Il 30 gennaio uscirà sul grande schermo «Babygirl», diretto da Halina Reijn, portato in Italia da Eagle Pictures. Nonostante la presenza di un un cast di tutto rispetto, guidato da Nicole Kidman, non riesce a sfruttare appieno il potenziale dei suoi interpreti.

© Eagle Pictures
La trama
Romy é una donna di grande successo, a capo di un’importante azienda di New York e al tempo stesso moglie e madre di famiglia. Il rapporto con il marito Jacob, molto diverso da lei e dall’indole più artistica lavorando come regista teatrale, è solido ma dal punto di vista sessuale Romy rimane insoddisfatta. In ufficio incontra Samuel, un giovane stagista che sembra intuire qualcosa sul desiderio della donna ed è felice di prendere il controllo. Ne nasce una relazione eccitante ma rischiosa, in cui i due giocano sul filo del rasoio di una dinamica di potere ambigua

Due personaggi complessi
Romy e Samuel sono personaggi ben descritti e ben caratterizzati, soprattutto da un punto di vista psicologico. La loro complessità è uno dei punti, a favore del film , poiché mette in evidenza come dietro ogni gesto, ogni azione, vi sia una motivazione profonda o un pensiero legato alla percezione di sé stessi. Questa caratterizzazione invita lo spettatore a riflettere sulla natura umana e su ciò che spinge le persone a comportarsi in un determinato modo.
La loro ambiguità è ciò che li rende, interessanti: sono personaggi capaci di suscitare allo stesso tempo empatia e repulsione. Questo dualismo costringe lo spettatore a confrontarsi con le contraddizioni della psiche umana, portandolo a interrogarsi non solo sulle azioni dei protagonisti, ma anche su se stesso e sulle proprie scelte. Il film riesce, in questo senso, a offrire una riflessione sottile sulle debolezze, i desideri e i lati oscuri che abitano ogni individuo. La dualità dei personaggi emerge nel loro rapporto, che si configura come un complesso gioco di potere e bisogno.Entrambi sembrano cercare un predominio sull’altro, un modo per sentirsi potenti e validati attraverso la manipolazione o il controllo. Questo bisogno di dominio è strettamente legato alla loro insoddisfazione personale: Romy è costantemente alla ricerca di un piacere e di un’intensità che non riesce a trovare nel rapporto con il marito. Samuel, d’altro canto, si muove tra desiderio e necessità di affermazione, costruendo un legame con Romy che appare, almeno in superficie, puramente fisico.
Tuttavia, proprio questa insistenza sull’aspetto fisico e sulla dimensione carnale del loro rapporto finisce per limitare il punto centrale della storia. Il film si concentra troppo sull’intensità esteriore della relazione, trascurando di approfondire il lato emotivo e psicologico di questa connessione. Questo approccio rende i personaggi, per quanto ben costruiti, parzialmente “incompiuti” e impedisce allo spettatore di immergersi in loro.

© Vanity Fair
Una trama che non convince
Il film, pur affrontando temi interessanti come il piacere femminile e la sensualità, e mettendo in luce , anche, le fragilità e le contraddizioni della psiche femminile non riesce a convincere del tutto. La trama si perde in una serie di sottotrame poco sviluppate, lasciando lo spettatore con mille domande in testa: se dà un lato viene fatto capire che il suo rapporto con Jacob è in difficoltà e che lei, non è mai stata davvero felice con lui dall’altro è abbastanza confuso il rapporto di Romy con le sue figlie, rendendo difficile comprendere la portata dei loro legami. Questa mancanza di chiarezza fa sì che il messaggio centrale del film risulti debole e poco incisivo, facendo scemare l’impatto emotivo che le tematiche avrebbero potuto avere.I personaggi secondari sarebbero potuti essere più caratterizzati. Lo spettatore vede tutto attraverso gli occhi della protagonista, anzi dei protagonisti: il personaggio di Jacob rimane piuttosto bidimensionale, rappresentato solo attraverso il filtro della protagonista e mai esplorato a fondo nei suoi pensieri o nelle sue motivazioni. Lo stesso vale per le figlie di Romy, che sembrano più un “espediente narrativo” invece che un elemento portante della storia.
Da un punto di vista della regia c’è da dire davvero poco, siccome la componente visiva, che punta più su una fotografia evocativa e su un uso simbolico delle luci e dei colori è ben fatta. E soprattutto è ben caratterizzata la scelta delle luci: le tonalità calde e soffuse dominano le scene di introspezione, mentre colori più freddi e netti emergono nei momenti di conflitto,creando così un contrasto tra il bisogno di serenità e di pace interna e le difficoltà del mondo che ci circonda.
