La città proibita: la recensione

Gabriele Mainetti torna con una pellicola incredibile, in uscita nelle sale il 13 Marzo. Un film targato Wildside e Netflix, La Città Proibita è un action-movie italiano come non se ne sono mai visti, ritagliandosi un posto di rilievo nella storia.

La Trama

La Città Perduta racconta di come Mei, una ragazza cinese esperta di arti marziali, arriva a Roma alla ricerca della sorella, scomparsa da qualche tempo e invischiata in giri criminali. La ricerca di sua sorella la porta al ristorante della famiglia di Marcello, un cuoco carico di responsabilità che deve gestire i drammi familiari e la fuga del padre con l’amante. I due si incontrano, capiscono che la sparizione dei loro cari è collegata e, dopo un primo momento, da nemici diventano alleati.

Marcello e Mei rimangono coinvolti in una situazione più grande di loro, in mezzo al sottobosco criminale della Capitale, che sembra nascondere dei segreti ancora più complessi di quanto credevano.

L’intreccio, i personaggi e l’ambientazione

Fin dal primo fotogramma, si capisce perfettamente la piega che la storia prenderà. Mei viene subito presentata come uno spirito libero, in netta contrapposizione al suo doversi nascondere per sopravvivere, dato che la legge in quegli anni impediva ai cittadini cinesi di avere più di un figlio. Fin da subito abbiamo ben chiaro il suo carattere così come la sua forza, non solo fisica ma anche mentale.

Mainetti parte dalla chiamata all’azione, quindi, dopo aver introdotto Mei, veniamo catapultati nella sua missione: trovare la sorella. Non vediamo il come Mei arrivi, né cosa abbia dovuto affrontare, ma siamo introdotti senza alcun filtro nella società criminale in cui sua sorella è rimasta coinvolta. L’inizio del film potrebbe essere tranquillamente un lungometraggio asiatico, soprattutto per tutte le scene di combattimento, eseguite egregiamente dall’attrice stessa, che è anche una stunt.

Si sa, però, che Mainetti è un vero portento e, se prima avevamo l’impressione di trovarci ancora in Cina, non appena Mei tenta di scappare e di uscire da quell’ambiente, ci ritroviamo a Roma, nel quartiere Esquilino, dove tante etnie si mischiano e le strade sono affollate. Il bello di questo film è che viene raccontata Roma per com’è davvero. Piazza Vittorio è nota per la sua multiculturalità e Mainetti racconta di come tante etnie diverse siano riuscite a mischiarsi e a convivere in un quartiere fra i più famosi della capitale.

I personaggi non sono da meno: sembrano esserci due gruppi distinti, capitanati da Mei e Marcello, che sono gli esponenti delle due fazioni presenti nel film. Se da una parte abbiamo Roma e i romani, dall’altra c’è la Cina e tutto ciò che ruota intorno a “La città proibita” un ristorante di facciata che ospita in realtà le attività criminali di Wang, in cui è rimasta coinvolta la sorella di Mei.

Il regista è stato molto abile nel dividere quasi a metà le linee narrative, che si incontrano e si intrecciano laddove Mei (Yaxi Liu) e Marcello (Enrico Borello) interagiscono l’uno con l’altro.

Anche le ambientazioni sono studiate ad hoc, con la prima parte del film che sembra un prodotto tipico del cinema orientale, mentre poi il tutto si mischia al cinema italiano e alle sue caratteristiche. La storia è totalmente connessa con l’ambiente, creando un connubio speciale fra la città e i personaggi, che sembrano essere modellati proprio da Roma stessa. È lo stesso Wang ad affermare che “Questa città cambia le persone”, che le inghiottisce e le sputa fuori in un altro modo. È uno dei tanti temi affrontati nel film, così come quello della convivenza di più etnie.

Roma è ormai una città multietnica, anche se a molti quest’idea fa solo paura. Il quartiere Esquilino è emblematico da questo punto di vista e il ristorante di Marcello e della sua famiglia appare come l’ultimo baluardo di “italianità” in un mondo che sembra fagocitato da altre culture.

Sebbene ci siano personaggi, come quello di Annibale (Marco Giallini) che vedono questa come un’invasione, altri come Lorena (Sabrina Ferilli) convivono tranquillamente con questa ricchezza e varietà culturale. Anche Marcello sembra conoscere tutti all’interno del quartiere e questa convivialità è mostrata in una scena molto carina e furba.

La regia, la fotografia e il montaggio

Il punto forte del film, oltre al cast, è sicuramente la regia. Se la trama in sé non è proprio nuova, dato che molti film internazionali seguono la stessa linea narrativa, Mainetti la rende originale introducendo qualcosa che in Italia ancora non c’era mai stato: Roma e il Kung Fu.

La direzione degli attori e la scelta delle inquadrature è stata sublime, soprattutto per le scene di azione, che sono coreografate alla perfezione e danno al lungometraggio quella marcia in più che manca a molti action-movie italiani. C’è tanto studio e tanta ricerca, sinonimo del fatto che Mainetti non ha lasciato nulla al caso. Le inquadrature sono estremamente pensate, volte a ricavare la massima emozione da ogni frame, e non esistono filtri. La violenza è messa in bella vista, mai nascosta, portando molte volte a doversi coprire gli occhi. Eppure, si ha comunque voglia di tornare a guardare quello che sta succedendo.

Le luci e i colori sono stati usati con cura, riuscendo a creare una distinzione fra la linea narrativa di Mei e quella di Marcello. Se quella della protagonista segue tonalità molto più calde, tendenti al rosso, quella di Marcello è fredda, blu, con una tonalità che sembra opposta a quella di Mei, come se anche qui si volesse simboleggiare la distanza culturale fra i due. I momenti in cui le loro “luci” si incontrano, sono pochi e ci sono solo quando i due entrano in confidenza e la sintonia diventa concreta. Non abbiamo più rosso e blu, ma toni neutri, equilibrati, che mostrano come il divario possa essere colmato.

Il sound design e il montaggio hanno un ruolo importantissimo all’interno del film, dato che svolgono la gran parte del lavoro visivo nelle scene d’azione. I combattimenti corpo a corpo sono stati rappresentati al meglio, con una velocità di montaggio e un ritmo tipica degli action-movie americani, ma che si sposa benissimo con le ambientazioni pensate da Mainetti.

Le citazioni e il messaggio

Vuoi o non vuoi, Roma rimane sempre Roma e le citazioni a film ambientati in questa bellissima città rimangono vivide. Partendo direttamente dal nome di Marcello, che richiama alla memoria Mastroianni e gli anni d’oro del cinema italiano. Altra scena che strappa un sorriso è il giro in vespa dei due protagonisti, che ricorda Vacanze Romane, anche se riadattato visto che Mei e Marcello parlano due lingue diverse ma sembrano capirsi.

Su quest’ultimo elemento si basa tutto il tema centrale del film. Senza fare troppi spoiler sui cattivi o sui vari plot twist all’interno della trama, il messaggio che Mainetti cerca di mandare è proprio quello che due culture così diverse e lontane possano convivere in maniera tranquilla e pacata e, anzi, imparare qualcosa l’una dall’altra. Il fatto che i due protagonisti riescano a creare un legame anche senza parlare la stessa lingua è indice di come la compassione e la sensibilità possano superare anche ostacoli che sembrano insormontabili.

Mainetti rende omaggio a Roma e al cinema orientale, ma allo stesso tempo apre le porte per una riflessione più importante e che ti fa tornare a casa con un sorriso: in fin dei conti, l’amatriciana e la Cina possono convivere, e il risultato è incredibile.

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