Con The Guardians of Godolkin, la seconda stagione di Gen V arriva alla sua conclusione e lo fa con un episodio destinato a riscrivere le regole dell’intero franchise. Dopo sette capitoli di traumi, resurrezioni e manipolazioni mentali degne di un manuale di neuroscienze demoniache, il finale non si limita a chiudere le trame aperte: le trasforma in detonatori.
Tutto ciò che era stato presentato come crescita, formazione e riscatto esplode in una verità disarmante: la Godolkin non è mai stata una scuola, ma un ecosistema di selezione naturale con al vertice un Dio mancato. (Il seguente articolo contiene spoiler).

Selezione
L’episodio si apre con la morte di Doug per mano di Black Noir, mentre il vero Thomas Godolkin esce dall’ombra, deciso a portare a compimento il suo esperimento finale: eliminare i super deboli e spingere al limite i propri poteri in modo da diventare l’unico essere capace di controllare Homelander. Per farlo Thomas decide di unire l’utile al dilettevole sottoponendosi alla stessa pressione che ha sempre imposto anche ai suoi studenti. L’università diventa così il suo laboratorio finale: annuncia che la classifica dei Top 10 è stata azzerata. Tutti, anche i più deboli, possono puntare al primo posto. È una chiamata ai disperati, una trappola perfetta. In realtà, è solo un modo per sfoltire i super più deboli e diventare lui stesso più forte esercitandosi a controllare più persone contemporaneamente.

Un universo in mutazione
Il finale di Gen V2 riesce là dove molti spin-off falliscono: non solo completa la propria storia, ma alimenta quella principale. L’universo di The Boys ora ha una nuova linfa da cui attingere:
- I giovani super con una serie di superpoteri tutti da sfruttare;
- La resistenza di Starlight e A-Train;
- E sullo sfondo, un Homelander sempre più instabile, forse già risentito per la lealtà incerta di Sage e per il “piccolo”, pericoloso segreto che lei gli ha tenuto nascosto.
La stagione chiude con la promessa di un conflitto epico, dove Gen V smette di essere “lo spin-off di The Boys” e diventa motore evolutivo, il cuore pulsante di un universo che non ha più confini tra le sue serie.
Il bilancio
Sul piano della scrittura, Gen V 2 si conferma ambiziosa e cupa, più solida e con temi più maturi rispetto alla prima stagione. Il ritmo cresce con intelligenza, alternando introspezione e brutalità senza mai perdere il controllo della tensione. La costruzione tematica è forse l’aspetto che risulta più affilato dell’intera serie: la selezione “naturale” diventa ideologia, e l’evoluzione si trasforma in giustificazione morale. Lo sviluppo dei personaggi, e delle loro storie personali, è altrettanto coinvolgente: Marie emerge come una messia sanguinaria, mentre Jordan, Emma e Cate oscillano tra desiderio di riscatto e accettazione delle proprie fragilità emotive. La regia accompagna il tutto con una combinazione di brutalità visiva e lucidità politica, costruendo un linguaggio dove la violenza fisica e quella psicologica sono due volti della stessa medaglia. La connessione con The Boys risulta fluida, credibile e soprattutto necessaria, tanto da rendere le due serie un’unica narrazione coerente. E nel suo momento più assurdo — il famigerato varco innominabile di Black Hole — la serie ribadisce la sua natura grottesca e provocatoria.
