S.F. Williamson conquista il Lucca Comics & Games: magia, miti e mondi oltre le pagine

S.F. Williamson approda in Italia, al Lucca Comics & Games, con A Language of Dragons. La scintilla della ribellione e trasporta il pubblico tra draghi, segreti e rivolte che covano sotto la cenere. Con la sua energia e la sua visione narrativa, la scrittrice ha svelato retroscena della sua opera, il processo creativo che l’ha guidata e qualche indizio sui progetti futuri del suo universo fantastico.

© Bee Chronicles Team

Cosa ci puoi raccontare sul tuo libro?

È la storia di una giovane traduttrice del linguaggio dei draghi, che si chiama Viv, che si trova coinvolta in una situazione che la porta a far scoprire una guerra civile senza volere. Viene reclutata tra i traduttori di Bletchley Park, dove dovrà partecipare a un progetto molto misterioso che riguarda proprio la traduzione di lingue.
È tutto nato da un mio sogno: ho sognato una ragazza correre sulle scogliere dell’Inghilterra, la zona in cui abitava mio padre, seguita dai draghi. All’epoca io facevo traduzione letteraria e sono stata cresciuta tra le lingue. E forse, proprio a causa di questo, le mie prime riflessioni su questi draghi hanno riguardato le lingue che parlano.

La tua vita è molto legata alla lingua, come hai messo questa tua esperienza all’interno del building?

Io sono inglese, ma i miei genitori si sono trasferiti in Francia quando avevo 10 anni quindi sono bilingue. I miei genitori non parlavano il francese all’inizio e quindi ho fatto un sacco di traduzioni per loro. Nel villaggio francese dove vivevamo, c’era un dialetto specifico e anche le mie nonne parlavano il proprio dialetto, quindi sono cresciuta circondata da lingue diverse. Poi ho continuato a studiare il francese e l’italiano a livello di dottorato e sono diventata una traduttrice letteraria.
Quando ho iniziato a scrivere il libro la mia prima riflessione è stata sul fatto che questi draghi comunicassero tra di loro. Non ho creato lingue complesse ma ho inserito diversi linguaggi umani per ogni lingua inventata dei draghi per integrare la linguistica nella storia.
Ho aggiunto inoltre l’eco-localizzazione, cioè quel sistema naturale per cui certi animali riescono a comunicare tra loro tramite le onde sonore, che è diventato il sistema che i draghi usano per comunicare tra loro all’interno della storia.

Ti sei informata anche sulla criptografia?

Io non sono esperta in criptografia, ma ho fatto molta ricerca su ciò che è successo a Bletchley Park, su come Alan Turing ha costruito la macchina per decodificare i messaggi nazisti. Ho scoperto che i ragazzi e le ragazze che avevano 16-17 anni, che vivevano in alta società e parlavano diverse lingue, erano dei traduttori che sono stati utilizzati per la decodifica a Bletchley Park, che è un po’ quello che succede anche nel mio libro.

Vorresti vivere nel tuo libro?

Oh no, anche se mi piacerebbe assolutamente incontrare un dragone o studiare le lingue del drago. Ho studiato lingue all’università, quindi è qualcosa che mi piace. Ma vivere in quel mondo, no.

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Nel creare i tuoi draghi, li hai pensati più realistici o simili a quelli classici?

Penso probabilmente che si avvicinano alla rappresentazione presente ne Il Regno di Fuoco perché voglio che il mio dragone sia molto realistico e animalistico. Ovviamente hanno un altro modo di comunicare che è più istintivo, perché volevo che i miei draghi avessero delle caratteristiche più precise ma un linguaggio comprensibile.

Come hai bilanciato la parte fantasy e quella romantica?

Il romantasy è così popolare adesso, ma il mio libro non lo è. L’amore non deve essere vissuto come un’ossessione. Avevo certamente in mente il fatto che ci fosse una storia d’amore, ma è adolescenziale. Hanno soltanto 17 anni e sono nel mezzo di quello che sta per diventare una guerra. Quindi non cercano l’amore. E volevo essere più realistica possibile in questo aspetto. I due protagonisti non si sarebbero mai trovati nello stesso spazio se non fosse per questa guerra civile. Mi piace l’aspetto, che sia lenta e morbida con uno sviluppo progressivo.

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Il tuo libro potrebbe essere considerato anche politico?

È un libro politico, ma non era questo il mio scopo. Apparentemente ho una coscienza politica maggiore di quanto pensassi. Il mio interesse per la politica si è sviluppato grazie ai miei interessi e al mio lavoro, essendo traduttrice, ma anche perché ho realizzato di avere una posizione di privilegio nella società rispetto ad altre persone. Questo ha fatto si che cominciassi a interrogarmi sull’importanza di mettere in discussione quello che ci viene insegnato, domandarsi se quello che ci viene detto è vero, l’importanza di sviluppare una proprio pensiero critico. Una delle cose che oggi mi terrorizza, è l’intelligenza artificiale: vediamo questi video che sembrano quasi indistinguibili dalla realtà. Questi temi, come quello delle fake news e della propaganda, sono esplorati all’interno del libro. Non quanto avrei voluto, ma spero di tornarci sopra nei miei libri futuri.
Una cosa che mi ha influenzato è staro l’incendio della torre Grenfell Tower a Londra, dove molte persone sono state uccise. Hanno segnalato per anni che il sistema elettrico non funzionava correttamente e nessuno ha fatto niente, perché nell’edificio non vivevano bianchi, non c’erano benestanti né borghesi. E questo mi ha veramente sorpreso e mi ha ispirato l’idea delle classi diverse che hanno accesso a cose diverse. La classe inferiore nel libro, la classe terza, non ha accesso alla medicina, non può entrare nelle biblioteche, non può andare all’università.

Da dove hai preso ispirazione per i tuoi personaggi?

Chumana è basata su una delle mie due gatte: Luna. È una principessa e si comporta come tale ed è estremamente consapevole della propria condizione. È stata molto facile per me da scrivere, nonostante non sia nemmeno umana la sua voce è stata quella che mi è venuta in modo più fluido. Ricordo ancora la prima scena di lei nella biblioteca universitaria e Chumana è arrivata sulla pagina completamente formata. Non ho dovuto fare nessun lavoro con lei.
Probabilmente come autore metto parte di me stessa in ogni personaggio. Sono assolutamente sia in Viv che in Atlas. Marchis, per grand parte è basato su mio fratello, infatti il suo dialogo è stato molto naturale.
Ho cercato davvero di mettermi nei panni di Viv, da persona che è cresciuta in un ambiente molto privilegiato e non ha mai pensato che fosse sbagliato. Ho quindi intervistato la mia protagonista per scoprire che persona fosse, in modo da vedere la storia dalla sua prospettiva e di crearla il più onestamente possibile. Non è un personaggio facile da amare.
Quando ho scritto del cattivo, è stato per me importante ricordare che ogni cattivo è l’eroe della propria storia e che quindi crede che ciò che sta facendo è giusto. Ed è così che si inizia a scrivere un cattivo realistico.

Quanto è stato importante il tuo editor e quanto pensi che saranno importanti le traduzioni per il tuo lavoro? Quali caratteristiche preferisci che passino del tuo libro nella traduzione?

Per me avere questo libro tradotto in 22 lingue è incredibile. Sono così felice che sia successo. Ho avuto l’opportunità di lavorare con alcuni traduttori, come il traduttore francese e quello serbo per poter affinare il lavoro insieme. È interessante vedere come le traduzioni cercassero di essere chiaramente fedeli al testo, ma anche al mio stile di scrittura, pur portando il contenuto in un’altra lingua. Ma solo un traduttore italiano saprebbe come tradurre questo testo in modo che abbia un senso per il lettore italiano. Ma sono contenta e spero che quello che passi sia il fatto che questo libro parla della traduzione come un’arte, uno strumento complesso a cui non pensiamo abbastanza.

L’autrice

S.F. Williamson sempre affascinata dalle lingue le ha studiate anche all’università. Bilingue, già da bambina ha vissuto a stretto contatto con esse e le traduzioni, infatti A Language of Dragons si ispira al suo lavoro di traduttrice letteraria e conoscitrice di lingue. Trasferita dall’Inghilterra, vive in Francia con suo marito, suo figlio e due gatti.

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