La Grazia: Paolo Sorrentino e Daria D’Antonio presentano il nuovo film del regista premio Oscar

In occasione di una proiezione speciale al Cinema Moretto di Brescia, la nuova pellicola di Paolo Sorrentino, La Grazia, è stata presentata al pubblico con la presenza in sala del regista stesso e della direttrice della fotografia Daria D’Antonio. Un momento unico, che ha permesso di avvicinarsi al film non solo come opera cinematografica, ma come risultato di un dialogo tra regia, immagine e visione artistica. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sul percorso creativo del film e sul modo in cui Sorrentino continua a interrogare il senso dell’esistenza, del potere e della fragilità umana.

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Con La Grazia, uscito nelle sale italiane il 15 gennaio 2026, Sorrentino prosegue la sua esplorazione di personaggi sospesi, segnati da un’inquietudine silenziosa e da una costante tensione tra bellezza e disillusione. La presenza di Daria D’Antonio, collaboratrice fondamentale nella costruzione visiva del film, ha sottolineato quanto l’immagine sia centrale nel racconto. “La mia scena preferita è quando arriva il presidente del Portogallo che avanza nella tempesta, anche perché nelle scene di dialogo io non nutro nessun tipo di interesse. Lo devo fare per convenzione del cinema” dichiara il regista stesso a riguardo. Un’opera che chiede allo spettatore tempo, attenzione e sensibilità, e che si inserisce coerentemente nella poetica del regista, pur cercando nuove traiettorie espressive.

Trama

La Grazia ruota attorno a una figura centrale, Mariano De Santis (Toni Servillo), Capo di Stato italiano giunto ormai alla fine del suo mandato. Negli ultimi mesi del suo mandato ci sono tre grandi questioni che richiedono la sua firma per essere approvate e concesse: la legge sull’eutanasia e due carcerati a cui si chiede la grazia. Immerso in un contesto fatto di silenzi, rituali e rapporti sbilanciati, il protagonista si muove in uno spazio dove il potere, la fede e il desiderio di redenzione si sovrappongono senza mai trovare una reale soluzione. A sostenere la figura di Toni Servillo, troviamo una straordinaria Anna Ferzetti, nei panni di Dorotea De Santis, figlia del capo di stato. Tra i due c’è amore, dolore per la perdita della madre ma anche tante parole mai dette. La narrazione procede quindi con questi grandi dubbi esistenziali e con una domanda che ricorre spesso “Di chi sono i nostri giorni?”.

Il paradosso di questa domanda è che i giorni sono nostri ma vengono continuamente usurpati; alle volte da altre persone che ci stanno intorno e hanno le loro esigenze e soprattutto da noi stessi. Il paradosso è proprio come appropriarsi del tempo, eppure il principale ostacolo siamo proprio noi che ci censuriamo, viviamo di sensi di colpa e quindi riusciamo ad avere questo rapporto così diretto e sfrontato rispetto a questo tema” rispondono Paolo Sorrentino e Daria D’Antonio a una domanda del pubblico.

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Al centro del film c’è l’idea appunto della “grazia” non come dono salvifico immediato, ma come possibilità fragile, quasi irraggiungibile. I personaggi che orbitano attorno al protagonista diventano specchi delle sue contraddizioni: figure che incarnano l’attesa, il fallimento, l’illusione di un cambiamento sempre rimandato. Sorrentino costruisce così un racconto intimo e contemplativo, dove la tensione non nasce dall’azione, ma dalla costante ricerca di un senso, di una redenzione possibile, in un mondo che sembra offrire solo bellezza effimera e risposte incomplete.

I personaggi

Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo con la consueta misura e intensità, è un uomo attraversato da una crisi profonda, più morale che narrativa. I suoi silenzi, i movimenti minimi e lo sguardo spesso altrove raccontano un personaggio che sembra aver perso il contatto con il presente, sospeso tra ciò che è stato e ciò che non riesce più a essere. È un ruolo, quello del Capo di Stato italiano, decisamente molto ambiguo e cruciale nella narrazione di un popolo in cui Servillo ha saputo ancora dare vita con grande talento.

Accanto a lui si muove Dorotea De Santis, interpretata da Anna Ferzetti, personaggio complesso e carico di ambiguità emotiva. Dorotea non è solo una presenza affettiva, ma una figura che incarna il peso delle relazioni irrisolte e delle aspettative tradite. Il suo rapporto con Mariano è fatto di prossimità e distanza, di intimità mai completamente dichiarata, e Ferzetti riesce a dare al personaggio una profondità silenziosa e decisa.

Di grande forza è anche Coco Valori, interpretata da Milvia Marigliano, personaggio che porta con sé una dimensione più istintiva e viscerale. Coco rappresenta una donna frizzante, carismatica e di grande tenacia, una voce fuori campo rispetto all’eleganza trattenuta del suo migliore amico, Mariano. La sua presenza rompe gli equilibri, diventando supporto contro corrente alle ossessioni del protagonista. Troviamo, infine, anche la figura di Ugo Romani, interpretato da Massimo Venturiello, che completa il quadro con un personaggio che si muove in una complicità ambigua.

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La sensibilità: anticamera del buon senso

Con La Grazia, Paolo Sorrentino conferma ancora una volta la sua straordinaria sensibilità artistica, capace di trasformare l’introspezione in linguaggio cinematografico. La sua regia si muove con estrema delicatezza, lasciando che siano le immagini, i tempi dilatati e i silenzi a costruire il senso profondo del racconto. In questo equilibrio fragile tra forma e contenuto, la fotografia di Daria D’Antonio gioca un ruolo fondamentale: ogni luce, ogni ombra, ogni inquadratura contribuisce a restituire uno stato d’animo più che un’azione, facendo della visione un’esperienza emotiva prima ancora che narrativa.

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Il risultato è un film che non cerca risposte facili, ma invita lo spettatore a sostare nell’incertezza, ad accettare la complessità dei sentimenti e delle contraddizioni umane. La Grazia è un’opera che richiede attenzione e disponibilità, ma che ripaga con una profondità rara, lasciando una traccia silenziosa e duratura. La presenza di Sorrentino e D’Antonio in sala ha reso questa proiezione ancora più significativa, trasformandola in un momento di confronto diretto con un cinema che continua a interrogare, emozionare e dividere — e proprio per questo, restare necessario.

La sensibilità è la cosa più bella del mondo, ma non so perché è poco frequentata. Se tutti adottassero il buon senso, si rinuncerebbe certo ad essere provocatori, particolarmente carismatici, eccessivi e tutto quello che ci piace essere, però il mondo funzionerebbe meglio. La sensibilità è, come dire, l’anticamera del buon senso” dichiara Paolo Sorrentino, tra applausi scroscianti, alla fine della presentazione.

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