novel.
Chi ha letto l’opera di McGuire, inoltre, riconoscerà diversi elementi familiari, come l’incendio della casa di fronte, la scoperta del sito archeologico nel territorio della casa o molti dei dialoghi tra i personaggi.

Graphic novel Here di Richard McGuire
© The New Yorker

Quando l’immobilità racconta il tempo

Proprio come nella graphic novel di Richard McGuire, Zemeckis mantiene lo sguardo immutabile su un angolo preciso della casa utilizzando una scelta audace e profondamente simbolica: il film è interamente girato con una telecamera fissa. Questa immobilità, assolutamente fuori dal comune e che potrebbe sembrare una limitazione, si trasforma invece in un potente strumento di narrazione, che sottolinea ancora una volta la centralità del luogo stesso come protagonista della storia.
Nonostante la sua staticità, la pellicola riesce a tenere lo spettatore attento e interessato per tutta la sua durata.
La telecamera non si sposta, ma il tempo scorre davanti ad essa, mostrandoci frammenti di vite, dialoghi ed emozioni che si sovrappongono. Ci sentiamo quasi come dei voyeur che spiano su una finestra aperta sull’eternità.
Questo approccio statico permette allo spettatore di cogliere i cambiamenti graduali dell’ambiente e delle persone, dando vita ad una narrazione che non è lineare, ma anzi appare stratificata e immersiva.
Nella scena finale arriva la vera sorpresa: Zemeckis rompe questa staticità. Per la prima volta la telecamera si muove, rivelando ciò che si trova dall’altra parte e, soprattutto, la casa dall’esterno, aprendo così la mente verso una nuova consapevolezza: ogni luogo non è mai isolato, ma parte di un contesto più ampio, fatto di infinite storie e connessioni.
In Here, il regista di Forrest Gump e Ritorno al futuro dimostra ancora una volta la sua capacità di innovare il linguaggio cinematografico, lasciando lo spettatore con un’importante e potente riflessione sul mondo.

Dal film Here
© ABC News

L’uso dell’intelligenza artificiale

Robert Zemeckis è famoso per la sua capacità di spingersi oltre i confini della tecnologia, e lo dimostra ancora una volta in Here. Una delle principali sfide affrontate durante la produzione è stata rendere credibile l’invecchiamento e la giovinezza, dei due principali attori, Tom Hanks e Robin Wright. Per superarla, i realizzatori hanno collaborato con lo studio VFX Metaphysic, il cui software è stato fondamentale per creare gli effetti di ringiovanimento e invecchiamento dei due protagonisti e di altri personaggi del film.
Il produttore Derek Hogue ha spiegato il processo dietro questa innovazione: “Il software utilizzato per il film riesce a capire come appariva una persona a una certa età. Gli si devono fornire delle riprese o del materiale d’archivio di quell’attore e poi dargli l’input “fai sembrare questa persona di questa età” e il software crea un volto.”
Con Here, Zemeckis dimostra dunque che l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento per migliorare l’opera in post-produzione, ma anche un mezzo potente per creare nuove forme di narrazione, andando oltre i confini della classica rappresentazione cinematografica.

Tom Hanks e Robin Wright in Here
© Écranlarge

Robert Zemeckis

Robert Zemeckis, classe 1952, dopo aver studiato alla Northern Illinois University ha frequentato la scuola di cinema dell’Università della California dove si è laureato nel 1973. Dopo la laurea inizia a lavorare come montatore per i telegiornali della stazione televisiva NBC e per alcuni spot pubblicitari. Nel 1978 esce sugli schermi americani 1964 – Allarme a New York, arrivano i Beatles, scritto a quattro mani da Zemeckis e Gale, prodotto da Steven Spielberg, e diretto da Zemeckis, mentre l’anno seguente esce 1941: Allarme ad Hollywood diretto da Spielberg e scritto da Gale e Zemeckis. E’ l’inizio di una serie di collaborazioni che porteranno alla luce film come la serie di Ritorno al futuro (1985,1989,1990) e Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988). Tra i suoi film di maggior successo, oltre ai già citati, troviamo All’inseguimento della pietra verde (1984), La morte ti fa bella (1992), Forrest Gump (1994) e Contact (1997), pellicole in cui emerge soprattutto la sua passione per gli effetti speciali. Ha ricevuto numerose candidature nelle competizioni nazionali e internazionali, vincendo tra gli altri un Oscar nel 1995 come miglior regista per Forrest Gump e nel 2000 il film Le verità nascoste è stato presentato alla 57° mostra del cinema di Venezia nella sezione “Sogni e Visioni”. E’ stato sposato con l’attrice Mary Ellen Trainor. 

Robert Zemeckis
© Wikipedia

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