Interviste pungenti: a tu per tu con Barbara Bozzini, autrice di Barbarità – Nel nome del Dolore, dell’Amore e dello Spirito Libero

Barbara Bozzini vive a Desenzano del Garda (BS). È specializzata nelle arti visive e lavora come direttore creativo, graphic designer e social media content creator, occupandosi dell’impostazione creativo-artistica di varie campagne pubblicitarie. Attiva nel mondo dei social network con lo pseudonimo di “The Black B“, è anche modella e pittrice. Barbarità – Nel nome del Dolore, dell’Amore e dello Spirito Libero è la sua prima raccolta di poesie.

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L’intervista

Buongiorno Barbara e benvenuta. Inizio oggi la nostra intervista chiedendoti di parlarci di te: chi è Barbara Bozzini?

La tua è una domanda difficile perché chi lo sa? Sono una donna alla continua ricerca di sé, aulica, etera e trasparente.
Sul piano pratico, sono una direttrice creativa e mi occupo di comunicazione, per vivere, mentre, per sopravvivere, sono pittrice e poetessa. Mi definisco un’attivista a testa calda: per me, è fondamentale esserci, sentirmi parte di un tutto e dare voce e sostegno a chi non ne ha una. Abbraccio tutte le cause che provengano dal dolore, tendano e si proiettino all’amore, auspicando al sentirsi liberi.

Barbarità- Nel nome del Dolore, dell’Amore e dello Spirito Libero: parlami della tua opera partendo da questo titolo. Barbarità è un bel gioco di parole con il tuo nome. La seconda parte, sembra una preghiera; sei credente?

Nel mio nome c’è un destino. Barbarità sono io: un caledoscopio di me in cui la mia parte infantile sta imparando a fidarsi di quella adulta. Però, non solo Barbara ma anche una barbara: una straniera che non si conosce, che cerca di dare una forma “all’inconosciuto” (uso con consapevolezza questa parola che non esiste) mondo dei sentimenti. Se non lo conosci, è fuori dal proprio controllo; e di conseguenza, pericoloso.
Le più grandi barbarie sono scaturite dall’eccessivo controllo, dalla profonda necessità di possedere. Questa dicotomia tra controllo e non controllo, conosciuto e sconosciuto era ciò che i barbari rappresentavano: qualcuno di non familiare, così diverso dal normale e ributtante.
I barbari non avevano una credenza nella religione cristiana: credevano nella connessione con la madre terra, con le divinità naturali e rispettavano l’istinto dell’ES. Io, da barbara, credo in un qualcosa; credo che ci sia un oltre, dopo il conosciuto, e alla ragionevolezza di un pensiero senziente che non siamo soli. Il credo mi fa sentire salda e ancorata. Il mio credo è una preghiera rivisitata, il cui circolo vizioso è una trinità: credo nel dolore e nella convinzione che se non lo converti, l’hai solo sprecato; credo che l’amore salvi il mondo, ma se non accetti il dolore, non puoi amare. Solo quando accetti dolore e amore, allora puoi essere libero. È un processo così carnale e primordiale da essere barbaro. 

Come è nata questa tua raccolta poetica? 

Si presuppone che la poesia sia amore; Barbarità, invece, è il non romantico. È tutto un conato di vomito, un’esperienza traumatica ma necessaria, che se trattieni, ti fa star male. È un’esigenza fisica orribile ma che ti salva la vita, un’impeto incontenibile che altrimenti ti ammazza.

Le tue poesie hanno titoli molto particolari. Ce ne vuoi parlare? 

Anche i titoli sono una barbarità: conferirgli un aspetto così rude e stridente con ciò che dovrebbe essere di facile lettura. Io, con la comunicazione, lavoro di immagini: le codifico in modo sintetico creando codici alfanumerici che, vedendoli, mi permettano di riconoscerle e identificarle, associandole a frammenti, luoghi e persone. Lo stesso sistema l’ho utilizzato per identificare le mie poesie: ogni titolo racchiude tantissimo di qualcuno, del periodo di tempo o dello stato delle cose nel momento in cui le ho scritte.

Nel tuo libro sono presenti anche degli scatti fatti da te. Infatti, te dedichi molta importanza alle immagini. Immagini e scrittura, cosa rappresentano per te? Sono collegate fra loro? Cosa volevi raccontare?

La scrittura è un costante divenire, come un quadro; al quadro metti una firma, alla poesia un titolo. E ciò mi serve per ricordare. Con lo scatto, invece, mi ricordo perfettamente, perché lo vedo. Io necessito assolutamente di visualizzare. Perciò, con le mie parole creo un immagine per spiegare concetti e comprenderli universalmente. 
Le immagini presenti nella mia raccolta sono quindi una necessità. Sono tutti autoscatti di me, ma non sono state scattate apposta per la poesia associata; in realtà, sono rari i casi in cui lo scatto è stato vissuto con la poesia. Le altre, si sono riconosciute e completate. Inoltre, gli scatti hanno titoli normali, mentre le poesie codici. Questo perché è tutto un collegamento. 
La raccolta, così come gli scatti, hanno un’ordine causale ma non casuale: è una storia a capitoli, come la vita, con un inizio definito ma un finale ancora aperto.

L’immagine della copertina è molto particolare. Vuoi descrivercela?

L’ho creata io. L’occhio è il mio. La luna sono io, il sole rosso è l’amore; la lacrima rossa è il dolore. Con questa immagine, voglio promuovere la libertà di riconoscersi, di vedersi  e accettarsi. Inoltre, è una richiesta verso me stessa per non dimenticare chi sono. 

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Che impatto ha avuto la pubblicazione di questo libro?

L’aspetto più traumatico è stato quello di mercificare l’anima, darle un prezzo. Comprendere che ci fosse un aspetto economico che non avrei saputo gestire, imparare a gestire la pressione dell’attesa economica e burocratica.

Hai altri progetti letterari per il futuro?

Questa è una bella domanda. Io non posso non scrivere, così come non posso non dipingere. L’intossicazione sociale della vita mi porta a scrivere; è una necessità che ho per sopravvivere e continuerò a farlo. Ora, però, la mia più grande paura è il conosciuto. So cosa si prova a pubblicare un’opera e temo la mia verità artistica perda di centralità se diventa ripetitiva. Ho il terrore di peccare di presunzione e ciò rende tutto poco impulsivo, come al contrario è stato il primo. E se rovinassi qualcosa che per me è sempre stato una salvezza? Se la spontaneità diventasse troppo raccontata e l’illusione della magia cessasse? Le domande, i timori, i dubbi sono tanti ma ciò che mi salva dai brutti pensieri è la convinzione dell’unicità. Anche la seconda volta sarà unica, come la prima. Non resta solo che gettarsi d’impulso, come sempre ho fatto nella mia vita.

La trama del libro

Il perdono di sé come assoluzione mai rivelata. L’antitesi di una cura che si fa malattia e opera sul nostro corpo in disarmata incoscienza. Barbarità – Nel nome del Dolore, dell’Amore e dello Spirito Libero è un convoglio infinito di desiderio e umanità, nella disperata ma audace e autentica esigenza di esprimere un dolore sommerso. Un percorso interiore di radicale essenza che fa dell’autoconsapevolezza non veicolo per guarire bensì per esporsi e urlare, pacatamente, il proprio Io. Esserci, in qualunque modo. Soffrire, perdendosi in un costante flusso di presenza. Se “l’Amore è figlio unico” forse il dolore ha una grande famiglia e Barbara Bozzini mette in scena queste radici con profonda sincerità. Una foto, un palcoscenico, mille storie e “ora i miei pensieri esplodono in coriandoli di follia”.

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