Il seme del fico sacro: una storia di libertà e resistenza
Fino a che punto siamo disposti a chiudere gli occhi davanti all’ingiustizia? Quando il mondo intorno a te cambia radicalmente, tu sei pronto a cambiare con esso?
Il seme del fico sacro, Mohammad Rasoulof, portato in Italia dalla casa di produzione cinematografica Lucky Red, in uscita , il 20 febbraio, dà allo spettatore, la possibilità proprio di rispondere a queste domande. Una storia che porta a riflettere a quanto si è fortunati a vivere in modo libero, quanto le regole, possono trasformarsi in catene e quanto il confine tra giustizia e oppressione possa essere sottile. Il film è stato presentato in anteprima mondiale al 77° Festival di Cannes, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria.
Iman è stato promosso giudice istruttore presso il tribunale rivoluzionario di Teheran quando un movimento di protesta popolare inizia a scuotere il Paese. Le figlie sostengono il movimento, mentre la moglie cerca di accontentare entrambe le parti.
Il tema centrale del film è il prezzo della libertà. Le figlie di Iman, rappresentano la nuova generazione. Una generazione, cresciuta in un paese in cui o sottostai alle regole oppure rischi la morte e soprattutto che sfida l’ordine imposto, mentre la moglie cerca disperatamente un equilibrio tra la fedeltà al marito e il desiderio di sostenere le figlie.Il protagonista stesso è intrappolato in un dilemma morale: restare fedele alle leggi dello Stato o ascoltare la sua coscienza?
«…C’ è questo passato pieno di storie veramente affascinanti che vanno raccontate. Circa cinque anni fa, quando ero in un periodo in cui non mi era consentito lasciare il paese (l’Iran), non avevo il passaporto, e mi sembrava impossibile andare a filmare per strada, mi è venuta l’idea di realizzare un film basato su degli archivi usando l’animazione» afferma il regista Mohammad Rasoulof durante la conferenza stampa di presentazione del film
Il personaggio di Iman viene mostrato come un uomo inizialmente combattuto, come un uomo intrappolato in un sistema che lo ha formato e condizionato. Quando viene promosso a giudice istruttore presso il tribunale rivoluzionario di Teheran, è consapevole della responsabilità che il ruolo comporta e delle implicazioni morali che ne derivano.Iman è turbato, perché non vorrebbe prendere decisioni che vadano contro la sua coscienza. Lui stesso si trova in una posizione difficile: da una parte la legge che è chiamato a far rispettare, dall’altra la sua famiglia, che sta progressivamente prendendo le distanze da quel sistema repressivo. Ma quando il movimento di protesta cresce e coinvolge anche le sue figlie, la sua paura di perdere il controllo su di loro lo porta a trasformarsi gradualmente in un oppressore dentro casa. Questo mostra come l’oppressione non sia solo una questione politica, ma anche familiare e personale. Iman rappresenta tutti quegli uomini che, pur di non perdere il potere, finiscono per diventare complici del sistema, anche a costo di spezzare le persone che amano. Quindi il film è una denuncia a tutti quelli che tolgono la libertà, a partire dai familiari.
Il film ci pone davanti a una realtà in cui il sistema giudiziario diventa uno strumento di oppressione, le donne lottano per diritti fondamentali e chiunque osi ribellarsi rischia la vita. Il film diventa così uno specchio della società iraniana, ma anche un monito universale sulle conseguenze del silenzio di fronte all’ingiustizia. È il racconto di una realtà che il governo iraniano cerca di nascondere, la cronaca di una società in cui le donne non possono decidere liberamente della propria vita, in cui il dissenso viene punito con la violenza, in cui la paura diventa parte della quotidianità, tanto è che lo stesso regista alla fine del film ma anche durante il film inserisce proprio dei video, in cui viene mostrata tutta la brutalità, la resistenza del governo contro tutti ciò che non approvavano le loro idee
«…Come poter ricreare le scene di protesta se dovevo fare un film clandestinamente, ambientato quasi interamente in un piccolo appartamento? Mi sembrava poi importante riconoscere il ruolo fondamentale dei social nel rendere più forti e coesi gli attivisti e le attiviste, e nel dare loro coraggio e voglia di scendere in piazza. Mi sono chiesto, in un mondo ideale in cui tu potessi ricreare queste scene, riusciresti mai a ottenere la stessa forza cruda della verità? E lì mi è sembrato importante arrivare dalla finzione del film alla realtà vera documentaria.» afferma il regista durante la conferenza stampa di presentazione del film
Ma ciò che rende davvero indimenticabile Il seme del fico sacro è la sua capacità di parlare di una realtà specifica ( quella iraniana) e allo stesso tempo di toccare i sentimenti delle persone. La lotta tra autorità e libertà, tra paura e coraggio, tra silenzio e ribellione è un tema che attraversa la storia dell’umanità e che oggi, più che mai, risuona con forza. In un mondo in cui i diritti umani vengono ancora calpestati in molte parti del mondo, le pellicola è un monito e un atto di resistenza. Il seme del fico sacro non è solo un film da vedere, è un film da ascoltare, da comprendere, da sentire nel profondo. È un’opera che lascia il segno, che scuote e interroga, che non permette di restare indifferenti. Lo stesso regista afferma durante la conferenza stampa di presentazione del film di essere stato condannato al carcere e costretto all’esilio, incarnando la lotta, la resistenza di cui parla nel film.