Interviste pungenti: a tu per tu con Robert El Asmar, autore di Beirut Verona – sola andata

Robert El Asmar è nato in Libano, nel 1973, ed è cresciuto tra Beirut, Monaco di Baviera e Parigi, dove ha ultimato i suoi studi. Attualmente vive sul Lago di Garda e lavora nel campo aeronautico. Grazie al suo lavoro viene a contatto con molte realtà differenti e complesse che gli danno spunti per i suoi romanzi
È un uomo di mondo, colpito dalla crudeltà della vita, motivo che l’ha portato a scrivere il suo esordio letterario Beirut Verona – sola andata. Un libro che parla di ingiustizie, nel silenzio di vittime oppresse dalla prevaricazione di carnefici che, grazie a una forza d’animo incredibile, riescono a ritrovare la luce nell’abisso del dolore. 

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L’intervista

Buongiorno Robert, lieta di intervistarti, vorrei iniziare chiedendoti: chi sei tu? Cosa rappresenta per te Beirut – Verona? Ma soprattutto, chi è Marwan per te?

Buongiorno! Vorrei iniziare ringraziando calorosamente te e la redazione di Bee Chronicles per l’opportunità che mi state concedendo oggi di far conoscere le mie parole e soprattutto la mia storia. Infatti, per rispondere alla tua domanda, questo romanzo racconta una parte dolorosa della mia vita che è stata per troppi anni nascosta dentro di me ma che, ad un certo punto, ho sentito la necessità di raccontare. 
Marwan sono io, o meglio, è quella parte innocente di me che è stata violata dalla crudeltà. Sono nato a Beirut, da una famiglia benestante. Grazie a una borsa di studio, a 20 anni sono scappato dalla guerra del mio paese per ritrovarmi a combattere una guerra ben peggiore, più intima, a sfioro con l’anima. Sono una persona semplicissima, che a 52 anni non ha più voglia di nascondersi; dopo 35 anni, questo libro è un riscatto che dedico a quella parte di me rotta per sempre. 

A chi è dedicato questo libro?

Questo libro è dedicato sia a tutte quelle persone che subiscono o hanno subito atti di violenza, sia alle persone che circondano queste vittime silenziose. La violenza, non solo quella fisica ma anche quella psicologica, distrugge del profondo. Troppo spesso, si pensa di non avere via di scampo. Ma ciò che voglio dire io è che un’uscita c’è sempre. 
Vorrei prendere queste persone e urlargli: guardatemi! Se ce l’ho fatta io, perché non dovreste farcela anche voi? La ferita rimarrà, la cicatrice farà sempre male, ma dal dolore è possibile lasciare un’impronta positiva e avere un futuro. 
Spesso, queste vittime erigono un muro di silenzio. Per chi sta attorno diventa difficile comunicare, lasciando che piccoli segnali (che, fidatevi, ci sono sempre) vengano involontariamente ignorati. Ciò che posso consigliare io è di lasciare che il lato umano prevalga, di non pensare solamente al proprio orto, ma di lasciarci coinvolgere nella vita di chi amiamo e di chi ci ama. 

Come è stato tirar fuori questo fardello? Che impatto ha avuto sulla tua vita?

Ho scritto questa storia di getto, in un mese e mezzo, piangendo ad ogni singola lettera. Era un qualcosa di necessario, che doveva essere fatto. 
L’impatto col mondo è stato difficile. Sono una persona molto introversa, occupo a livello lavorativo una posizione di rilievo e temevo che questo potesse compromettere sia il mio ruolo, sia la relazione con le persone che mi stanno attorno. Contro ogni mia aspettativa, ad eccezione di qualche caso di bigottismo, ho ricevuto molta solidarietà, dopo una prima incredulità comprensibile. 
Questo mi ha dato il coraggio di uscire dal mio guscio protettivo e, grazie alle persone più vicine a me, la forza di continuare a credere di star facendo la cosa giusta. 

Hai ricevuto anche critiche negative?

Più che aver ricevuto delle vere e proprie critiche, sono stato ostacolato da chi ho citato nel mio romanzo. Inoltre, alcune persone attorno a me, troppo chiuse e bigotte, mi hanno domandato perché non avessi continuato a seguire la via del silenzio.
Chi subisce violenza, perde una parte di sé. Sono una persona rotta, che ha subito qualcosa di indicibile. Questo mi porta a far perdere il valore di una critica cieca, che non sa vedere oltre il suo mondo. Seguo associazioni di bambini orfani in India, che hanno vissuto ogni forma di atrocità: il mondo reale, che io ho l’opportunità di poter vedere spesso, ha la necessità di dover essere visto da tutti.

Marwan: perché proprio questo nome?

Marwan era una persona dolce, che purtroppo ora non c’è più. Era una persona innocente, che si fidava del mondo e di Dio, come me. Ha vissuto la guerra e la fede era l’unica cosa che aveva; voleva rinascere e costruire qualcosa di buono fuori dall’odio. Marwan mi ricorda chi ero ed è per questo che l’ho scelto. 

Perché “sola andata”?

Perché, per me, ciò che ho vissuto, è stata solo un’andata senza ritorno. Sono morto e risorto, ma non sono rinato. Ho lasciato il mio Paese addestrato alla guerra, sono arrivato in un Paese con una garanzia di pace ma ho combattuto, e perso, una battaglia più atroce; ne sono uscito mutilato, senza la parte più bella, innocente e tenera di me. 
A causa di questo evento, ho perso la borsa di studio; ho vissuto per 3 mesi in macchina, da solo, e anche solo trovare il cibo era un’impresa. Non mi vergono a dire che ho pensato più volte di togliermi quella sorta di vita che mi era rimasta. 
La mia salvezza è stata una piccola trovatella Yorkshire, trovata nei vicoli di Verona, che come me era stata vittima della crudeltà. Ho scelto di prenderla e tenerla con me: lei era il mio unico legame con la vita. Grazie a lei avevo qualcuno per cui lottare. Grazie a lei, sono sopravvissuto. 

Infine, quali sono i tuoi progetti per il futuro? Sia in ambito letterario che personale?

Per quanto riguarda i miei piani editoriali, sto attualmente lavorando su un altro manoscritto, che racconta un altro tassello della mia vita. 
Sul piano personale, invece, desidero creare una fondazione in aiuto delle persone che subiscono violenza. 
Grazie al sostegno che sto ricevendo da moltissime figure rilevanti da questo libro, ora sono convinto che ognuno, nel suo piccolo, possa fare una grande differenza per qualcuno. 
Molte persone sono schiavizzate dalla violenza e dalla psicologia distruttiva che si nasconde dietro ad essa; ma, grazie ad un impatto positivo, che possa essere anche un semplice esempio da seguire, è possibile uscirne.

La trama del libro

Dopo essere stato testimone di indicibili orrori, il giovane Marwan riesce a fuggire dal suo paese natale, il Libano, segnato da una guerra che va avanti da anni. A regalargli la speranza di una vita nuova, lontana dalla guerra civile, dal caos di Beirut e dalle rappresaglie dei guerriglieri, è una borsa di studio per stranieri, che lo porta in Italia, a Verona.
Qui, pur perseguitato dai fantasmi di un passato traumatico e dai terribili ricordi della sua infanzia, troverà accoglienza in una comunità religiosa, i cui padri paiono fin da subito cordiali e accoglienti. In particolare, Marwan stringerà un forte legame di amicizia con il quarantenne padre Nicola, il padre superiore, che lo affiancherà negli studi, lo sosterrà e si farà carico di portarlo in viaggio a conoscere le bellezze dell’Italia.
Tutto cambia quando Nicola, una sera, confessa a Marwan il suo amore per lui. Da questo per il giovane inizierà un calvario del tutto nuovo…

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