Noi di Bee Chronicles abbiamo avuto il piacere di partecipare al Presscafè a Lucca Comics con Stuart Turton, scrittore di thriller mistery, il cui libro più conosciuto è Le sette morti di Evelyn Hardcastle, con il quale abbiamo parlato della sua scrittura e della sua nuova uscita L’omicidio alla fine del mondo, edito Neri Pozza, il cui relatore era Fabrizio di Radio Improntadigitale.
Durante la sua vita, Stuart ha avuto delle esperienze pazzesche di vita internazionale, viaggiando tanto ed è stato anche a Shanghai, a Dubai, e sicuramente ha portato qualcosa di queste sue avventure all’interno della visione dei suoi libri: “Oh, non ho mai ucciso nessuno. Non ho questa esperienza. E non ho vissuto la fine del mondo”, si affretta ad aggiungere “Anche se questo potrebbe capitare la prossima settimana”. Pensa che quando si scrive un libro, le esperienze sono in realtà molto più piccole di quello che ci si aspetta e che l’ispirazione in realtà deriva di solito dalle persone che si incontrano – strane o interessanti che siano – che diventano personaggi del libro che si scrive. Ad esempio la protagonista del suo nuovo libro L’omicidio alla fine del mondo, Emory, è basata sulla figlia di Turton, e un fatto interessante che è accaduto mentre aveva appena iniziato a scrivere il suo ultimo libro: stava accompagnando sua figlia a scuola e una donna, che aveva i capelli per metà arancioni e rossi, andava verso di loro. Sua figlia gli ha lasciato la mano, è andata direttamente verso lei e ha chiesto: «Perché hai fatto questo?», di punto in bianco ed è stato incredibile, perchè se l’avesse fatto lui probabilmente avrebbe ricevuto uno schiaffo.
Ed è così che ha preso ispirazione per il personaggio principale: voleva trovare qualcuno che facesse domande, un po’ come i bambini, ma la cosa che gli è piaciuta di più in questo libro è il fatto che non importa quali domande faccia Emory nessuno dice bugie, perchè nessuno si ricorda niente ed è questa la parte più interessante, del risolvere un crimine, un mistero, quando di base non si sa cosa sia successo e perché.

In questo libro si potrebbe notare una critica sul presente, di messa in guardia su quello che potrebbe accadere, anche se in realtà Turton non vuole criticare, perchè pensa che ciò non aiuta nessuno e non è utile. Quello che stava cercando di fare è di immaginare un mondo in cui nessuno avrebbe ragione per uccidere qualcuno: ha dovuto creare così un’isola dal nulla e ha scoperto che se tutti hanno esattamente le stesse cose e queste cose sono molto basiche, si toglie la motivazione per uccidere, quindi l’isola è una soluzione a questo problema. Poi mentre lo scriveva la domanda che si faceva era: “Ma io ci vorrei vivere?” perché è un po’ come nel film di Avatar: tutti vogliono andare a vivere lì, non ci sono social media, non c’è assolutamente contatto, e quindi mentre lo scriveva diceva “Sì, io onestamente ci vorrei vivere lì”.

In realtà questo è un libro che ha dovuto riscrivere, perchè si era reso conto che era un libro sbagliato e alla fine gli ha preso due anni e mezzo per arrivare al romanzo finale. In realtà ci aveva messo a scrivere molto anche il suo primo libro Le sette morti di Evelyn Hardcastle di cui ha pianificato e seguito ogni singola cosa, ma non è stato cambiato niente della trama. I suoi tre anni di scrittura sono stati dovuti dal fatto che all’epoca lavorava ancora, e si ritagliava un po’ di tempo alle due di notte per continuare con il suo romanzo. Era una esperienza molto diversa, ma per lui è stato molto divertente lavorare a quel libro, perché non era ancora un lavoro.

Dopo il successo di Le sette morti di Evelyn Hardcaste, quello che tutti volevano era Le otto morti di Evelyn Hardcastle e poi Le nove morti di Evelyn Hardcastle e lui sapeva che non volevo scrivere una serie di libri. Quindi voleva pubblicare qualcosa di diverso e per rendere chiaro il messaggio è andato proprio in una direzione opposta. Così ha scritto Il diavolo e l’acqua scura, la cui ispirazione gli è venuta quando aveva 21 anni e andava in Australia e ha sentito la storia di una nave della Batavia che andava verso l’Indonesia, in cui il capitano aveva lasciato in mano al suo ufficiale i passeggeri, e così li ha ammazzati tutti. Questa cosa lo ha veramente perseguitato anche finché non ha avuto 38 anni, perché è stata una storia molto depressa, che l’ha lasciato molto turbato, tant’è vero che
lui nel suo libro ha cambiato il finale, perché non vuole assolutamente qualcuno mentre legge le sue storie, si senta in questo modo.
Alla domanda di quale mistero riuscirebbe a risolvere se fosse nei suoi libri risponde “Nessuno!” infatti non si rivede minimante nei suoi personaggi, che sono molto intelligenti, e alla replica del fatto che comunque è stato lui a scrivere i libri e quindi anche a risolverli, controbatte “Loro ci hanno messo tre giorni a trovare il colpevole, mentre io tre anni a scriverlo”.
Come detto precedentemente, prima di diventare scrittore, aveva un altro lavoro ed infatti era giornalista e gli piaceva molto, soprattutto incontrare nuove persone, fare domande, viaggiare. Ma ancora prima ha lavorato nell’ambito della tecnologia, della finanza finanza e politica, quindi ha sempre incontrato persone interessanti e intelligenti, che sapevano cose che lui non conosceva e quindi ha imparato ogni giorno qualcosa di nuovo. Quando però ha iniziato a fare lo scrittore, non ha più potuto fare tutto questo, siccome è un lavoro in cui si è seduti in una stanza, da soli, davanti al computer,
per otto ore al giorno scrivendo la stessa storia, e quindi doveva trovare dei trucchetti per sedersi e lavorare alla storia, e quella è la parte un po’ più pesante.
Non sta ancora lavorando a nessun progetto, anche se probabilmente si dovrà mettere a scrivere a gennaio, ma nonostante questo sta preparando una sceneggiatura per una miniserie collegata al mistero e ai crimini, un po’ simile a Le sette morti di Evelyn Hardcastle, ma ha tenuto a specificare che i suoi libri non saranno mai adattati -così come la miniserie non diventerà mai un libro- proprio perchè quando lui scrive cerca di renderlo meno adattabile possibile alla televisione le sue opere perchè vuole che la sua immaginazione viaggi completamente libera.

Con i suoi libri, Stuart vuole intrattenere il lettore e quello che spera è che quando si prendono i suoi libri, non si riesca a staccarsi dalle pagine. Non ha mai voluto mettere dei messaggi nelle sue opere, però è inevitabile visto che è lui che lo scrive e i personaggi escono dalla sua mente, e quindi è normale che parli degli argomenti che li stanno a cuore e che partano dalle sue idee personali. Ad esempio ne Le sette morti di Evelyn Hardcastle c’è comunque quello che lui pensa del sistema giudiziario, però non è intenzionale, il suo intento principale è che le persone si godano il libro. Pensa che inoltre sia molto pericoloso predicare e mandare messaggi, perchè per ogni personaggio che crea che dice quello che ritiene, deve crearne un altro che dica il contrario e non vuole per nessuno motivo che il lettore si chieda qual è realmente il suo pensiero e che non venga il dubbio del fatto che trovi giusto delle cose terribili.
E’ stata una chiacchierata interessante in cui abbiamo potuto scoprire di più sullo scrittore di thriller mistery e siamo molto curiosi di leggere il suo nuovo libro L’ultimo omicidio alla fine del mondo e vedere la miniserie che uscirà prossimamente.
A cura di: Veronica Parkhomenko (IG: helxhoney)

Ho amato alla follia il primo libro.. il secondo un pò meno ma non per come era scritto ma per la storia che non mi ha molto interessato. Ora sono curiosa di leggere questo terzo che ho comprato e che appena ho un attimo di tempo inizio a leggere
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