Alpha: il nuovo viaggio emotivo nello straordinario cinema di Julia Ducournau

La regista francese Julia Ducournau, già nota al pubblico soprattutto grazie all’originalissimo Titane, vincitore della Palma d’oro al 74º Festival di Cannes, crea un altro capolavoro del cinema: Alpha.
Il film è stato presentato quest’anno a Cannes, dove sembra che abbia disturbato visivamente ed emotivamente più di uno spettatore. Ancora una volta la regista porta sullo schermo una storia che potremmo definire di “realismo magico”, in cui realtà ed elementi soprannaturali si fondono indistricabilmente. La pellicola agisce sulle corde più sensibili del nostro cuore: è un vero colpo all’anima (e allo stomaco), una volta usciti dal cinema, non si può fare a meno di pensarci tutta la notte, e non lo si dimentica facilmente.

Trama

La vicenda si apre con una festa in casa a cui partecipa la protagonista stessa, Alpha, tredicenne di origini berbere. La regia, sin dal principio, cattura e ritrae la confusione di un luogo animato da adolescenti su di giri, cappe di fumo e rumori ovattati. Lo spettatore è subito trascinato dentro la scena da inquadrature fluide ed immersive. Alpha torna a casa dopo la festa con la lettera “A” tatuata sul braccio: una semplice bravata che scatena l’ira della madre. Lei è un medico, tra i pochi rimasti a prendersi ancora cura dei malati, ed intuisce subito il rischio di contagio: l’ago usato per tatuare Alpha non era sterile.
Alpha torna a scuola e la ferita sanguina continuamente. Viene ghettizzata ed è anche vittima di episodi di bullismo da parte dei compagni di classe che porteranno alla sua espulsione. Le dinamiche richiamano quelle degli anni ’80 con l’Aids: l’ignoranza delle persone regnava sovrana, e portava all’isolamento degli infetti a causa dello stigma legato alla malattia.

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I richiami agli anni ’80

Alpha sembra quasi essere una storia alternativa: il mondo rappresentato è quello degli anni ’80 segnato da una malattia trasmissibile tramite sangue, saliva e rapporti sessuali (il richiamo all’Aids è evidente) che porta alla pietrificazione totale del corpo dell’uomo, e alla conseguente morte. È una storia sulla vita che si sgretola, sul corpo che si consuma e diventa polvere, sull’insistenza di mantenere in vita chi non lo desidera più perché la sofferenza ha sovrastato tutto il resto.

Una regia claustrofobia

Il film sembra seguire un arco temporale di circa due settimane, durante le quali Alpha è stata sottoposta a un test per verificare se fosse stata infettata dal virus. Il terrore di poter essere stata contagiata, influenza Alpha fino ad avere terribili attacchi di panico, rappresentati tramite una regia che crea ambienti soffocanti e claustrofobici: il soffitto si abbassa fino a quasi schiacciarla e la notte soffre di incubi terribili che generano delle convulsioni simili a quella dello zio Amin, fratello tossicodipendente della madre. Un giorno, rientrata da scuola, Alpha trova nella sua stanza proprio Amin, interpretato da un talentuosissimo Tahar Rahim. Lui aveva contratto il virus molti anni prima proprio a causa della sua dipendenza, ed era morto a causa di questa malattia.

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L’elaborazione del dolore

Se inizialmente la trama sembra procedere su un unico piano temporale, poco più avanti si sfalda, mostrandoci ciò che era accaduto molti anni prima, quando la madre di Alpha era giovane ed affrontava la malattia di Amin. La sua morte, rivelata solo alla fine, suggerisce che probabilmente gran parte del film rappresenti in realtà la rivisitazione di quel periodo tragico e mostra allo spettatore la trasposizione del mondo interiore della mamma di Alpha, e dell’evoluzione del suo trauma, mai davvero elaborato. La paura la figlia potesse morire allo stesso modo ha riaperto la ferita e il ricordo dell’amato fratello. Amin pronuncia una frase chiave della pellicola: “Il troppo amore fa impazzire la gente”, alludendo proprio alla sorella. La poesia Un sogno dentro un sogno di Edgar Allan Poe, letta dal professore di lingua inglese di Alpha offre un’ulteriore chiave di lettura, indicando come la direzione della narrazione proceda verso la riflessione sul rapporto tra realtà e illusione, sulla perdita, sul lutto, e sull’impossibilità di poter trattenere chi si ama:

“(…) Stringo in una mano granelli di sabbia dorata. Soltanto pochi! E pur come scivolano via, per le mie dita, e ricadono sul mare! E io piango – io piango! O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda? O Dio! Mai potrò salvarne almeno uno, dall’onda spietata?”.

Corpo umano e Vento Rosso

La regista mette in rilievo il corpo umano, insistendo sulla sua materia organica: le ossa, il sangue che scorre, le vene. I corpi sono sempre in primo piano, brutalmente esposti e soggetti a una rappresentazione iperrealista ed estremamente cruda. Il corpo di Tahar Rahim è scheletrico, atrofico, si ritorce su sé stesso durante la notte in preda a crisi di astinenza ed è schiacciato contro le superfici quando assume droghe con iniezioni endovenose.
Un’altra tematica molto intensa è quella legata alle tradizioni della famiglia della madre di Alpha e di Amin. La tossicodipendenza di Amin viene interpretata da sua madre come una “maledizione”: il “Vento Rosso” è un demone che uccide ogni cosa che incontra. Sarà proprio il vento che simbolicamente porterà via con sé Amin, segnando forse il compimento dell’elaborazione del lutto della madre

Quando l’amore non basta

Quest’opera cinematografica è un intenso racconto d’amore, di dolore, di sofferenza. Esplora il dramma della tossicodipendenza, della malattia, della morte, ma soprattutto della necessità di tenere in vita le persone che si amano, di salvarle e di proteggerle anche da ciò che inesorabilmente uccide. Amin chiede più volte alla sorella di lasciarlo andare, di non svegliarlo più, ma lei insiste a trattenerlo, vuole che si aggrappi al mondo, che si aggrappi a lei che è la cura, la spalla, carne viva, dotata di una forza sovrumana che le permette di dedicarsi senza sosta a chi ama. Cerca disperatamente di fare dei massaggi cardiaci al fratello per rianimarlo, mentre gli urla convulsamente le parole “non lasciarmi”. Solo dopo si renderà conto che ostinarsi non serve più a nulla, e che, ormai impotente, il suo amore non basterà a salvare il fratello. Si tratta, dunque, soprattutto di un film sul “lasciare andare”. Lasciare andare un ricordo che fa male, il passato, i traumi generazionali, le persone che non hanno voluto o saputo salvarsi.

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