Scioperi e manifestazioni in Italia per la Flottilla: “Blocchiamo tutto”

L’Italia si unisce al coro di proteste internazionali nate attorno alla vicenda della Flottilla. Dopo il blocco imposto da Israele, lo slogan diffuso dai movimenti è diventato chiaro: Blocchiamo tutto. Nelle principali città italiane sono partiti scioperi e sospensioni delle attività e si sono moltiplicate le manifestazioni di solidarietà, accompagnate da cortei e presidi. Un fenomeno che non si limita ai nostri confini: in tutta Europa e in diversi Paesi del mondo, lavoratori, sindacati e attivisti hanno fatto propria la protesta, trasformando un episodio di politica internazionale in un catalizzatore di mobilitazione sociale.

L’operazione della Flottilla

Riconosciuta come il più grande convoglio civile della storia, la Flottilla era composta da più di 40 imbarcazioni, partite da vari porti del mondo tra fine agosto e inizio settembre. L’iniziativa, nota come Global Sumud Flottilla, è nata come movimento in supporto alla popolazione palestinese a causa della guerra in atto con Israele, accusato da organizzazioni e attivisti di condurre un vero e proprio genocidio.
L’obbiettivo era chiaro: raggiungere via mare la Striscia di Gaza e fornire aiuti umanitari ai palestinesi in difficoltà, portando al centro dell’opinione pubblica la condizione di chi vive sotto assedio.
A bordo delle navi, circa 400 persone provenienti da tutto il mondo, tra cui volti noti come Greta Thunberg e una delegazione di circa 40 cittadini italiani.
Nel corso dell’operazione, tuttavia, 13 imbarcazioni sono state intercettate e bloccate dalle forze israeliane, mentre le altre sono riuscite a proseguire il viaggio.

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Il blocco di Israele

Alle 20 circa (ora italiana) di mercoledì 1° ottobre, dopo alcune avvisaglie da parte di Israele, è iniziata l’operazione blocco. La marina israeliana ha intercettato la Global Sumud Flottillal, abbordando le imbarcazioni, alcune navi sarebbero state colpite con cannoni ad acqua o speronate deliberatamente. Oltre 200 attivisti sono stati arrestati e trasferiti al porto di Ashdod, prima di essere condotti nel carcere di Ketziot.
Le persone a bordo delle barche non hanno opposto alcuna resistenza, per evitare violenze. Gli abbordaggi, avvenuti in acque internazionali, sono stati denunciati dagli organizzatori come un vero e proprio atto di “pirateria”. Israele ha rivendicato l’operazione come una necessità di sicurezza, definendo “conclusa la provocazione della Flottilla“. Ma le immagini degli attivisti scortati con la forza hanno fatto il giro del mondo, sollevando accuse di violazioni del diritto internazionale e innescando una serie di manifestazioni globali di protesta.

Immagine tratta dalla diretta video della Flottilla
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Un’operazione illegale

In molti denunciano il blocco di Israele come un atto illegale. Infatti, secondo quanto riportato nella Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), sarebbe illegale attaccare o sequestrare imbarcazioni che trasportano materiale umanitario.
Da anni, Israele mantiene un blocco navale sulle acque che circondano la Striscia di Gaza, stabilendo controlli militari e restrizioni sulle imbarcazioni civili che attraverso la zona.
Le operazioni di intercettazione della Flottilla, però, sono avvenute a circa 70-75 miglia nautiche di distanza dalla costa di Gaza, e dunque in acque internazionali. Secondo la UNCLOS, infatti, lo spazio marittimo di uno Stato si estende per soli 12 miglia dalla sua costa. Al di là di quel limite, gli Stati non hanno un diritto generale di fermare o sequestrare navi straniere, specialmente se trasportano aiuti umanitari.
Non esiste nessuna clausola che spieghi nel dettaglio il funzionamento di blocchi ed intercettazioni in caso di guerra. Questo, però, non giustifica il blocco di Israele verso imbarcazioni civili che non rappresentano una minaccia armata, né violano leggi doganali, sanitarie o immigratorie.

Gli scioperi in piazza

Il fermo della Flottilla ha acceso la miccia di una mobilitazione senza precedenti in Italia, che secondo i sindacati ha portato in piazza circa 2 milioni di persone. Da nord a sud, le manifestazioni hanno assunto forme diverse, ma tutto con lo stesso grido comune: “Blocchiamo tutto“, slogan rilanciato in decine di città europee e oltre oceano. Un richiamo diretto alla necessità di fermare non solo le attività economiche, ma l’indifferenza politica e sociale verso la questione palestinese.
A Genova e in molti altri porti strategici le attività si sono fermate, con blocchi simbolici e rallentamenti, mentre a Milano, centinaia di manifestano hanno bloccato la tangenziale, costringendo per ore al traffico fermo e attirando l’attenzione dei media internazionali.
La protesta è esplosa anche nei luoghi meno attesi: le sirene delle navi nei porti hanno suonato a lutto, alcuni detenuti hanno rifiutato di lavorare nelle carceri, e perfino la televisione pubblica RAI3 ha interrotto parte dei programmi in diretta.
Quella del 2 ottobre non è stata una semplice manifestazione, ma un vero sciopero politico diffuso e trasversale, che ha collegato lavoratori, studenti, movimenti e associazioni in un’unica rete, con un unico e chiaro messaggio: “stop al genocidio“.

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Proteste contro Meloni

A Roma, la tensione è esplosa con particolare forza: in piazza dei Cinquecento, nei pressi della Stazione Termini, migliaia di persone hanno manifestato contro il governo. Un corteo di circa 15.000 persone si è poi diretto verso Palazzo Chigi, scandendo slogan durissimi: “Meloni, hai le mani sporche di sangue”, “Meloni ti devi dimettere”, “Governo Meloni, dimissioni”.
Dal canto suo, la premier ha risposto con toni sprezzanti: da Copenhagen, Giorgia Meloni ha liquidato lo sciopero definendolo una scelta di chi “ha voluto un weekend lungo“, minimizzando la portata delle manifestazioni.
Una battuta che ha alimentato ulteriormente la rabbia dei manifestanti e l’indignazione di sindacati e opposizioni, che accusano la premier di ignorare la gravità della repressione israeliana e di non voler ascoltare la voce di milioni di cittadini. Per molti, le piazze di Roma hanno segnato non solo un atto di solidarietà verso la Palestina, ma anche una vera e propria sfiducia popolare verso il governo in carica.

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Denuncia al governo Meloni

Ma il governo Meloni finisce sotto accusa non solo nelle piazze, ma anche nelle aule giudiziarie internazionali. Due azioni legali, infatti, sono state avviate contro l’attuale governo italiano: una presso la Corte penale internazionale (CPI) per presunta complicità in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, l’altra per la mancata protezione della Global Sumud Flotilla.
A promuovere la denuncia alla CPI è il gruppo Giuristi e avvocati per la Palestina (Gap), appena costituito. Nel mirino ci sono la premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto e l’amministratore delegato di Leonardo Spa Roberto Cingolani. “Se c’è un’attività di collaborazione sostanziale con le autorità israeliane che commettono crimini significa che le autorità italiane stanno concorrendo nel reato che viene commesso”, ha spiegato l’avvocato Gianluca Vitale.
A queste iniziative si affianca anche la denuncia presentata dal giurista Fabio Marcelli presso la Corte costituzionale italiana, volta a contestare la violazione dei principi sanciti dalla Costituzione in materia di ripudio della guerra e rispetto del diritto internazionale. Secondo Marcelli, il sostegno politico e militare fornito dall’Italia a Israele rappresenterebbe una forma di corresponsabilità, che rischia di collocare il Paese “sul banco degli imputati della storia”.

Il rientro degli attivisti in Italia

Dopo alcuni giorni di incertezza, è iniziato il rientro in Italia degli attivisti della Global Sumud Flottilla. I primi rimpatri sono avvenuti tra venerdì e sabato, in seguito all’accordo raggiunto tra le autorità italiane e israeliane. Al loro arrivo negli aeroporti di Roma e Milano, gli attivisti sono stati accolti da amici, familiari e collettivi solidali che hanno intonato slogan a sostegno della Palestina e contro il governo israeliano.
Le testimonianze raccolte parlano di giorni difficili di detenzione, con condizioni precarie e il timore di maltrattamenti, circostanza su cui l’Italia ha chiesto verifiche dirette al Mossad. Nonostante la liberazione, gli attivisti ribadiscono che la loro esperienza non segna una fine ma un nuovo inizio: “Torneremo in mare – hanno dichiarato – perché portare aiuti umanitari a Gaza non è un crimine, ma un dovere di umanità”.

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