Cecilia Riemer Barboza, in arte Cceciux, è una giovane cantautrice nata in Italia da famiglia italo-brasiliana e attualmente residente a Milano. La sua musica mescola sonorità indie e pop, con testi che riflettono le sue radici eclettiche e una forte attenzione all’espressività personale.
Molto seguita sui social, dove ha costruito una fanbase affezionata grazie alla sua autenticità, Cceciux è anche impegnata in diversi progetti creativi, tra cui Canzoni al telefono e il busking, esperienze che la mettono in connessione diretta con chi la ascolta. Il suo primo EP, uscito lo scorso 18 giugno, contiene tre brani — Amaca, Occhiali da sole e Notte d’agosto — che raccontano, con sincerità e leggerezza, sfumature diverse dell’amore e della vita quotidiana.

Com’è nato il progetto Cceciux?
Molto naturalmente. Tuttora non faccio niente di diverso da quello che mi vedreste fare entrando in casa mia, o nella mia cameretta. Nel 2022 ho iniziato a pubblicare video su TikTok, poi su Instagram. Un video è esploso, ma io non avevo pretese. Non pensavo di “sfondare”, volevo solo condividere chi sono. E continuo a farlo. Cceciux non è un personaggio, è una parte vera di me. Credo che costruirsi un’immagine finta faccia perdere autenticità. La prima cosa che voglio fare è divertirmi.
Come hai conosciuto il tuo manager?
Mi ha scritto sotto un mio video, ma all’inizio ero molto diffidente. Avevo solo 19 anni. Poi mi ha contattato di nuovo a febbraio 2023 e mi ha spiegato meglio il suo progetto. Parlando abbiamo scoperto di vivere a dieci minuti di autobus l’uno dall’altra. Da lì è nata prima un’amicizia, poi una collaborazione. Da settembre è il mio manager ufficiale.
Scrivi e canti in italiano, portoghese e inglese. Come scegli la lingua per una canzone?
All’inizio scrivevo quasi solo in inglese. Era la lingua che conoscevo meglio musicalmente, ma anche una barriera che mettevo tra me e le persone: mi permetteva di non sentirmi troppo vulnerabile. Scrivere è mostrarsi per intero, e io non ero pronta. Poi ho iniziato a sbloccarmi e a scrivere anche in italiano. Adesso la scelta della lingua è istintiva: a volte ci sono termini che esprimono meglio quello che sto provando in una determinata lingua; oppure, ci sono dei temi a cui io penso letteralmente in portoghese perché fanno appello a quella parte di me. A volte invece lo faccio per sperimentare, mi piace intersecare tante cose, tante culture, nella mia musica.
Amaca è metà in portoghese e metà in italiano. Com’è nata?
In modo un po’ diverso. In origine era una canzone scritta dal mio manager, che voleva darle un sapore bossa nova. Nella prima versione io facevo solo il feat cantando il ritornello in portoghese. Poi dovevo presentarla a un contest, così si è formata una nuova versione completamente mia.
Hai raccontato che l’inglese era una barriera per non mostrarti troppo. Situazioni come Canzoni al telefono e il busking ti hanno aiutata a superarla?
Assolutamente sì. I social sono stati il primo passo per uscire da quella “protezione”. Far conoscere la mia musica per me vuol dire condividere anche la mia quotidianità. In Canzoni al telefono, ad esempio, parlo con persone che non conosco e canto per loro canzoni legate a momenti importanti delle loro vite. È profondo. A un certo punto mi sono detta: se voglio essere davvero me stessa, devo mostrarmi senza filtri. Solo così si crea un legame autentico.

Preferisci le live social o suonare per strada?
Sono due cose diverse e le amo entrambe. Le live sui social mi permettono di arrivare a tante persone, di interagire con loro e scoprire le loro storie dietro le canzoni. È bellissimo. Ma il busking è ancora più crudo, più vero. Sei lì, per strada, davanti a perfetti sconosciuti. C’è chi si ferma ad ascoltarti, e a chi invece non piaci. È il campo di prova più autentico. Non puoi nasconderti.
Hai qualche aneddoto che ti è rimasto impresso?
Durante una mia live, una ragazza mi ha scritto che aveva iniziato a chattare con un ragazzo nel rullo mentre cantavo una canzone che mi era stata richiesta. Si sono conosciuti lì, si sono scritti in privato, poi visti… ed è nato qualcosa. Mi ha commosso. Durante il busking mi capita spesso di ricevere piccoli regali: gratta e vinci, poesie, bigliettini. Una volta una donna con un bimbo nel passeggino mi ha lasciato una rosa. Sono cose piccole, ma enormi.
Hai mai plasmato queste esperienze in una canzone?
Non ancora, almeno non in maniera diretta. Qualcuna è finita in piccole poesie, ma mai in brani veri e propri.
Se dovessi descriverti con un suono, quale sarebbe?
L’accordo di do sulla chitarra. È il mio strumento, e nella notazione americana è una “C” come Cceciux.
Tre cose che i tuoi fan ancora non sanno di te?
Che sono super grata per quello che sto vivendo, ma a volte temo che qualcuno possa pensare che io sia un personaggio costruito. Vorrei che fosse chiaro quanto ogni cosa che faccio sia autentica. Che dietro a un reel da 15 secondi c’è tanto lavoro, impegno e sacrificio. E che la vita da artista indipendente è bellissima ma anche difficile. Ogni tanto vorrei che si vedesse davvero la fatica che comporta.

Nel tuo EP ci sono tre brani: Amaca, Occhiali da sole e Notte d’agosto. C’è un filo conduttore?
Sì, anche se può sembrare banale: l’amore. Amaca e Occhiali da sole sono più leggere, giocose, ma parlano comunque di relazioni. Notte d’agosto invece è una vera confessione.
In Notte d’agosto parli di sogni, figli, una casa a Firenze… c’è una storia vera dietro?
Sì, l’ho scritta per una persona, spoiler ora è attualmente il mio ragazzo. Il sentimento per lui è stato un fulmine che mi ha colpito in un momento in cui il cielo del mio cuore era completamente oscuro. Io avevo il cuore spezzato. Per questo inizialmente ero molto restia. Nel tempo mi sono innamorata sempre di più. La canzone racconta di come lui quella sera ha letteralmente piantato un sogno nel mio cuore. Però, in quell momento, non ero ancora pronta, ma quel piccolo semino è stato piantato ed è cresciuto.
E Occhiali da sole com’è nata?
In modo super spontaneo. Ero a pranzo con il mio manager, abbiamo preso la chitarra e buttato giù le prime idee. È autobiografica, parla delle nostre estati. Nei cori abbiamo coinvolto i nostri amici: volevamo solo divertirci. E ci sono anche messaggi vocali whatsapp veri che ho mandato a un’amica.
Non è facile condividere sentimenti così intimi…
No, infatti. Avevo paura a pubblicare Notte d’agosto, perché era importante per me e per lui. Ma è anche la canzone che ha avuto il riscontro più forte. Le persone mi scrivono, si ritrovano in quella storia. Questo per me vale molto. Mi sono resa super vulnerabile e il fatto che le persone apprezzino, è la soddisfazione più grande per me.
Ora che è passato quasi un mese dall’uscita, che feedback hai ricevuto sull’EP?
Sono molto contenta. Non avevo aspettative, volevo solo fare un progetto che mi rappresentasse e il fatto che piaccia così tanto è bellissimo. C’è chi mi manda video ascoltando Occhiali da sole in macchina, chi chiede la traduzione di Amaca, chi mi scrive per Notte d’agosto.
Come riesci a conciliare la tua vita privata con la musica e i social?
Dipende dai periodi. Quando sono in sessione studio tanto, ma cerco sempre di bilanciare tutto. Una giornata tipo? Lezioni, palestra, poi torno a casa, mi faccio una doccia e mi metto a scrivere o a fare video. Mi piace arrivare a fine giornata esausta, ma felice di non aver sprecato tempo.
Cosa succede adesso? Prossimi obiettivi?
Voglio portare in giro l’EP, farlo conoscere. E poi iniziare a lavorare su nuove storie. Alcune ci sono già, dobbiamo solo capire come dargli forma e voce.
Ultima domanda: se potessi collaborare con chiunque al mondo, chi sceglieresti?
Sono indecisa tra: Fulminacci e Brunori Sas. Fulminacci perché è più vicino alla mia età, ma entrambi mi piacciono tantissimo per lo stile cantautorale che hanno. Li ascolto da sempre. Sarebbe bellissimo lavorare con uno dei due.
