Autismo femminile: il volto invisibile della neurodivergenza

Torna la rubrica sullo spettro autistico, con il suo quarto appuntamento, in cui si parlerà dell’autismo femminile.
L’autismo femminile non è meno intenso di quello maschile, ma si presenta in modo diverso. Le donne autistiche spesso sviluppano fin da bambine una straordinaria capacità di “camuffamento sociale”: imitano gesti, espressioni e comportamenti per adattarsi, nascondendo le proprie difficoltà. Questo fenomeno, noto come masking, è tanto efficace quanto logorante.

Sembravo una bambina timida, educata, un po’ strana forse, ma nulla che facesse pensare all’autismo“, racconta Chiara, 34 anni, diagnosticata solo l’anno scorso. “Ho passato la vita a cercare di essere normale, senza sapere che stavo solo sopravvivendo“.

4. Autismo femminile: il volto invisibile della neurodivergenza
© AI generated

Il problema delle mancate diagnosi e delle diagnosi tardive

Secondo i dati internazionali, le donne ricevono una diagnosi di autismo in media quattro anni più tardi rispetto agli uomini. Spesso arrivano al riconoscimento dopo un percorso tortuoso, segnato da diagnosi di depressione, ansia, disturbi alimentari o di personalità.
Molte donne autistiche vengono scambiate per borderline o semplicemente ‘troppo sensibili’“, spiega la psicologa clinica Silvia Rinaldi. “Il problema è che i criteri diagnostici sono stati costruiti su modelli maschili, e non tengono conto delle strategie di adattamento femminili“.

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La mancata diagnosi non è solo una questione clinica: ha un impatto profondo sull’identità, sulle relazioni e sulla salute mentale. Senza una spiegazione del proprio funzionamento neurodivergente, molte donne crescono con un senso di inadeguatezza, alienazione e colpa.
Ma qualcosa sta cambiando. Grazie alla crescente consapevolezza e alla voce di attiviste e professioniste autistiche, l’autismo femminile sta finalmente emergendo dal silenzio. Riconoscere l’autismo nelle donne significa abbattere stereotipi, rivedere i protocolli diagnostici e ascoltare storie che per troppo tempo sono rimaste ai margini. Non si tratta di etichette, ma di dare nome e dignità a un modo diverso di vivere nel mondo.

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