Pillole di archeologia: le origini del mito delle Olimpiadi di Zeus

Molto tempo prima delle medaglie d’oro e dei record mondiali, lo sport non era una semplice competizione, ma un solenne atto religioso. Nell’antica Grecia, scendere in campo significava onorare il padre di tutti gli dèi, Zeus, trasformando lo sforzo fisico in una forma di preghiera. Nate ufficialmente nel 776 a.C., anno che divenne per i Greci l’inizio di uno dei loro sistemi di datazione, l’ultima gara di Olimpiadi si svolse nel 393 d.C., per un totale di 292 edizioni.
Secondo il poeta greco Pindaro (518 a.C. circa – 438 a.C. circa), si trattava in origine di giochi funebri in onore di Pelope, l’eroe leggendario che diede il nome al Peloponneso e che lì era sepolto. Nel nostro terzo appuntamento della rubrica Pillole di archeologia, viaggiamo indietro nel tempo per scoprire come una gara di corsa sia diventata l’evento più eterno della storia.

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Pelope e l’istituzione dei Giochi olimpici

Dietro la sacralità dei Giochi si nasconde una leggenda fatta di sangue, profezie e tradimenti. La storia narra di Enomao, l’antico e temuto re dell’Elide, tormentato da un oracolo che gli aveva predetto una fine terribile: sarebbe morto per mano del proprio genero. Per evitare il compimento del destino, il sovrano escogitò uno stratagemma spietato: chiunque avesse voluto la mano di sua figlia, la bellissima Ippodamia, avrebbe dovuto sfidarlo in una corsa di carri. La posta in gioco era altissima: la vittoria avrebbe portato il trono, ma la sconfitta significava la morte.
Enomao sapeva di non poter perdere: i suoi destrieri erano doni divini del dio della guerra, Ares, ed erano dotati di una velocità soprannaturale. Già dodici pretendenti erano caduti nel tentativo, le loro teste appese alle porte del palazzo come macabro monito per chiunque osasse sfidare il re. Tutto cambiò quando si presentò Pelope. Il giovane, consapevole di non poter vincere con la sola forza umana, decise di combattere il fuoco con il fuoco. Per prima cosa invocò l’aiuto di Poseidone, ottenendo dal dio del mare cavalli invincibili e un carro d’oro.

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Tuttavia, Pelope non si fidò solo dell’aiuto divino. In un atto di astuzia e corruzione, che ricorda i moderni intrighi di potere, convinse l’auriga del re, Mirtilo, a tradire il suo padrone. In cambio della promessa di metà del regno, Mirtilo sostituì i perni di bronzo delle ruote del carro di Enomao con dei finti perni di cera. Durante la corsa furiosa, il calore e l’attrito sciolsero la cera: le ruote si staccarono e il carro del re andò in frantumi, causando la morte del sovrano e aprendo a Pelope la strada per la gloria.
Fu proprio per celebrare questa vittoria e per purificarsi dal sangue versato che Pelope istituì (secondo una delle versioni più celebri del mito) i primi Giochi Olimpici. La nascita della tradizione in cui il confine tra eroismo e inganno appare sottile, proprio come la storia dell’archeologia ci insegna.

Come si svolgevano le olimpiadi nell’antica Grecia?

In occasione delle Olimpiadi era bandita una “tregua sacra” fra le città eventualmente in conflitto. Questa permetteva ad atleti e spettatori di recarsi senza pericolo sul luogo della gara e favoriva un regolare svolgimento delle feste. Il programma comprendeva tredici specialità sportive, dieci per adulti e tre riservate ai ragazzi tra i 12 e i 18 anni. Il primo giorno era dedicato alla cerimonia di apertura con riti e sacrifici per Zeus, mentre l’ultimo giorno alla chiusura con la premiazione dei vincitori, incoronati con la corona di ulivo, e un gran banchetto.
I cinque giorni centrali erano riservati alle gare, che seguivano un ordine tradizionale: la corsa dei carri e dei cavalli, seguite dalle cinque specialità del péntathlon (lancio del disco, salto in lungo, giavellotto, corsa e lotta). Seguivano poi il pugilato e il violentissimo pancrazio, dove era permesso tutto tranne cavare gli occhi all’avversario: il combattimento terminava solo quando uno dei due alzava le braccia dichiarandosi sconfitto. In caso di incidenti mortali non era prevista punizione.
Non mancava uno spazio riservato alle donne, con una corsa in onore di Era a cui partecipavano giovani nubili, presumibilmente spartane. Gli atleti gareggiavano nudi, un’abitudine che gli studiosi ricollegano ad antichi riti di iniziazione attraverso i quali i giovani, superando una serie di prove, diventavano pienamente adulti.

Olimpiadi nell’antica Grecia: vittoria a tutti i costi

Il mito ci insegna dunque qualcosa che forse non immaginavamo: le antiche Olimpiadi erano una gara in cui si doveva vincere a tutti i costi. La famosa frase del barone Pierre De Coubertin (1863 – 1937), ideatore delle Olimpiadi moderne, – “l’importante non è vincere, ma partecipare” – non avrebbe avuto alcun senso per i Greci: o si vinceva o si perdeva, tanto che gli atleti, prima di scendere in campo, invocavano Zeus, chiedendo di concedere loro il trionfo o la morte.

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