Brividi tra le pagine: The Waterfall di Gareth Rubin debutta a Lucca

Con The Waterfall, il suo nuovo thriller edito da Longanesi, Gareth Rubin torna a dominare la scena del Lucca Comics & Games. L’autore di The Turnglass ha incontrato i fan per svelare i segreti del suo ultimo romanzo e raccontare come nascono i suoi intrecci vertiginosi, sospesi tra mistero, ingegno narrativo e brividi che scivolano pagina dopo pagina.

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Quand’è che ha sentito di osare di più come scrittore?

Pensandoci bene, io ho iniziato come giornalista 15-20 anni fa, e quindi ho sempre scritto. Mi sono sentito per la prima volta uno scrittore, si può dire che ho fatto la transizione, quando qualche anno fa ho mollato il mio ultimo lavoro di giornalista e mi sono fermato, rendendomi conto che sarei diventato solo un autore. È come se mi fossi tuffato in questo fiume e devo restare a galla, imparando a nuotare.

In The Turnglass utilizzi una struttura narrativa molto particolare, che funziona a clessidra. Cosa ti ha spinto ad adottare questo meccanismo, e quali sono state le sfide più grandi nel realizzarlo?

Non ricordo mai come o quando ho avuto quest’idea, però ricordo quando è stata la prima volta che l’ho detto a qualcuno. Avevo invitato dei miei amici per un barbecue a casa mia a Londra, e a casa mia ho quello che viene chiamato un courtyard garden. Non è un vero giardino, ma sono due metri quadri di asfalto circondati da una recinzione e cani che abbaiano altrove. Erano tutti riuniti e e ho spiegato la mia idea e tutti hanno concordato con me che fosse affascinante. Però è carica di problematiche e di strutture, ovviamente, perché in un libro dalla struttura normale ogni volta che si cambia una cosa magari si deve tornare indietro e sistemare, qui ogni volta che cambiavo qualcosa dovevo cambiare la stessa cosa di riflesso nell’altro lato. Quindi dovevo gestire non solo due linee narrative, ma anche che i personaggi fossero speculari un lato all’altro, che fossero uguali ma opposti, quindi era un po’ come orchestrare una sinfonia.

In The Turnglass, la casa è un personaggio in sé. Cosa ti ha spinto a dare questa importanza a questa casa e qual è il motivo del nome?

Hai ragione, il personaggio centrale nel libro è la casa. Nello stesso modo della famiglia che nella prima storia si estende, ha bambini e figli nella seconda storia, anche la casa ha un bambino nella seconda storia. Pensavo che fosse molto interessante avere un edificio come personaggio. Il nome, The Turnglass, viene da Turn of Glass (in inglese), mi è venuto in mente perché volevo fare del vetro (Glass) anche un tema molto importante nella storia, perché si può essere in grado di vedere attraverso il vetro come attraverso la storia. Invece il Turn (girare) è dato ovviamente dal libro: le cose continuano a tornare e ovviamente bisogna girare il libro per leggerlo e capirlo tutto.

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In The Waterfall ci sono diverse voci e diversi generi, come sei riuscito a cambiare?

È il tipo di errore che diventa evidente subito. Ed è difficile scrivere con voci diverse, con stili diversi, non soltanto all’interno della medesima opera, ma spesso anche in più opere. Quello che si nota di molti scrittori è che tendono a privilegiare un tipo di voce e anche un tipo di genere e restare sempre in quello. E anche se la storia cambia, a volte si sente sempre la medesima voce narrante. Quindi è stato complesso scegliere due narratori anche così diversi nella tipologia di narrazione e del tempo. Ma come riesco ad entrare nei diversi stili? Leggo diversi libri in un determinato genere, prima di scrivere la storia. Ad esempio per il libro Sinister, la città delle ombre, ho letto tutti i romanzi di Sherlock Holmes per poter scrivere un giallo ambientato nel XX secolo ed in effetti i miei pensieri erano già direzionati verso quel modo di scrivere anche per altri libri. Assorbo lo stile degli altri autori e la mia mente si adatta. E quindi, quando inizio a scrivere una nuova storia, devo prendere una settimana di pausa in modo da schiarirmi le idee e poi iniziare a leggere in un altro stile, e a pensare a un diverso personaggio.

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Dato che i tuoi racconti sono storici e parli anche di persone veramente vissute, c’è qualche personaggio storico che ti interessa particolarmente e uno che ritieni intoccabile?

Secondo me l’importante è che ci sia la distanza storica, infatti ci sono persone di cui non penserei mai di scrivere. Ad esempio ho visto che c’è un musical in America su Anna Frank dove viene rivisitata la sua persona in maniera che trovo offensiva e ridicola. Soprattutto perchè ci sono persone che conoscevano Anna Frank e che sono ancora vive e pensano che si stia denigrando un vero essere umano che ha subito delle cose terribili. E ciò viene fatto solo per pubblicità e ottenere attenzione.
Penso che quando scrivi di persone che sono morte da 400 anni, probabilmente si può fare quello che si vuole perché non si riuscirà ad offendere così tante persone o se ne offenderanno di meno. È anche più interessante scrivere di queste persone perchè anche i lettori trovano affascinante avere un nuovo punto di vista su di loro che non si tratti di biografie storiche.

Ci sono alcune ambientazioni storiche che sono già state viste e rivisitate più e più volte, come riesci a trovare qualcosa di nuovo da esplorare e riproporre nei tuoi romanzi?

Trovo che la storia sia molto interessante, anche poco prima di venire qui, ho notato una Domus Romana chiamata la casa del bambino e del delfino che ho visitato per venti minuti. Quindi ci sono sempre un sacco di storie da raccontare che la maggior parte delle persone non conoscono. Inoltre è poco probabile che al giorno d’oggi qualcuno venga ucciso in strada, e se succede con tutte le tecnologie basta poco per scoprire il colpevole. Non si può dire la stessa cosa di secoli fa, in cui le probabilità di essere ammazzati era molto più alta e trovare il vero colpevole non era per niente facile. Quindi è molto più interessante cercare di pensare ad uno scenario in cui nel passato si cercava l’assassino senza le tecnologie che si hanno oggi.

Se ti chiedessero di creare un terzo capitolo di questa saga, in quale locazione specifica vorresti inserirlo ?

Scrivendo un libro storico, non c’è un molto vantaggio di essere in quella città perché la maggior parte di loro è cambiata. Ho lavorato su un prequel ambientato durante la rivoluzione francese, quindi ho visitato il palazzo di Versailles, perché non è cambiato molto, e in quel momento ha avuto senso essere in quel luogo per poterlo scrivere. Ma se scrivo della rivoluzione a Parigi, della città, se ci vado lì ora, non c’è molto da comparare, perchè è una città trasformata. In alcuni casi è davvero interessante vedere le pavimentazioni, ciò che c’è all’interno del palazzo, le sedie dove si sedevano le persone… Quindi sì, c’è un po’ di vantaggio nel visitare un luogo e andrò lì per una settimana, ma non per mesi perché in realtà posso ottenere tutto ciò che mi serve in pochi giorni.

I tuoi libri sono fatti per intrattenere o per mandare anche un messaggio?

Al 90% scrivo per intrattenere e divertire nell’ambito letterario. Ma se le persone trovano un messaggio, un tipo di morale, da questi libri, sono contento perché tutto sommato siamo tutti umani e il nostro istinto di convincere le persone che ci circondano di qualcosa è innato. Io non scrivo di filosofia morale, e nei miei libri essa è sempre molto ambigua.
Se Pennywise, il cattivo di It di Stephen King, è la personificazione del male, è cattivo senza una motivazione che viene resa nota, nel mio caso, i cattivi hanno le loro motivazioni. Si credono comunque nel giusto. Hanno idee che li spingono ad agire in determinate maniere, nonostante il giudizio esterno considera le loro azioni negativamente, per loro sono positive. Mi piace che il lettore si metta nei panni dei miei cattivi e si domandi che cosa farebbe in quella situazione e forse la risposta non è così diversa da quello che ho scritto io.

L’autore

Gareth Rubin, laureato in Letteratura inglese al St. Andrews College, è scrittore e giornalista. Si occupa di cultura e arte per le maggiori testate inglesi. Nel 2013 ha diretto un documentario sull’arteterapia al Bethlem Royal Hospital di Londra. Ha scritto anche The Great Cat Massacre: A History of Britain in 100 Mistakes (2014). Il successo internazionale arriva con The Turnglass. La clessidra di cristallo (2023), romanzo tête-bêche selezionato tra i thriller dell’anno su The Guardian e in corso di pubblicazione in 20 paesi nel mondo.

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