Il Giorno della Memoria occupa oggi un posto centrale nel calendario civile italiano e europeo e interroga in modo particolare la ricerca storica e la trasmissione pubblica del passato. In Italia è stato istituito con la legge n. 211 del 2000 e il suo contenuto richiama la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, la deportazione e la morte di uomini e donne italiani nei campi di concentramento e di sterminio, nonché il ricordo di quanti si opposero al progetto di annientamento.
Ma, sebbene la commemorazione delle vittime sia fondamentale per poter ricordare e fare in modo che la storia non si ripeta, il Giorno della Memoria non può esaurirsi solo a questo, è necessario un lavoro rigoroso per far si che ci si interroghi sul come e sul perché la Shoah non sia stata un evento astratto, ma il risultato di scelte.
Nel corso degli anni, il 27 gennaio è venuto ad assumere un significato che oltrepassa la dimensione storica in cui la persecuzione si è realizzata. Nel contesto internazionale del 2026, segnato da guerre e crisi umanitarie, queste domande si impongono con particolare urgenza. Diventa sempre più necessario sollecitare l’attenzione pubblica per fare in modo che il passato non venga ripetuto.

Ricordare significa quindi tenere insieme storia e responsabilità. Significa riconoscere in questo giorno uno spazio di riflessione condivisa, in cui il passato insegna al presente ad essere più attento ai diritti e alla dignità di ogni essere umano. Tra chi si spende per aiutare le nuove generazioni in quest’impresa troviamo Liliana Segre, una delle voci più autorevoli della memoria italiana.
Deportata ad Auschwitz a soli 14 anni, venne liberata il primo maggio 1945 al campo di Malchow, un sottocampo del campo di concentramento di Ravensbrück. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati al Campo di concentramento di Auschwitz, Liliana è tra i soli 25 sopravvissuti.
Tentò di fuggire in Svizzera assieme al papà e ai suoi nonni, prima di nascondersi. L’8 settembre 1943 vennero catturati alla frontiera, costretti a subire l’umiliazione del carcere e poi la deportazione ad Auschwitz-Birkenau, dove Liliana rimase sola ad affrontare l’inferno del campo di sterminio e del lavoro forzato. Sopravvissuta ad Auschwitz e alla marcia della morte, Liliana fu l’unica della sua famiglia a fare ritorno a Milano.
Dopo lo sterminio nazista visse con i nonni materni, unici superstiti della sua famiglia. Nel 1948 conobbe Alfredo Belli Paci, anch’egli reduce dai campi di concentramento nazisti per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale. I due si sposarono nel 1951 ed ebbero tre figli. Della sua esperienza, per molto tempo, Liliana Segre non ha mai voluto parlare pubblicamente. Ha deciso di interrompere questo silenzio nei primi anni ’90 e da allora si è resa disponibile a partecipare a decine e decine di assemblee scolastiche e convegni di ogni tipo per raccontare ai giovani la propria storia, anche a nome dei milioni di altri che l’hanno con lei condivisa e che non sono mai stati in grado di comunicarla.

