Dalle mitologie antiche alla vita vera: il viaggio di Elisabetta Ricciuti

Il fantasy è un genere che si nutre di leggende, miti e avventura, spopolano ad oggi sul web i libri che traggono ispirazione dalla mitologia. Tuttavia, pochi autori hanno avuto l’audacia di unire più mitologie come ha fatto Elisabetta Ricciuti in Dru Na Dann dove troviamo mitologie occidentali, polinesiane ma anche qualcosa di italiano e, in particolare, della sua terra: la meravigliosa Sicilia.
La scrittura è, però, solo una parte del viaggio di Elisabetta che passa dal teatro, alla sceneggiatura, a viaggi e ritratti; così si dipinge una personalità che non ha paura di uscire dagli schemi e di occupare il proprio spazio nel mondo.
Tra arte, musica, mitologia e viaggi abbiamo intervistato l’autrice per capire l’origine delle sue passioni e come il Marchio Proibito possa cambiare il destino di un’intera generazione.

“I nomi chiamano destino”

© elisabetta.ricciuti_autrice

Direi di partire dal principio: oggi sei un’autrice ma in realtà fai e hai fatto un sacco di cose di cui due podcast, hai studiato teatro, sei una ritrattista… quando eri bambina, che tipo di rapporto avevi con i libri e l’arte?

Da bambina divoravo i libri! A una certa mia madre mi ha imposto il divieto di comprarne altri, perché eravamo in libreria due volte a settimana. Quindi ho iniziato a leggere quelli che già avevamo in libreria. I miei genitori non mi hanno mai negato l’accesso alle loro librerie (sì, plurale, ognuno ha la propria), ed è così che sono finita a leggere La Foresta dei Girasoli di Torey Haiden a otto anni. Da bambina era una delle mie scrittrici preferite. 
Ma sono cresciuta pure circondata dall’arte: mio padre suona e canta, mio nonno era pittore e scultore. Ho iniziato “tardi”, per i miei standard, a disegnare in maniera seria. Avevo 12 anni, e da allora non ho più smesso. 

So che hai realizzato due podcast di viaggio. In che modo queste esperienze hanno influenzato la tua scrittura? Pensi che l’esplorazione del mondo reale sia fondamentale per creare mondi immaginari credibili?

Niente fa crescere quanto viaggiare! Anche se non si viaggia lontani da casa, serve comunque per incontrare persone nuove, per vivere nuove esperienze. È necessario: un libro non si scrive con la sola immaginazione.

In che modo la tua formazione, dal master in sceneggiatura al teatro, ha influenzato il tuo modo di scrivere? Ti capita di pensare già in “scene” o in “episodi”?

Ogni mitologia influenza un clan: i Necht, ad esempio, sono ispirati alla mitologia e alla cultura finlandese, mentre i vicini Lapsia sono ispirati a quella Dogon, una popolazione del Mali (Africa occidentale). L’isola di Drú na Dann è poco più piccola dell’Irlanda, eppure ha una gran varietà climatica. Succede quando le divinità possono camminare sulla Terra. Le influenze delle mitologie, però, si vedono nei dettagli. Per molte leggende del mio universo nemmeno si riconosce il mito che mi ha dato l’idea. Questo perché non ho fatto un mashup di mitologie, ma ho preso ispirazione dalle mitologie per crearne una completamente nuova.

Hai pubblicato un altro romanzo, prima di Dru na Dann, Sistema Isolato – Mitch. Com’è stato il passaggio dalle tematiche e da un genere come quello a un universo narrativo così vasto e complesso come quello del Marchio Proibito?

Ah, Sistema Isolato. Vorrei farlo cadere nel dimenticatoio, quel libro! L’ho scritto che avevo diciotto anni, adesso non riesco a rileggerlo. Ho scritto altre dieci storie lunghe da allora, forse di più. Tutto ha sempre avuto, però, almeno una nota di realismo magico. Era solo questione di tempo, a essere sinceri, già si vedeva che volevo passare al fantasy.

“Perché hai accettato il marchio, non sapevi a cos’andavi incontro?”
“Non l’ho accettato, mi è capitato. Io volevo solo trovare il mio posto”

Direi che possiamo iniziare a parlare di Drù Na Dann: hai unito mitologie occidentali e polinesiane, un mix insolito ma anche molto affascinante. Quali elementi specifici hai attinto da queste culture e come li hai fusi insieme per creare un mondo coeso?

Ogni mitologia influenza un clan: i Necht, ad esempio, sono ispirati alla mitologia e alla cultura finlandese, mentre i vicini Lapsia sono ispirati a quella Dogon, una popolazione del Mali (Africa occidentale). L’isola di Drú na Dann è poco più piccola dell’Irlanda, eppure ha una gran varietà climatica. Succede quando le divinità possono camminare sulla Terra. Le influenze delle mitologie, però, si vedono nei dettagli. Per molte leggende del mio universo nemmeno si riconosce il mito che mi ha dato l’idea. Questo perché non ho fatto un mashup di mitologie, ma ho preso ispirazione dalle mitologie per crearne una completamente nuova.

© Google Immagini

Non sono, però, solo straniere le mitologie usate, giusto? Hai attinto anche alla nostra storia e a qualche leggenda? Ti va di raccontarcene una in particolare?

Con grandissimo piacere! Una delle mitologie che ho preso come reference è quella ladina, zona Dolomiti. In particolare, ho preso ispirazione dal ciclo di Dolasilla e dalla leggenda dell’Aurona. Questo è uno dei pochi casi in cui ho voluto rendere riconoscibile la fonte, perché in pochi conoscono il ciclo dei Fanes. In qualche modo, attraverso Drú na Dann lo voglio fare scoprire. 
L’Aurona era chiamata anche “l pais dl or y dla lumes”, perché illuminata dal riflesso delle torce sui cristalli. Era un regno costruito all’interno di un monte, i suoi sudditi non potevano vedere la luce del sole perché il re vi aveva rinunciato in cambio di ricchezze infinite. Un giorno, però, uno dei tanti lampadari ingioiellati cadde, portando con sé un pezzo di soffitto e creando, quindi, uno spiraglio sul mondo di fuori. Un vecchio minatore prese una scala e guardò, raccontò della natura e della luce, ma perse la vista. Da allora la principessa Somavida sedette alla porta d’oro in attesa che qualcuno riuscisse a spezzare il patto che il re aveva stretto col diavolo. Ci pensò Odolghes, che poi diventò il suo sposo.
In Drú na Dann la leggenda che racconta Ferdia è molto simile, ma il mio regno dell’Aurona è ben diverso da quello ladino.

La trama solleva molte domande, tu stessa dici sempre che sai che questo primo libro è molto introduttivo, ma a noi ne sorge una in particolare: il principe Ferdia non riesce a vedere che Bres ha il marchio proibito, nonostante sia più che addestrato nel riconoscerlo. Tuttavia, questa cecità è del tutto simbolica, ecco: questa cecità emotiva o psicologica che ruolo gioca nella trama e nei personaggi?

Ferdia non riesce a vedere il marchio perché Bres lo tiene sempre ben coperto! Non è una questione di vedere, per lui, ma di sentire: Ferdia non sente l’essenza di Bres, sente il potere che usa. Tuttavia, il potere non è legato al marchio di Eleh, ha un tono diverso. Non dico di più, scoprirete perché nel secondo libro. È vero, però, che Ferdia sia isolato. Tutto nel mio universo funziona in opposti e complementari: Ferdia è l’opposto di Bres, almeno finché non inizieranno a influenzarsi a vicenda.

Il marchio proibito, e di conseguenza le abilità di Bres, sono il fulcro della storia. Il fatto, però, che questo sia il primo libro significa che non c’è una storia predefinita ma che c’è ancora molto da scoprire; puoi parlarci di come il tuo libro esplori il tema dell’identità e della libertà di scegliere il proprio destino?

Come dicono più volte i miei personaggi: al destino non si scappa. Soprattutto se si vive durante l’Era del Destino. Però è una domanda molto interessante. Mi sa che a te, lettrice che mi stai intervistando, piacciono i puzzle.

Bres riesce a spezzare maledizioni che nemmeno gli eroi leggendari riescono a spezzare, ma la sua scelta ha un impatto anche su tutti gli altri personaggi e sul mondo stesso. Quanto è importante, per te, il tema della responsabilità quando ci si trova a dover prendere una decisione che cambierà il destino del mondo?

Questa è una bellissima domanda e inizio a rispondere con una citazione:

La teoria dei quanti è la teoria di come le cose si influenzano e questa è la migliore descrizione della natura di cui disponiamo.
Carlo Rovelli, Helgoland

Viviamo in un universo che è impegnato in una continua interazione. Tutto interagisce e se questo avviene, come possiamo pretendere che una nostra scelta non influenzi altri? Ogni scelta importante non cambia solo la tua vita ma anche quella degli altri.
Quando prendiamo una scelta importante, la responsabilità di quello che ne verrà, che lo si voglia o meno, ricadrà su di noi. è un atto di maturità affrontarla; non sempre sarà piacevole e non sempre ci sarà modo di rimediare se ne consegue qualcosa di brutto, ma è inevitabile.
Nessuno ha il diritto di fuggire alla responsabilità delle proprie azioni, tutto gira e tutto torna, alla fine.
La responsabilità delle nostre scelte è uno dei temi centrali del secondo libro della trilogia del Marchio Proibito, a maggio avrete più di trecento pagine per capire la mia piena visione sull’argomento!

Il vostro corpo richiede nutrimento e riposo, è vero. Quello che serve al vostro animo, tuttavia, è aprirsi.

Il booktok è una piattaforma ormai di uso comune per la promozione di libri; qual è il tuo rapporto con i social? Lo vedi come uno strumento per raggiungere un pubblico vasto o come una comunità in cui cercare un dialogo autentico con i lettori?

Potrà sembrare strano, visto che sono molto attiva soprattutto su Tiktok, ma io detesto i social. Non ci fossero, starei molto meglio. Richiedono troppa attenzione, troppe energie e troppo tempo. Sono una persona tendenzialmente riservata, molto spesso nessuno, nemmeno i miei amici più stretti, sanno cosa faccio o dove sono. Eppure sono una persona socievole e mi piace creare legami. Cerco di creare una community con cui interagire davvero, il mio sogno è fare un raduno per leggere tutti insieme il libro, ballare e mangiare. Un picnic non sarebbe male.

Abbiamo già parlato della tua esperienza come podcaster e ritrattista. Pensi che la tua capacità di creare contenuti autentici e personali sia stato un vantaggio per farti notare su BookTok rispetto a chi si limita a seguire i trend?

Ne sono convinta! Una delle strategie che si consiglia sempre sui social è di creare un personal brand, ovvero di distinguersi dalla massa. Per farlo, devi essere te stesso. Avrei potuto portare un personaggio, ho recitato a teatro per anni e gioco a D&D, però voglio farmi conoscere per come sono, soprattutto perché io e la me scrittrice siamo due persone completamente diverse. È un’arma a doppio taglio, visto che nessuno, sentendomi parlare, si aspetta il mio stile di scrittura. Me l’hanno detto più volte negli anni, perché ho uno stile molto poetico, ma quando parlo sembro uscita da San Cristoforo (un quartiere poco raccomandabile di Catania). A me, onestamente, diverte questa differenza. Mi piace l’effetto sorpresa.

La scrittura viene spesso definita come un’attività solitaria, ma sul BookTok si crea un contatto diretto con i lettori. Com’è stato il passaggio da un’attività così intima a un dialogo pubblico e costante con chi legge il tuo libro?

Per me la scrittura non è mai stata solitaria, nemmeno quando ho iniziato a scrivere. Ho sempre avuto accanto qualcuno che leggeva quello che scrivevo, anche perché ho bisogno di due occhi buoni per correggere i miei errori. Per me è stato naturale parlare con chi ha letto il libro, perché per molto tempo li ho avuti accanto. Fa strano che adesso si tratti di sconosciuti, questo sì.

Il Marchio Proibito è solo il primo libro e i social possono generare molte aspettative; in che modo gestisci questa pressione e le aspettative dei lettori?

Da una parte c’è la mia sindrome dell’impostore che mi prende a calci prima di dormire, dall’altra so che il secondo libro piacerà. Ne sono ossessionata, non mi era mai capitato. Mentre lo rileggevo, non mi sembrava qualcosa scritto da me, lo percepivo come di qualcun altro. 
Sento di avere tra le mani qualcosa che potrebbe segnare profondamente il lettore giusto. Da una parte mi terrorizza, a essere sinceri, perché metterò tante persone di fronte a emozioni scomode, che potrebbero voler evitare. Nel caso, mi scuso in anticipo. Però quelli sono i lettori per cui scrivo, perché so che riusciranno a empatizzare con i miei personaggi e a imparare dalle loro storie. Ho tra le mani la futura catarsi di qualcuno. 
E se il secondo libro non dovesse avere successo, non importa: se anche solo una persona verrà toccata dalla mia storia, allora avrà comunque raggiunto il suo scopo. 

Questa vita regala dolori come regala piaceri. Ma che sia dolore o piacere quello che provi, sempre devi rimanere saldo in te stesso e ricordarti chi sei

Come riesci a conciliare le tue diverse passioni, dalla scrittura al disegno, e in che modo si influenzano a vicenda?

Per mancanza di tempo, ho messo in pausa qualsiasi podcast stessi portando avanti. Ormai la scrittura e il disegno occupano la maggior parte della mia giornata. 
Proprio perché sono abituata a disegnare ho un’immaginazione più visiva. Spesso è accompagnata dalle parole, e allora diventa quasi un film che si sovrappone alla realtà, a volte sono solo immagini.

Ultima domanda: quale consiglio daresti a un giovane autore che sta cercando di farsi strada nel mondo dell’editoria, specialmente in un genere come il fantasy?

Preparati a essere considerato uno scrittore di Serie B. Spoiler: non lo sei, stai scrivendo uno dei generi più difficili, e chi considera il fantasy come un genere minore non sa nulla di come funziona. Nella mia carriera di scrittrice, iniziata ufficialmente quando avevo undici anni (nel senso che ho iniziato a pubblicare a quell’età), ho spaziato e scritto un po’ di tutto, quindi parlo con coscienza. Ma sappi che, proprio per la difficoltà del genere, è molto più facile sbagliare. Fa attenzione al worldbuilding, assicurati che tutto sia coeso, costruisci su delle regole semplici, perché altrimenti ti perderai. E, in generale, il mio consiglio è sempre: divertiti. Se non ti divertirai a scrivere il libro, il lettore non si divertirà a leggerlo.


Ringraziamo Elisabetta per la sua disponibilità e per aver offerto uno sguardo approfondito sul suo processo creativo. Il suo percorso di vita dimostra come l’esplorazione del mondo reale e delle diverse forme d’arte possa alimentare e arricchire la creazione di mondi immaginari, invitando il lettore a riflettere su come le storie, proprio come le esperienze di vita, possano essere una guida per trovare la propria strada.

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