«Il rap è morto, è tutto un gran teatro». Con queste parole Ghali si scaglia contro la scena rap italiana, accusando i suoi colleghi di tacere difronte al genocidio in atto.

L’attacco di Ghali
In un lungo post testuale pubblicato su Instagram, il rapper ha criticato la scelta di molti artisti di non schierarsi a favore del popolo palestinese. Ghali, che fin dall’inizio del conflitto si è esposto pubblicamente in sostegno della Palestina, scrive che, davanti a ciò che sta accadendo, è impossibile astenersi dal parlarne. «I motivi per cui non ne parlate possono essere tre: 1. Non vi interessa […] 2. Sostenete il genocidio e sì, sostenerlo vuol dire anche semplicemente non schierarsi […] 3. Avete paura di perdere soldi, posizione e lavoro».

Ghali prosegue poi scrivendo «Il rap è ufficialmente morto», una frase emblematica che ha scosso il panorama rap italiano e che lascia ampio spazio ad una riflessione sul ruolo della musica.
Il rap è un genere musicale che nasce in strada come grido dal basso. Una forma di controcultura che, fin dal principio, si è distinta per la sua capacità di denunciare ingiustizie, disuguaglianze e situazioni di disagio. Da questo presupposto nasce la riflessione di Ghali: «Il silenzio dei rapper ha ucciso il genere». Evitare di parlare di ciò che sta accadendo in Medio Oriente, equivale per Ghali a tradire gli ideali del rap.
Alle sue parole si sono aggiunte quelle di Clementino, che sempre attraverso un post ha criticato i “cosiddetti rapper delle classifiche”: «Non siete nulla. Non siete rapper. Sit Munnezz [siete immondizia, ndr]».

La replica di Artie5ive e Guè
Non si sono fatte attendere le risposte da parte di alcuni colleghi. Primo fra tutti Artie5ive, che ha commentato il post di Ghali chiedendo di non sfruttare questo momento per generare odio o divisioni inutili. Scrive poi una frase che chiarisce a tutti la sua posizione a sostegno della Palestina, e non si esime dal lanciare una provocazione a Ghali: «Il rap è più vivo che mai ma da un attico in centro non si vede». Quest’ultima frase però non fa altro che confermare le parole di Ghali, ovvero che i rapper al giorno d’oggi hanno più paura di perdere il loro status piuttosto che far sentire la propria voce.

Segue poi la reazione di Cosimo Fini, in arte Guè, il quale pubblica nelle stories gli screenshot delle donazioni fatte all’Unicef in favore dei bambini di Gaza. «Non avevo tempo di fare ig stories prima né di andare in manifestazione». In una stories successiva scrive inoltre «rapper da classifica che non ti esponi! Fai come me», facendo inequivocabilmente capire di essersi sentito preso in causa dalle parole di Clementino.


Le parole di Ghali e Clementino puntavano il dito contro l’intero panorama rap italiano senza fare nomi. Ciò che salta all’occhio però, è che i primi artisti a raccogliere la provocazione siano stati proprio Artie5ive e Guè, che giusto la scorsa settimana hanno conquistato il disco d’oro con il loro singolo congiunto Akrapovic.
Viene quindi spontaneo chiedersi se la loro presa di posizione nasca da un’autentica sensibilità o o se abbiano piuttosto avvertito la necessità di esporsi per ottenere consenso dal pubblico.
Il ruolo dei personaggi pubblici
La diatriba social si ferma qui. Tuttavia lascia spazio ad una serie di riflessioni sul ruolo dei personaggi pubblici difronte a questioni di grande rilevanza sociale. Sempre più persone infatti ritengono che artisti, creators e influencer debbano tassativamente esporsi e schierarsi pubblicamente in merito alla questione palestinese. E qui nasce la vera domanda: è giusto pretendere che chiunque abbia visibilità si trasformi in portavoce di una causa?
