Alla scoperta di Anemoia: intervista a Gabriella Giliberti e Martina Ponente

Annunciato a metà ottobre, Anemoia è il libro che uscirà in autunno nel 2026 per il Castoro OFF ed è frutto dell’unione della penna di Gabriella Giliberti e la matita di Martina Ponente. Al Lucca Comics & Games abbiamo incontrato le autrici che ci hanno raccontato qualcosa di più del loro libro e su ciò che dovremmo aspettarci.

© Bee Chronicles Team

Come è nata l’idea di creare questo libro insieme?

Giliberti: Allora, in realtà nasce tutto l’anno scorso da un sogno. Cioè, io ho sognato che con Martina facevamo un fumetto, l’ho detto a lei e mi fa: “Sai, ho sognato una cosa simile. Dobbiamo farlo.” Io ho dato una serie di incipit e Martina è riuscita subito a creare delle immagini e abbiamo inquadrato i personaggi. Ed è nata così questa storia. Ha poi avuto tantissimi sviluppi fino a diventare quello che oggi, o quello che sarà.

Ponente: È un romanzo illustrato, gotico con elementi sovrannaturali e queer, quindi che racconta un po’ tutte quelle che sono le tematiche a noi care, ma soprattutto quello che è il potere fondamentalmente delle storie. La cosa che più ci piaceva era questa relazione tra parola e immagine. All’inizio, quando l’abbiamo realizzato, io ho preso letteralmente delle macchie di inchiostro, le ho buttate su un foglio e abbiamo visto che cosa doveva uscire fuori. Sono usciti questi due personaggi che assumevano proprio delle forme perché l’inchiostro, diluito con l’acqua, ha questa tendenza a creare delle macchie. E quindi ci hanno comunicato subito qualcosa. Al che abbiamo detto: “Creiamo questa storia basandoci su queste vibes” e piano piano si è costruita.

E come vi siete conosciute per poi arrivare a questa collaborazione?

Giliberti: Tutto a parte dai social, di vista frequentiamo un mondo simile, e abbiamo alcune amicizie in comune. Io già la seguivo per le sue illustrazioni, lei magari mi aveva già visto, ma abbiamo cominciato a parlare grazie a Vivienne Medrano, a Hazbin Hotel e a Helluva Boss. Siamo entrambe estremamente appassionate, soprattutto poi con Helluva Boss siamo due grandi fan della Stolitz e da lì è nato un po’ tutto, quindi in realtà abbiamo cominciato seriamente a parlare a maggio 2024.

Ponente: Abbiamo iniziato a chiacchierare sui social da maggio, installando questo legame di amicizia e poi piano piano abbiamo proprio costruito questo legame che è diventato anche molto più creativo. Questo poi è scoppiato tutto post laurea, perché c’è stato un periodo in cui ho lavorato tantissimo alla laurea. Dal suo sogno è partito tutto e non abbiamo mai smesso.

Qual è il motivo del titolo Anemoia? C’è un significato?

Ponente: Anemoia è la nostalgia di un tempo che non si è mai vissuto. In realtà è un termine molto, molto recente, infatti è datato al 2018. Questo termine deriva da un progetto già realizzato dallo scrittore John Koenig. Lui ha scritto proprio un dizionario, The Dictionary of Obscure Sorrows, di termini che non avevano una parola per descrivere una sensazione. Noi non riuscivamo a trovare un titolo vero e proprio perché o era troppo, o era troppo poco. Ho trovato questo titolo durante un incontro tra amiche, arriva questo nome e ho detto: “Lui“.

Giliberti: In realtà non sapevamo nemmeno cosa significasse ma ci suonava così bene. E poi in realtà il significato, la cosa che ci ha sconvolto, è che è proprio il cuore del libro: il fatto di non aver avuto modo di vivere un tempo che però mi sembra di aver vissuto.

© Martina Ponente e Gabriella Giliberti

Com’è la collaborazione tra scrittura e illustrazione?

Giliberti: Le immagini non sono mai didascaliche, sono un prolungamento della parola o addirittura arrivano lì dove non arriva la parola e viceversa. Anche perché è vero, io uso le parole e Martina le immagini, però è la storia di entrambe, l’abbiamo proprio costruita insieme, pezzo dopo pezzo, con infinite chiamate e audio Whatsapp. È un’unica chiamata che continua dal 10 ottobre dell’anno scorso, non abbiamo mai smesso di chiamarci.

Ponente: La realtà è proprio questa. Molto spesso si percepisce, soprattutto a livello editoriale, questa differenza tra chi scrive e chi disegna, ma in questo caso specifico ci sono delle vere e proprie contaminazioni, ovviamente lei si occupa di scrittura e io mi occupo di disegno, però la storia, la decisione, la regia, anche delle stesse immagini, sono gestite da entrambe. Come se proprio il progetto avesse l’impronta di entrambe, solo che una volta parla una, una volta parla l’altra.

Ma è mai successo che magari nelle illustrazioni ci fosse qualcosa di diverso rispetto alla scrittura, che quindi andava cambiato qualcosa?

Giliberti: Diciamo che abbiamo delle intuizioni. Quindi magari Martina mi fa vedere un’immagine, ed essa mi ispira a mia volta. Magari avevo già un’idea, poi però penso: “Sai che in realtà così è meglio?” e allora mi adatto alla sua immagine, oppure viceversa. A volte sono io che le dico “Secondo me potremmo fare invece in questo modo” e quindi lei cambia, perché dice: “Sì, hai ragione.

Ponente: Invece di cannibalizzare il lavoro l’una dell’altra, troviamo sempre un modo per andare nello stesso binario, perché poi è quello che porta appunto questa storia, anche l’amore che c’è dietro. Noi siamo due appassionate e vogliamo scrivere per appassionati.

© Martina Ponente e Gabriella Giliberti

C’è stata qualche difficoltà nella realizzazione?

Ponente: A livello di realizzazione, non tantissimo, perché comunque eravamo sempre in comunicazione. Ecco, la comunicazione oserei dire che è la cosa più importante del nostro progetto e della nostra collaborazione. Una non muoveva un passo senza che l’altra facesse qualcosa e così via. Anche io realizzavo i disegni rendendola pienamente partecipa, come se fossimo letteralmente sempre insieme, in un 50% netto. Sicuramente, oserei dire, come per tutte le storie, più che il finale è stato lo svolgimento a creare dei problemi. Il format del libro è un romanzo illustrato. Bisogna quindi adattarlo sia a livello di oggetto, cioè realizzare un libro senza sembrare troppo morbosi con le illustrazioni, né vogliamo appesantire dal punto di vista anche visivo dell’estetica, però comunque cercare di rendere anche molto potente questo impatto. Quindi cercare veramente di avere questo equilibrio costante.

Ponente: D’altra parte, però abbiamo dovuto anche tagliare. La voglia di scrivere è tanta, perché questi personaggi si fanno raccontare molto volentieri. Io penso che sono una persona estremamente prolissa, quindi dal mio punto di vista è stata anche una grande sfida mettermi in discussione e cercare di lavorare sul less is more, ma tenendo conto che effettivamente ciò che non descrivevo, ciò che non raccontavo con la parola, c’era Martina che lo faceva con le immagini. Abbiamo cercato di trovare il giusto equilibrio, l’armonia fra le due arti.

Ci potete dare qualche minispoiler sulla trama?

Giliberti: Quello che possiamo dire è che è la storia di due ragazzi, due amici, che si trovano e che hanno una grande passione, ovvero quella di raccontare storie e loro vogliono vivere di queste storie, all’interno di una società però che li giudica per motivi diversi. Ognuno di loro, sia Chethluz che Vespara, ha i propri limiti, le proprie pressioni e vengono messi costantemente alla prova, non solo dalla società, ma anche da un mondo altro, che all’improvviso scoprono, che li guarda e controlla da quando loro sono nati. E a un certo punto si troveranno a dover fare delle scelte che potrebbero tanto condurli in direzioni differenti, tanto nella stessa direzione… Insomma, la base è anche molto la comunicazione, ma ad un certo punto essere anche padroni del proprio destino, che non è una cosa facile, cioè avere coraggio è la cosa più difficile che possa esistere, e in questo Chet e Vesp vengono molto messi alla prova.

L’ambientazione invece?

Ponente: Diciamo che le vibes sono un po’ particolari, perché sicuramente ci sono tante contaminazioni di storie che hanno condizionato il nostro immaginario anche a livello generazionale. Possiamo dire che tra le contaminazioni principali del tipo di lavoro che abbiamo fatto c’è sicuramente la forte presenza del cinema espressionista tedesco, quindi queste forme molto particolari, molto geometriche, che danno anche questo senso di claustrofobia. Ecco, l’ambiente è sicuramente molto claustrofobico, ed è utile proprio per dare forma e forza al contesto in cui mettiamo i protagonisti. Un ambiente troppo romantico non avrebbe aiutato i personaggi ad affrontare le prove che dovranno affrontare. D’altra parte poi abbiamo ovviamente tanti spunti cinematografici e libreschi, ma li scopriremo piano piano.

Giliberti: L’atmosfera comunque è quella tipicamente gotica all’Edgar Allan Poe, cioè siamo proprio in epoca vittoriana, però la cosa che tengo a precisare è che non è il nostro mondo. Per quanto ci sia un’ispirazione, il vittoriano ci ricorda determinati ambienti, però la nostra città, Neidermer, non esiste. È tutto inventato e quindi non ci sono dei veri riferimenti storici.

Le autrici

Gabriella Giliberti è una critica cinematografica televisiva, scrittrice, host e content creator. Cresciuta tra film horror, vampiri e operetta, ha perfezionato la sua formazione a Roma, specializzandosi in storia del cinema, sceneggiatura e critica. Condivide la sua passione per la pop culture con la sua community. 

Martina Ponente è un’illustratrice e narratrice di storie. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti diplomandosi in Fumetto e Illustrazione nel 2020. Ha recentemente completato il Biennio di Animazione digitale. Da sempre appassionata di libri e arte, dedica quasi tutta la sua vita a realizzare storie e disegnarle, cercando di unire la sua passione per la narrazione con l’amore per il disegno.

Lascia un commento