Isabella Paola Stoja, benvenuta a Interviste pungenti. Inizio chiedendoti di parlarci un po’ di te. Chi sei? Cosa fai nella vita?
Sono tante cose — una, nessuna e centomila, direbbe qualcuno. Lettrice vorace, docente, paroliera (scrittrice mi sembra sempre una parola troppo grande), ma anche donna, moglie, madre. Vivo per le humanae litterae: studio le parole, le insegno, le interrogo e, quando posso, lascio che facciano ciò che vogliono. Provo a tenere insieme scrittura e insegnamento senza che una sfera soffochi l’altra, convinta che la letteratura sia una forma di resistenza lenta, un modo per restare fedeli a ciò che conta davvero, anche quando il mondo chiede velocità e semplificazione.
Lettere a Endimione è la tua ultima uscita letteraria. Parlaci di lei, come è nata?
È nata come nascono le cose necessarie: senza un progetto editoriale preciso, ma con un’urgenza emotiva molto chiara. Lettere a Endimione è un libro epistolare in versi, un dialogo impossibile eppure vitale. Le poesie sono lettere mai spedite, sospese tra desiderio e distanza, tra voce e silenzio. È un libro che soppesa la frattura tra la potenza e l’atto, tra la carne e il sogno, e medita sulla possibilità stessa dell’amore. Non racconta solo una storia d’amore, ma un movimento interiore. L’impianto è narrativo e accompagna il lettore dall’alba al tramonto di una relazione che, proprio nel suo compiersi, diventa universale: una parabola ideale delle storie d’amore di ogni tempo.

Perchè hai scelto proprio Selene ed Endimione per rappresentare l’amore?
La scelta nasce dalla mia profonda passione per il mito, che considero una forma di conoscenza sempre attuale: come scrive Sallustio, i miti sono “cose che non furono mai, ma sono sempre”. Il mito di Selene ed Endimione racconta infatti l’amore tra la dea della Luna e un pastore di straordinaria bellezza, condannato a un sonno eterno per restare giovane per sempre. Endimione non vive nel tempo degli uomini, ma in una dimensione sospesa, fuori dalla storia; Selene, ogni notte, scende a vegliarlo senza destarlo, senza possederlo. È un amore che non consuma, ma veglia. Un amore che accetta la distanza come condizione strutturale, non come mancanza, e che trova nella cura, nella dedizione e nella contemplazione la propria forma più alta. In una modernità che confonde spesso l’intensità con il possesso, mi interessava raccontare un legame capace di abitare il tempo sospeso del desiderio, e di amare senza appropriazioni.
Hai pubblicato anche un primo manoscritto intitolato Cronache della controra. Ti va di parlarci di lui?
È un libro più tellurico, più legato al corpo, alla terra e al paesaggio. Le contra horas sono quel tempo sospeso del primo pomeriggio meridionale in cui tutto sembra fermarsi e, proprio per questo, affiora ciò che normalmente resta nascosto. Cronache della controra nasce da lì: da un silenzio carico, quasi abbagliante, che costringe a fare i conti con ciò che si è. È una scrittura più aspra e materica rispetto a Lettere a Endimione, meno lunare ma complementare: se Endimione guarda la notte e il desiderio, le Cronache ascoltano il giorno immobile e la sua verità più nuda, in un tempo di immobilità quasi imposta, denso di domande e parco di risposte.
Le tue parole fanno riaffiorare emozioni intime e primordiali. Come sei riuscita a gestirle mentre le scrivevi nero su bianco?
Con disciplina emotiva. Scrivere poesia, per me, significa saper sostare dentro ciò che emerge con forza dall’interiorità, senza farsi sommergere. La scrittura diventa trasfigurazione: accoglie l’urto dell’emozione e gli dà una forma, una misura. È in questo passaggio che ciò che è intimo smette di essere soltanto mio e diventa condivisibile, trasformandosi in esperienza e, forse, in conoscenza di sé, dell’alterità, del mondo.
Da cosa o dove prendi l’ispirazione per comporre le tue poesie?
Dall’attrito con il reale. Dai dettagli minimi, dai silenzi, dalle fratture. Spesso da ciò che resta dopo un incontro, una lettura, una perdita. In questo senso, sento molto vicino Giovanni Testori, quando affermava che l’unica cosa davvero necessaria è amare la realtà, senza altri precetti. L’ispirazione non è solo un fulmine improvviso, ma una disposizione profonda all’ascolto: una forma di vigilanza interiore che nasce proprio da questo amore ostinato per ciò che è e che permette alle cose, a un certo punto, di chiedere parola.
Ci descrivi la tua “routine” nel momento in cui ti siedi a comporre?
Non ho una routine rigida. Scrivo quando sento che una frase insiste, quando un’immagine non mi lascia in pace. A volte bastano pochi minuti, altre volte ore di riscrittura. Il lavoro più importante, però, viene dopo: la rilettura, il lasciare decantare, il tornare sul testo con uno sguardo più freddo. La poesia, per me, è soprattutto questo dialogo paziente con il tempo.
Come riesci a conciliare vita privata e scrittura?
Non le concilio nel senso di una separazione netta, ma cerco di metterle in dialogo. La scrittura non è un altrove rispetto alla vita, bensì una sua forma di intensificazione. Certo, richiede ritagli di tempo, silenzio, attenzione; ma è proprio dentro la trama quotidiana delle relazioni e dei gesti che trova la sua materia più autentica. Scrivere, per me, significa abitare la vita con maggiore consapevolezza.
Hai in lavorazione altri progetti editoriali per il futuro?
Sì, sto lavorando pazientemente a una nuova raccolta poetica, ancora in fase germinale. È un libro che esplora il tema del confine: tra luce e ombra, identità e perdita. Inoltre, in questo periodo mi sto dedicando in prevalenza anche alla collaborazione con riviste culturali, soprattutto nell’ambito della saggistica breve e della recensione di poeti contemporanei ed emergenti. È un lavoro che sento profondamente coerente con il mio modo di intendere la letteratura: come dialogo, come esercizio di attenzione e come forma di responsabilità critica. Non ho fretta. Credo che i libri sappiano quando è il momento giusto per nascere.
Sinossi
A partire dall’affascinante mito di Selene e Endimione, l’autrice ripercorre le storie di ognuno di noi: come l’immortale dea della luna (Selene) e l’umile pastore (Endimione), ciascuno sperimenta nella vita l’innamoramento dalle sue espressioni passionali e primitive al ritmo canzonato e stabile dell’amore, fino al doloroso e definitivo distacco.
Biografia autrice
Isabella Paola Stoja, classe 1990, nasce a Bologna. Cresce in Basilicata, a Policoro, e nel 2009 si trasferisce a Milano per frequentare la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Oggi è docente di Lettere presso il liceo scientifico E.Fermi di Milano. Vive in provincia di Varese con suo marito, sua figlia e i suoi due gatti. Il 07/09/2024 vince la X edizione del Premio Letterario Alessandro Manzoni della città di Arcore. La sua ultima raccolta poetica, Lettere a Endimione, edita da Chipiuneart Edizioni, si aggiudica il Primo Premio Ex Aequo nella sezione Poesia edita. La giuria descrive l’opera come “una raccolta di poesie di grande contemporaneità e dal forte messaggio comunicativo, che racchiude una storia d’amore in cui ognuno di noi può identificarsi”.

