Die My Love: il nuovo disturbante dramma sulla depressione post-partum di Lynne Ramsay

Die my love è il nuovo film della regista Lynne Ramsay, prodotto da Martin Scorsese e presentato in concorso al 78° Festival di Cannes. Tratto dal romanzo Ammazzati amore mio della scrittrice argentina Ariana Harwicz, il film conferma la capacità di Ramsay di trattare tematiche intense, impegnative e visceralmente emotive. Il film è stato presentato alla festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2025, dove ha ricevuto un grande consenso.

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Trama

Die my love vede Jennifer Lawrence nei panni di Grace,e Robert Pattinson nei panni del fidanzato Jackson.
I due stanno per trasferirsi in campagna da New York, in una zona rurale isolata, in una grande casa che Jackson ha ricevuto in eredità dallo zio da poco defunto. É proprio la morte dello zio, in perfetta consonanza con altre dinamiche che emergono gradualmente nel racconto, ad avere risvolti drammatici, macabri, venati da un’ironia anche un po’ grottesca.
L’inizio del film sembra essere la perfetta messa in scena del detto “due cuori e una capanna”, in quanto, sebbene la casa sia fatiscente e infestata dai topi, i due sono follemente innamorati l’uno dell’altro, sognano di costruire un futuro insieme e di realizzare i loro sogni. Jackson crede che sia il luogo ameno per due artisti come loro: è entusiasta di poter dare sfogo alla sua creatività dedicandosi alla musica in un luogo dove nessuno lo avrebbe disturbato e distratto, ed immagina la fidanzata Grace intenta alla realizzazione del suo progetto di scrittura del suo “grande romanzo americano”.

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La fotografia protagonista della storia

Nonostante il felice preambolo, che si rivela essere un semplice sogno ad occhi aperti, la fotografia lascia presagire dei risvolti negativi: l’ambientazione, infatti, è poco illuminata e cupa, i contorni non molto definiti. Ramsay sposta velocemente l’attenzione su quello che è il fulcro del film: Grace e Jackson diventano genitori e la situazione comincia a complicarsi. Lei soffre di depressione post-partum, malattia mai pienamente riconosciuta nel corso del film né nominata esplicitamente. Mentre per lo spettatore appare evidente il tracollo della condizione fisica e morale della donna, che peggiora continuamente fino a diventare pericolosa persino per sé stessa, chi le sta intorno non si accorge appieno del lento deterioramento e inesorabile processo di sgretolamento che la consuma.

L’interpretazione

Il film è quasi totalmente incentrato sulla figura di Grace, sul suo corpo, sulla sua istintività che prende il sopravvento, simboleggiata anche dalla frenesia della protagonista di levarsi continuamente i vestiti e vivere senza inibizioni. Jennifer Lawrence regala al pubblico una delle sue interpretazioni più forti, convincenti e coinvolgenti.
Con il passare del tempo, e senza il sostegno psicologico di cui avrebbe bisogno, Grace si abbandona completamente a sé stessa. Jackson, nel film, si configura come un personaggio di per sé marginale, quasi evanescente, figura priva di reale spessore, in netta contrapposizione con Grace. Jackson è, almeno all’inizio, completamente inerme: la sua presenza è solo motivo di disturbo, e le uniche iniziative che ha portano a un peggioramento drastico della situazione. È, in parole semplici, un uomo inutile, superfluo: incapace di prendersi cura di sé, del figlio e persino della casa che sarebbe dovuto essere il loro nido d’amore. Tutto ciò che riguarda la sfera domestica ricade interamente sulle spalle di Grace, la quale si trova intrappolata in un ruolo di moglie e madre totalizzante, che l’annulla completamente.

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Il ruolo di madre

Grace è quasi sempre sola, sia emotivamente che fisicamente. Il film è attraversato da diversi flashback che riportano alcuni frammenti della gravidanza di Grace: è interessante notare come la regista insista sull’opinione comune delle persone e sul vuoto chiacchiericcio. Durante la gravidanza, la mamma di Jackson (interpretata da Sissy Spacek) e le altre donne non fanno che parlare della condizione e dimensione materna, riducendo Grace al solo ruolo di madre, privandola così di un’identità propria ed autonoma, confinandola in stereotipi sociali. Dopo la nascita del bambino, tuttavia, l’attenzione si dissolve: tutti appaiono distratti, indifferenti. Più di una persona tenta di rassicurare Grace con parole confortanti e frasi di circostanza assicurandole che sentirsi in quel modo è normale, che tutte le donne si sentono così dopo aver partorito e che nel giro di poco tempo tutto sarebbe tornato alla normalità, banalizzando così il suo disagio.

Ramsay dà quindi voce e corpo a una condizione di cui si parla ancora molto poco, che è stigmatizzata dalla società ed è ancora considerata da molti un tabù. La regista ne mostra gli aspetti più oscuri e demoniaci, li porta all’amplificazione ed estremizzazione, con crisi emotive e crolli psicologici che si manifestano in rapida successione. Grazie alla meravigliosa performance di Lawrence, il risultato è un’emozionante e turbolento affresco delle mille sfaccettature, della complessità e del peso della depressione.

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